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Biohazard, l’unione fa la forza?

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La situazione sta palesemente sfuggendo di mano: Freddie che si trova messo all’asta il suo bene più prezioso, il pianoforte; la storica coppia Adri-Alison che sembra sfasciarsi, anche l’amicizia fra Tatiana e Greta pare al capolinea a causa di Riccardo.

Invece di portare libertà, la morte del Dissanguatore ha rotto ogni legame ma c’è ancora una speranza a cui i positivi Biohazard dovrebbero affidarsi: il senso di gruppo. Forse è solo questione di darsi una nuova possibilità come famiglia allargata e allargabile?


Tatiana: adesso è guerra!

“Compatibilità: 100%.” Il risultato del DNA è finalmente stampato su un foglio e stringo la mano al medico legale: “non devi ringraziarmi, Bulsara”, il dottor Segapiedi mi sta sorridendo calmo. “Questo è il minimo sindacabile per sdebitarmi con tuo padre.”

I motivi di questa riconoscenza non sono affari miei, quindi nemmeno chiedo ed esco dall’ufficio del medico, sicura di quale sarebbe stato il mio prossimo obiettivo.

“Tatiana, dove vai!” Sento mia madre adottiva chiamarmi dal laboratorio di scienze, giusto due porte più avanti rispetto all’ufficio del dottor Segapiedi ma la evito: come posso perdonarla dopo quello che ho saputo sul suo conto! Prima papà Kevin complice del Dissanguatore, adesso lei che ha messo al mondo un bambino poco dopo la mia nascita e lo ha abbandonato, anzi, venduto? Mi ha adottato solo per salvarsi la coscienza e questa non gliela posso far passare. “Mia madre è morta”, le urlo; “e tu non sei più niente. Zero.”

Supero il corridoio dell’area scienze mediche e criminologiche, non prima di aver dato un occhio all’entrata della biblioteca. C’è lezione, il corso di scrittura creativa è partito a pieno regime ma sull’attaccapanni la solita giacca di Adri non si trova; chissà dove sarà andato, ma poi cosa potrei dirgli? Più nulla ormai, devo solo raggiungere la zona Diritto e giurisprudenza per parlare col docente avvocato e capire se posso ottenere almeno i beni di mio padre biologico in qualche modo.

Maledizione quant’è grande il Campus IBUOL, mi sto rendendo conto solo ora che mi ci potrei perdere. Sono passata anche di fronte alla sala musica dove Arianna e Freddie si stanno esercitando con la povera tastiera giocattolo rimasta, e anche lì non mi fermo.

Eccola finalmente la porta: “diritto civile e penale, International Bugliano University Of Life”, ufficio dell’avvocato Maggio.

“Chi è?” La sua voce profonda è inconfondibile, impossibile capire se è arrabbiato o se parla lui così in ogni occasione.

“Mi perdoni se La ho disturbata. Sono io, Tatiana Solari! Bulsara Mercury! Insomma ha capito chi, avvocato Maggio?”

Quanti documenti ho cambiato, da Tatiana Brown sono diventata Bulsara Solari Mercury, anche se nell’ultimo periodo il nome “Tatiana Solari” non mi dispiace; l’avvocato Maggio non apre la porta e io posso solo attendere con pazienza, appoggiandomi a una colonna. Lo sento parlare al telefono in modo concitato ma non riesco a capire cosa stia dicendo, una lingua incomprensibile fra l’italiano l’inglese e lo spagnolo. Alla fine però è questione di attendere qualche minuto e trovo in lui un’inattesa accoglienza.

“Oh, Tati! Prego, vieni pure dentro, non ti fare problemi!”

L’avvocato mi fa accomodare su una grande poltrona accanto a sé, comoda come soltanto quelle dei ricchi possono essere. “Ci manca solo il massaggio”, faccio una battuta per alleggerire l’atmosfera e lui preme il pulsante di un telecomando che fa partire un effetto vibrazione dietro la mia schiena.

“Qual buon vento, piccola”, l’avvocato Maggio mi posa una mano su un ginocchio ma non mi tiro indietro, lo percepisco un tocco paterno più che molesto. “Ha visto anche Lei, avvocato Maggio? I beni di mio padre sono tutti…”

“Niente Lei e niente Maggio, io mi chiamo Bruno”, lui spinge la mia poltrona ancora più vicino alla propria; “io è come se fossi un padre per te, anzi, in qualche modo lo sono…”

Questa eccessiva confidenza mi mette a disagio ma i massaggi della poltrona contribuiscono a farmi sentire il corpo rilassato; Bruno Maggio si gira di fianco e, fiero, mi fa vedere il tatuaggio Biohazard su un lato del collo. Identico al mio! “Vedi Tati, prima o dopo questo momento doveva arrivare e ora eccoti qui. Non sapevo mai come iniziare il discorso, con te. So che tu e mio figlio…”

Quale? Adri o Hunter? Tutti e due figli di Bruno Maggio e con madri diverse, entrambi che in un modo o l’altro sono stati assieme a me. Argomento imbarazzante che eviterei volentieri di affrontare.

“Io e Hunter ce la caviamo alla grande”, gli sorrido pensando alle nostre attività dei Centri Estivi. “I bambini stanno lavorando sodo, mi creda! Suo figlio con loro è severo ma giusto!”

“Questo lo so, mi riferivo a Sherlock!” Una foto in formato poster, mia e di Adri, abbracciati è appesa al muro dello studio; cosa ci farà il grande avvocato Maggio con le immagini di un flirt?

“Chiudo tutti e due gli occhi solo perché non lo sapevate”, Bruno questa volta mi accarezza i capelli; “se siete stati anche a letto sarebbe reato perché tu sei figlia adottiva e lui biologico, capisci vero? O devo farvi il disegno di cosa vi ho visto fare in giro per il campus?”

Anche lui a chiamare Sherlock l’uomo che tutti conosciamo come Adriano. Io però non ero mica venuta per questo! Gli faccio vedere le analisi appena consegnate dal medico legale, che mi identificavano come figlia di Freddie in via definitiva. “Sono qui per l’asta, insomma, non pensi male, avvocato. Parlo degli oggetti in vendita, quelli appartenuti a mio padre.”

“Sì, sì, d’accordo, tranquilla, ma tenevo a farti sapere una cosa comunque. Non è come pensi. Evelyn e io, insomma, io e la dottoressa Sloan abbiamo avuto una storia mentre lei studiava il nostro HIV. Sono stato il paziente zero, e lei l’uno. Devo farti il disegno?”

Scuoto la testa, non voglio sapere certi particolari e gli faccio sentire l’ultima registrazione di Bugliano Cold, dove Freddie denunciava la vendita del suo pianoforte.

“La vuoi finire con questo Lei, e avvocato? Io mi chiamo Bruno, maledizione! Siamo tutti biohazard”, Bruno appoggia le dita sul proprio tatuaggio e sul mio; “abbiamo lo stesso virus e questo vale più di qualsiasi formalità o fregnaccia legale e lo dico contro il mio interesse, piccola. Non permetterò ai negativi di impossessarsi del piano perché sai, io ho il piano di riserva.”

E dove sarebbe questo piano di riserva? Da bravo avvocato Bruno sa giocare con le parole e io casco in pieno nella trappola; un secondo pianoforte non può essere nascosto in giro per il Campus, è di sicuro un doppio senso. Lui si limita a sorridermi e stringermi la mano: “lascia fare a me, piccola, tu pensa a te. Mai paura, è tutto regolare.”

E come faccio, non ci sono solo io; se riusciamo a recuperare tutto dovrò condividerlo per forza con Riccardo. Un nerd fissato coi giochi e che sicuramente non apprezzerà i tesori lasciati a Londra quando Freddie si era finto morto.

Un’altra pacca sulla spalla e carezza sulla guancia, è chiaro che Maggio mi abbia presa a ben volere: “Riccardo? Povero ragazzo, lo sottovaluti, lui non è quello che sembra! Dammi ascolto e un giorno mi darai ragione.”

Tutto perché Bruno non c’era quando ho visto come quello stronzo s’è comportato con Greta, solo io l’ho vista piangere quando Ricky l’ha rifiutata perché incinta, così ho preso l’unica decisione che, da donna, ritenevo opportuna: mettere quel deficiente maschilista di fronte alle proprie responsabilità, con sua madre! Anche se questo ha forse spezzato il mio rapporto con Greta.


Virus: la fine di un’amicizia?

Conoscere un umano fin dal suo concepimento, mi consente di anticipare ogni suo pensiero ma con Riccardo ho fallito; ero così felice di sapere Greta, anzi Nathalie, incinta di lui! Una nuova simbiosi con un altro cucciolo che gli umani adulti avrebbero conosciuto nel giro di 9 mesi come già era stato per la piccola Grace, tanto attesa e amata.

Così non ho impedito a Greta, e alla sua gifter Tatiana, di comunicare la notizia al futuro padre! Mai mi sarei aspettato che lui la aggredisse in quel modo.

“Non mi riguarda questo bambino e chissà anche se è mio”, le diceva; “tu e quell’altra fate la famigliola arcobaleno e fuori dai piedi! Non voglio più vederti!”

Mi ha preso alla sprovvista, Riccardo; probabilmente l’ha condizionato il tempo in cui si è fatto passare per figlio di Floyd Turnpike o il sangue negativo che il finto padre gli ha iniettato come regalo per i 18 anni, non lo so, ero tanto scioccato da trovarmi incapace anche di fargli venire una scarica di dissenteria lì, davanti a Greta e Tatiana ma gli sarebbe stata bene.

Allora ho convinto le ragazze a far vedere il test di gravidanza positivo ad Arianna: poco male se Riccardo non se ne occupa, ma sua madre avrebbe fatto la nonna a tempo pieno!

Non l’avessimo mai fatto, Arianna è andata a spettegolare con chiunque sulla gravidanza, fino a far litigare Tatiana e Greta che si accusano reciprocamente. E io? In mezzo.

Quelle due, inseparabili fino a poco fa, ora dicono pure che è colpa mia perché non ho convinto Riccardo ad accettare il piccolo umano in arrivo. HIV stronzo fatti i cazzi tuoi, mi sento rivolgere; tutti però sanno bene che se mi fossi dedicato agli affari miei, a quest’ora ognuno di loro sarebbe sul tavolo delle autopsie con la gola tagliata.

“Andate tutti al diavolo”, Greta si è chiusa nella propria stanza e neanche va più agli incontri di Bugliano Pulita perciò fuori dal Campus è pieno di spazzatura vecchia di giorni, meno male i ragazzi dei centri estivi un po’ aiutano ma nel limite delle loro forze e se io provo a parlarci, quella si incazza chiamandomi “virus di merda” e ingozzandosi di antivirali.

Forse ha ragione Adri, il Dissanguatore è riuscito a dividerci anche quando pareva impossibile. Ma la forza del nostro gruppo, il nostro legame interspecie tra umani e virus dove sta?


Adri: paura del silenzio

Con Alison che non mi guarda più allontanandomi anche dalla bambina, mi sono buttato nel lavoro; la biblioteca è diventata la mia seconda casa e ormai passo le notti nell’archivio dei libri sulla criminalità, perdendomi nei casi risalenti anche all’epoca medievale.

Quello che non riesco però a guardare è il decennio di libri e documenti fra il 1988 e 1998, l’arco di tempo fra la mia nascita e la morte di chi credevo fosse mio padre; nei fogli di Alison ho visto abbastanza, dovrei esser io ad avercela con lei visto cosa mi ha rivelato. Dovrei essere in conflitto con tutte le donne del Campus IBUOL, eppure sono loro a odiarmi a morte!

Neanche Bugliano all’epoca di Dante riesce a distogliermi dai pensieri, né il passaggio a una lettura più leggera: le avventure di Montalbano che, fra l’altro, mi è stato chiesto di approfondire per le lezioni di scrittura. “La voce del violino” e l’immagine descritta da Camilleri in cui la vittima era nuda, a pancia in giù, morta strangolata sui cuscini è l’unica a legarmi al passato recente, a una Alison che non riconosco più.

“No, Adri no, con me hai chiuso!” Leggendo come Montalbano aveva trattato con rispetto il corpo nudo della povera signora Michela Licalzi, ricordo ancora la voce di Alison: anche lei nuda, prona sul letto accanto a me, ma quando ho cercato un contatto mi ha spinto via insultandomi nel peggiore dei modi!

Posso averla strangolata anch’io come ha fatto il criminale in “la voce del violino”? Mi sarò lasciato andare alla violenza più disgustosa? Sfoglio il libro fino ad arrivare a quando Montalbano incastra l’omicida; no, ho le mani integre, nessuno mi ha graffiato per difendersi, ma in effetti anch’io prima di scendere in biblioteca avevo coperto Alison con un accappatoio come Montalbano nel libro, e le avevo sussurrato “perdonami” senza nemmeno capirne la ragione.

Chiudo anche quel libro, ho già visto abbastanza e non ha riempito il vuoto che continua a perseguitarmi; ho l’impressione di sentire la canzone da me più odiata, “right here waiting” invece è solo il mio cervello concentrato nel silenzio a svuotarsi di ogni ricordo.

“Wherever you go, whatever you do”… Un ritornello che la dottoressa Sloan ha cantato quando Alison ha partorito la nostra bambina, la fischiettava anche fuori dal laboratorio analisi dopo che abbiamo avuto il risultato definitivo di Grace, positiva biohazard come noi; in quei momenti però l’emozione di padre mi ha impedito di chiedermi perché l’irreprensibile Evelyn Sloan avesse abbandonato la formalità da medico, proprio davanti a me.

Per quale motivo in biblioteca, se la Sloan entrava prima di me, sparivano i libri di Arthur Conan Doyle! Per quale ragione io sono guarito, a 10 anni, da una leucemia che all’epoca aveva una percentuale altissima di finire in altro modo!

“Grace è dalla nonna”, mi aveva detto Alison e se la razionalità mi spingeva a capire chi fosse ad aver rapito mia figlia, l’istinto mi portava a fidarmi; parlare con Evelyn adesso però mi sembrava inopportuno, dovevo riempire un vuoto. Silenzio e libri, libri e silenzio, finalmente nel mio cervello indurito da troppo lavoro nel crimine, la canzone “right here waiting” iniziava ad assumere la sua reale dimensione: un brano anni 80 da compilation romantiche.

“C’è qualcuno?” Sento una voce familiare chiedere attenzioni e io faccio finta di nulla, non voglio forzare la situazione, finché nell’aria della stanza non inizia a diffondersi un profumo ancora più conosciuto. Forse se non sono io ad andare incontro al destino, è lui a raggiungermi?


Alison: siamo o no tutti biohazard?

La violenza maschile sulle donne. Un tema di grande attualità che ogni giorno ahimè affronto come giornalista, ma per fortuna non avevo mai vissuto nel mondo reale. Così appena Adri se n’è uscito con la fantasia di eliminare nostra figlia, senza troppi ripensamenti l’ho cacciato via dalla mia vita.

Poco importava se il nostro HIV si metteva in mezzo cercando di spiegarsi, Adri da parte sua mi aveva chiesto perdono, io però ho letto troppe volte di donne finite male dopo aver perdonato il partner violento.

“Lui però è il tuo gifter”, sia il virus sia Evelyn Sloan cercavano di persuadermi a farci pace; “quella è l’ultima persona che può intenzionalmente farti del male”.

E se avevano ragione? Mentre stavo da sola a rifletterci, pensavo all’ultima volta con lui: “bastardo, volevi convincere il nostro virus a mandare in AIDS la nostra bambina, hai chiuso con me, sei un criminale… Una bestia”.

Gli urlavo ogni insulto possibile, con la testa schiacciata sul cuscino per evitare ogni suo sguardo; e lui? Aveva preso i documenti ritenuti causa della sua rabbia verso di me ed era uscito dalla stanza, non prima di avermi coperto col mio accappatoio.

Stavo lì, vulnerabile sul letto a offenderlo, io alta un metro e un barattolo mentre lui pesava cento chili per quasi due metri di altezza. Avrebbe potuto ammazzarmi in ogni momento invece no. Silenziosamente se n’era andato, come chi sente di meritare quegli insulti e anche di più. “Fidati del tuo gifter”, ancora una volta la dottoressa Sloan mi aveva ricordato questa regola quando le ho affidato Grace, allora sono scesa in biblioteca!

All’inizio mi era mancato il coraggio di affrontarlo, complice anche la citazione di un articolo sul Giornale di Bugliano: “diffida degli uomini perché è impossibile distinguere chi ama da chi odia” lui però no, non è un uomo come gli altri, il nostro è un legame esclusivo!

Cerco di attirare la sua attenzione chiamandolo e anche battendogli sulla spalla ma il silenzio tra me e lui era diventato un muro che avevo tutta l’intenzione di demolire. “Gifter… Solo un attimo parliamo poi me ne vado…”

Sapevo che a questo punto lui avrebbe avuto ogni ragione per tenermi a distanza, l’avevo accusato di voler far del male a nostra figlia sulla base di qualcosa raccontatomi dal nostro HIV. Io giornalista, lui agente criminologo, sufficienti poche righe per distruggergli la reputazione fino alla morte e di ciò, Adri era perfettamente cosciente.

“Che cazzo sta succedendo tra noi”, è lui a sollevare lo sguardo dal tavolo e avvicinarsi a me, non abbastanza però per quell’abbraccio che di sicuro entrambi volevamo. “Sono crollato, Ali, troppe emozioni in un colpo solo…”

Di nuovo la mia immaginazione crea una realtà inesistente, con Grace attaccata al respiratore a causa dell’AIDS e Adri fermo, impassibile, a guardarla morire. “Quello che vuoi”, gli rispondo e provo a nascondere le lacrime; “Grace però non c’entra niente e non avevi diritto di chiedere certi favori al nostro HIV. Prenditela con me se credi, ma la piccola no…”

“Neanche tu c’entri qualcosa!” Stavolta lo vedo davvero crollare, piegarsi sul tavolo come una tazza di silicone. “Troppe emozioni tutte insieme, Ali, e le spalle del tuo gifter hanno un limite! Sono umano, e mi è crollato il mondo addosso.”

Forse ha ragione, sono io ad aver dato poco ascolto alle sue emozioni. Prima sapere che il tuo capo e supervisore è il peggior criminale al mondo, poi vedersi sgretolare le certezze sulla famiglia di origine… Pensando a me stessa, probabilmente avrei avuto una crisi molto peggiore.

“Per colpa mia sta andando tutto a fuoco”, ormai il profiler non si vergogna più di piangere; “non siamo più una famiglia, mi odiate tutti a morte, forse è meglio che io…”

La sua fedele pistola sempre sulla cintura è un campanello d’allarme inevitabile e faccio per sfilargliela, ma lui mi blocca sul nascere e si toglie dal collo il ciondolo biohazard, per appenderlo a me.

“Questo è tuo”, mi dice, affidandomi anche la sua chiavetta del porta documenti. “Io devo liberarmi della sofferenza e la paura degli aghi. Non diamola vinta a chi ci vuole male! Voglio il biohazard vero, il tatuaggio uguale al tuo… Al vostro.”

Questo, è il profiler che voglio. Quello che mi ha insegnato ad abbattere gli ostacoli a muso duro; abbiamo superato molte difficoltà, cadremo in piedi anche con questa.


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Le storie ambientate nel “Mondo Positivo” sono opere di pura fantasia e non rappresentano fatti o persone reali. Gli autori, attivi da tempo nella lotta a HIV e AIDS, utilizzano queste narrazioni per contrastare lo stigma legato all’infezione.

Si sottolinea che tali racconti non incoraggiano comportamenti dannosi per la salute ma la finalità è sensibilizzare sulla prevenzione educando al rispetto per le persone che vivono con l’HIV.


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