Bene, Oggi Niente Omicidi

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Greta non ha più i suoi disegni di quando era piccola perciò adesso nessuno la prende mai seriamente se parla della propria infanzia e adolescenza; finché Adri, approfittando dei blog e le loro domande “esistenziali”, riesce finalmente a sbloccarla: ormai lei non ha più paura e quella frase “Bene, Oggi Niente Omicidi”, non la tormenta più.


Adri: Bene, Oggi Niente Omicidi!

Un messaggio alquanto familiare per me; fin dalla prima esperienza come profiler dell’FBI, quando in America il mio capo diceva “well, no murders today” voleva dire giornata tranquilla o, per lo meno, libera. Eppure in questo momento non provo lo stesso sollievo perché la frase in italiano mi suona diversa, pur non cambiando significato: “Bene, Oggi Niente Omicidi”. Cos’ha a che vedere con Tatiana e Greta? Sento una gran puzza di trappola e devo capirne la ragione.

È stato Freddie a chiamarmi e quando l’ho raggiunto lo ho trovato agitatissimo: “le nostre ragazze si sono messe nei guai, fai qualcosa Adri! Parlaci e falle rinsavire ti prego!”

Con tutto quel che Freddie ha passato è difficile che si spaventi e, quando succede, sono davvero cazzi e sul più bello non posso tirarmi indietro, consapevole che il gioco è decisamente duro: Greta sembra in trance, ha lo sguardo perso nel vuoto e continua a dire “15 maggio 1994 Bene Oggi Niente Omicidi” come se fosse la cosa più normale del mondo e Tatiana, a fianco a lei, minimizza chiedendomi di lasciarle tutte e due in pace.

Incredibile, ho affrontato i peggiori criminali senza farmi condizionare e ora gli occhi di Greta riescono a spaventarmi? Cerco di guardarla e lei mi sfugge, impenetrabile. Blindata. “15 maggio 1994”, continua a insistere. “Remember the date.” Oh, finalmente una frase diversa! E in inglese. Forse quella lingua può essere un canale di comunicazione? A questo punto devo fare un tentativo e affrontare la ragazza da solo. A malincuore Freddie e Tatiana escono dalla porta chiudendosela alle spalle e io, istintivamente, stringo la pistola d’ordinanza che ho con me legata sulla cintura.


Virus: remember?

Mio malgrado sono abituato a Greta e Tatiana, vivo in simbiosi con loro da quando sono piccole ed è naturale condividere i ricordi con loro. Per cui faccio fatica a concepire che Adri, nato negativo, abbia perso la memoria su quel giorno preciso.

“Virus, fai qualcosa”, mi chiede; “se perdo HIV di Bugliano perdo la speranza.”

Ah, sì, certo, di fronte al silenzio di Greta che insiste a fingersi negativa devo per forza trovare un altro canale, la musica.

Conosco troppo bene la mia umana perciò non mi importa se si spaventa perché dal suo smartphone spariscono le foto di Riccardo e compare un video di Madonna.


I’ll remember, Madonna

“Non ho mai avuto paura di piangere, ora ne ho finalmente un motivo. Mi ricorderò tutto l’amore che mi hai dato ora che ho trovato la mia forza. Mi ricorderò come mi hai cambiato…”

Lo sapevo, è bastata una canzone che andava in onda nelle radio in quel periodo per far sciogliere a Greta lo stato di delirio in cui si era rifugiata.

“Prima o poi sarebbe accaduto”, alla fine Greta si mette a piangere sulla spalla di Adri: era quello che volevamo tutti! “Sono stanca di nascondere il virus al mondo, voglio anche io il segno biohazard come gli altri!”


Greta Flaminia Lando: difficile coming out

“Sei sporca, sei malata”, mi dicevano tutti quando ero piccola; ogni giorno ingoiavo pastiglie e nessuno mi spiegava cosa fossero: vitamine, poi tutti in famiglia parlavano a voce bassa senza mai rendermi partecipe; ho dovuto io da sola scoprire tutto a 18 anni nel 2006, quando per la prima volta mi ero illusa di amare un ragazzo. “Devi fare il test HIV se vuoi stare con me”, lui mi aveva messo di fronte a una scelta ma appena arrivò il risultato positivo fu l’uomo che diceva di amarmi a decidere di allontanarmi ancora una volta. “Sei sporca, sporca dentro”.

Ora so che quella paura si chiama sierofobia e si può combattere, ma quell’esperienza mi convinse a nascondere prima il mio status, poi il mio nome.

Malgrado i miei 18 anni inoltrati, mia madre adottiva era come un segugio sempre pronta a controllare cosa facessi o dicessi in Internet, voleva impormi l’università di lettere antiche quando io volevo scienze ambientali, così appena uscivo ne approfittavo per andare nei locali pubblici dove mi garantivano una connessione.

Erano gli anni 2000, ancora non esistevano gli smartphone come li conosciamo adesso e io per cercare di farmi una vita autonoma ho dovuto cambiare identità…

“Quindi Greta non è il tuo vero nome?” Improvvisamente Adri mi ferma; non sembrava, intento com’era a sfogliare chissà quali blog sul suo tablet. Invece mi stava ascoltando e come!

“No”, gli rispondo; “Greta Flaminia Lando è il nome che mi sono scelta ed è un anagramma.”

Lo sguardo del profiler si illumina, insieme al mio: “tranquilla piccola. Tu vuoi il tatuaggio biohazard ma non ne hai bisogno perché sono inconfondibili le capacità del tuo virus. E so anche perché hai scelto di chiamarti così!”

Già, “Greta Flaminia Lando” —> “dona l’anima al gifter”. La scelta di cui vado più orgogliosa perché il mio nome originale e quello adottivo sarebbero stati scomodi da portare.

“Oh beh, spiegami. Mica ti chiami merdona”, cerca di scherzare il profiler. “Qualunque altro nome è accettabile per il mondo, non credi?”

“Nathalie White”, gli sussurro. “Figlia biologica di Poliksena Aleksandra Sokolova e Walter White.”

“White, White”… Ripetendo quel nome, mi accorgo che il volto del poliziotto si è fatto bianco; “quel drogato di merda pieno di metanfetamina fin sopra i capelli. Quello degli esperimenti sui bambini orfani, una brutta storia a cui neanche l’FBI è riuscita a porre fine.”

Mi mordo forte il pollice come facevo da bambina quando non dovevo parlare e, compresa la situazione, Adri mi appoggia le mani sulle spalle in segno di incoraggiamento: “io sono un gifter con esperienza, e se davvero vuoi dar seguito al nome che ti sei scelta devi fidarti di me continuando a parlarmene. Dimmi, qual è il cognome dei tuoi genitori adottivi?”

“I miei genitori hanno tradotto il mio nome in Natalia e loro si chiamano…”

Non ho il coraggio di dirlo a voce alta e, con una matita presa sulla scrivania di Freddie, me lo scrivo sulla mano: “Carmela e Fabio Solari”.

“‘Carmela e Fabio Solari —> Calmare la sierofobia’. Ma porco giuda cane, porca vacca e porca di quella pu…”

Da quando conosco Adri non lo ho mai sentito dire tante parolacce in vita sua, senza smettere di lanciare tutto il repertorio di turpiloquio italiano e inglese mi pulisce immediatamente la mano con una salvietta umida.

“Sierofobici di merda”, è l’ultima cosa che mi dice prima di mettermi davanti il suo tablet. “Hanno lo stigma nel sangue questi maledetti e se la prendono col mondo anche se l’anagramma dei loro nomi dice l’opposto. Soprattutto lei, perché lui pende dalle sue labbra e ha dovuto adattarsi.”

Il profiler è dalla mia parte, non ho più dubbi! E la scritta lampeggiante sullo schermo di fronte a me è l’ultimo incoraggiamento che mi serve.

Descrivi l’ultimo difficile “arrivederci” che hai detto.


Greta, 15 maggio 1994: Bene, Oggi Niente Omicidi

“Possiamo farci ben poco”, sospirò la direttrice mentre mia madre adottiva le porgeva una cartellina. Io ero nascosta dietro la porta d’ingresso, sapevo di dover partire quella mattina e mi ero messa a spiare pregando che qualcosa andasse storto. Gli altri bambini e ragazzini non capivano, avrebbero pagato l’oro del mondo per essere adottati al posto mio da quella ricca famiglia italiana io invece speravo di rimanere lì ancora un po’, con Tatiana. La mia piccola Gifter.

“Ma quando l’abbiamo conosciuta era sana”, continuò la donna urlando; “se lei può sostituirla con un bambino maschio e sano guardi, sarei disposta anche a pagare…”

Il mio futuro padre adottivo non disse una parola, limitandosi a guardarsi in giro. Mi accovacciai ancora più bassa sperando di non farmi vedere e continuai ad ascoltare: “forse ci siamo”, pensai in quel momento. “Se le danno qualcun altro mi lascia in pace.”

“Lei non ha il diritto,” protestò la direttrice; “i figli non sono oggetti che può restituire se difettosi. Nathalie si è ammalata, è stato un incidente, lo sa che molti bambini accolti qui hanno lo stesso problema e può accadere che…”

“Può accadere un cazzo”, la interruppe la mia futura mamma ormai fuori di sé. “Lei è responsabile di questa tragedia, non ha vigilato sull’incolumità della bambina e adesso io…”

“Signora Doroteo gliel’ho detto, Lei non può tirarsi indietro il giorno dell’adozione. Accetti Nathalie e impari ad amarla per quello che è!”

Sentii dei passi sempre più vicini, finché un uomo fu a pochi centimetri dal mio nascondiglio: “ti ho visto, furbetta”, mi sussurrò chinandosi verso di me. “Io sono papà, e io ti voglio bene. Mamma capirà, stai tranquilla, fidati di me.”

Pace fatta, problema risolto secondo la direttrice e quella stessa giornata fu l’ultima in cui rimasi a Sunshine House.

Mi venne lasciato solo il tempo di salutare gli insegnanti, la freddezza di mamma si vide già in quel momento. Indifferente alle mie lacrime indossò dei guanti e mi accompagnò fino al cancello dell’istituto in cui ero cresciuta.

Stavamo per salire in auto quando vidi con la coda dell’occhio i miei ormai ex compagni uscire per il consueto intervallo di metà mattina, l’ultima speranza di vedere lei. E infatti eccola lì, spensierata come sempre, Tatiana giocava con due maschietti poco più piccoli di noi. “Addio Tati”, sussurrai a mezze labbra ma non osai salutarla con la mano perché mia madre mi stava tenendo saldamente per il braccio, sempre con quei guanti che indicavano una profonda distanza destinata a durare per una vita intera.

“Bene”, sospirò mamma appena salimmo in auto; “Oggi Niente Omicidi.”

La stessa frase scritta sul parasole e che a quell’epoca io ancora non capivo. “Se noi lasciamo fare alla natura lei se ne andrà presto, non serve forzare la mano. Pensala come vuoi Fabio ma quest’adozione è una fregatura.”

Capii dallo sguardo di papà che lei in quel momento stesse dicendo spropositi, ma nel tempo fu l’HIV a insegnarmi come fare attenzione e soprattutto ad anticipare la scuola nell’insegnarmi quelle parole di italiano utili a salvarmi dalle cattive intenzioni di mamma.

Nei mesi a seguire, imparai una lezione che il mondo mi ha sempre imposto di nascondere: mamma Carmela Doroteo in Solari è la sorella di un importante uomo politico buglianese, Matteo Doroteo, che a sentire il resto del mondo ha facilitato la mia adozione permettendomi di venire a Bugliano in tempi brevi.

Invece io so per certo che sponsorizza la sierofobia istituzionale e promuove discutibili esperimenti scientifici.

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