Tu chiamami se vuoi, Dissanguatore! Parte 3

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Terzo capitolo della storia raccontata dal Dissanguatore. Disclaimer? No, l’abbiamo ripetuto un sacco di volte perciò lasciamo parlare il virus anagrammista. DISCLAIMER = L’AIDS + CRIME. Lettori avvisati, mezzi salvati.

Freddie ha il coltello dalla parte del manico, nel vero senso della parola, e sorprende Floyd Turnpike con un gesto che allarma anche gli altri presenti: è l’inizio della fine, o un nuovo inizio?


2023: il coltello

Le dita di Freddie giocano disinvolte sul coltello: nella sua guaina la lama continua ad andare dentro e fuori, dentro e fuori, ma senza mai sfiorargli la pelle. “Usiamolo in che senso?” si azzarda a chiedergli mio figlio, Freddie però lo zittisce subito: “non sono affari tuoi, amico, ce la vediamo io e tuo padre!”

Non è da Riccardo farsi da parte, perciò si limita ad accomodarsi su una sedia poco distante dove gli sia semplice guardarci; “chissà chi avrà posato il culo là sopra”, penso tra me. “Quanto sporco DNA negativo acquisisce il mio Ricky”, poi però la singola linea del test da me eseguito al gazebo del Bugliano Pride, torna a occuparmi la mente: anch’io sono una scatola vuota e intenzionato a cambiare la mia situazione più velocemente possibile perché sono stato ingannato già troppe volte, e questa non sarà la prossima! Cascasse il mondo diventerò positivo anch’io, con le buone o con la forza.

Dentro, fuori. Dentro, fuori; quel gioco con la lama continua imperterrito e Kevin Brown, accanto a me, sfoggia un sorriso beffardo: “Floyd, dai, lo capisce anche un bambino cosa vuole Freddie. O ti vergogni? Forza amico, qua siamo tutti adulti! Cogli l’attimo, coraggio, buttati!”

Ancora uno sguardo rivolto a Riccardo; in effetti mai ho voluto farmi vedere in atteggiamento intimo con qualcuno in sua presenza, adesso però la situazione sta cambiando e mi si sta offrendo il virus senza troppe condizioni. “Ora o mai più!” Kevin, con la disinvoltura di sempre, mi incoraggia a fare la prossima mossa e appena cerco di togliermi la giacca, vedo che Freddie ha smesso di giocare e soprattutto che, il coltello, è sporco di sangue!

“Questo è tuo, Floyd!” Mi sarei aspettato qualunque cosa, ma non che la persona da me cercata per una vita intera, si avvicinasse e mi appoggiasse la mano insanguinata in pieno volto senza più staccarsi, tanto da farmi mancare il respiro. “O lecchi o soffochi, negativo”, lui sembra canzonarmi e per la prima volta ho paura: vuole usare il suo sangue contro di me, ha intenzione di uccidermi? Possibile aver lottato quarant’anni per arrivare qui, e adesso mi tocca morire nelle sue mani?

“Come il tizio che è morto con la faccia tra i seni di una spogliarellista”, Riccardo dalla sua posizione sta ridendo e mi incita a usare la lingua; non solo un positivo non mi sta discriminando, ma si è tagliato per me! E lascia che il mio DNA vuoto si unisca alle sue cellule di creatura superiore!

L’odore dolciastro del sangue e il suo sapore ferroso mi stanno facendo perdere la testa. La mia mano sinistra è posata sulla pistola di ordinanza, potrei almeno sparargli alla spina dorsale nel tentativo di immobilizzarlo e averlo poi tutto per me, ma presto quel pensiero scompare: la depressione conseguente all’incapacità di muoversi contaminerebbe anche il carattere del virus, non sarebbe più stato l’HIV originale che tanto desidero.

“Fossi in te sentirei la differenza fra te e lui”, a Kevin non sembra vero di lanciarmi provocazioni e io tento di mordermi le labbra per assaggiare il mio sangue negativo e mescolarlo all’altro ma Freddie, d’improvviso, tira indietro la mano dal mio volto: “no, no, non funziona così, Turnpike! La fai troppo facile…”

Libero di muovermi e respirare, lecco i residui di sangue positivo rimasti sulle mie labbra e non faccio subito caso alla mia preda che mi ha voltato le spalle; occasione giusta per coglierlo di sorpresa?

Niente affatto, un odore penetrante invade le mie narici. Una puzza che me ne ricorda una già sentita anni addietro, le mani di Freddie che si strofinano una con l’altra, violentemente, distribuendosi un liquido maleodorante e gelatinoso.

“Il minimo sindacabile”, ancora una volta la leggenda del rock mi sta prendendo in giro; “negativo, neanche l’igienizzante per le mani può cancellare il tuo sporco e il male che mi hai fatto!”

Il suo tono è passato dallo scherno alla rabbia e mi giro per andar via, ma Riccardo si alza in piedi: “No no papà, tu adesso affronti ogni tua colpa prima che ricada tutto su di me.”


1986: fallimento

Cinque eravamo, e a cinque concerti dei Queen abbiamo assistito fra il 1984 e il 1986 ma, ogni volta, alla fine dell’esibizione vedevamo Freddie allontanarsi con qualcuno di diverso: quattro femmine e un maschio, probabilmente anche quello un gruppo di persone legatissime tra loro, e noi sempre esclusi.

Con una delle ragazze in particolare aveva stretto un feeling e io sapevo che avrei fatto qualunque cosa per trovare il gruppetto, o mi sarei accontentato solo di lei; dopo il secondo concerto di luglio 1986 a Wembley però, mi incontrai con gli altri quattro miei compagni nel nostro albergo e discutemmo sul da farsi: “sono stati due anni pesanti”, osservò Raymond Still; “adesso vorrei dedicarmi più alla ricerca perché mi sento stanco di perdere tempo, qui serve concretezza e se non sarà da Freddie, io ho bisogno comunque di un HIV per il mio progetto.”

“Vero”, sospirò amareggiato Adrian Sokolov; “ci siamo troppo concentrati su Mercury e non sappiamo se è positivo o no. Vi prego torniamo coi piedi a terra, ragazzi!”

Io e Kevin concordammo col russo, solo Mark provò a insistere: se è impossibile conquistare Freddie nella vita pubblica, bisogna cercare di insinuarsi nel suo privato! “Io ti seguo a distanza”, gli disse Ray; “spero tu abbia ragione!”

Progetto, ricerca, era evidente che Ray Still e Mark Wilson volessero fare sul serio. Un’arma biologica che influenzasse l’indole umana, trasmissibile da una persona all’altra facendo l’amore? Fare la guerra senza bombardare, avere l’umanità intera sotto di noi condizionandola dall’interno… Ancora utopia per me, ma Raymond appariva così sicuro di farcela! Addirittura ci disse il nome scelto per la versione finale del virus mutato. HIV Boom.

Le premesse tuttavia non erano le migliori e convenimmo che, da allora in poi, fosse meglio evitare di incontrarci tutti assieme almeno per un po’. Se possibile accantonando pure l’argomento Queen e musica in eventuali conversazioni telefoniche; era il caso di non destare sospetti con le forze dell’ordine, soprattutto perché Kevin andava avanti imperterrito a dissanguare le prostitute HIV positive di Chicago e io, imbecille quale sono, continuavo a coprirlo.

Noi futuri poliziotti, presto saremmo stati gli agenti Floyd Turnpike e Kevin Brown, i nostri stessi capi non davano troppo peso alle ragazze morte: “serial killer? Mah, in fondo sta solo ripulendo l’America dalle puttane con l’AIDS”, dicevano. “Quelle ragazze morirebbero comunque…”

Nemmeno i giornali ne parlavano perciò ero tranquillo e riuscivo a dedicare tutto me stesso al mio nuovo amore.

Sì, perché in un fan club dei Queen che frequentavo a insaputa dei vecchi amici, avevo incontrato una delle ragazze misteriose viste appresso a Freddie al termine dei concerti e riuscii a sedurla; il poliziotto suscita sempre fiducia, e Arianna si legò a me come una sanguisuga.


1987: rivelazione

7 maggio 1987, Chicago. Arianna e io ci vedevamo già da diversi mesi e la nostra storia procedeva senza grossi ostacoli, anche se lei un paio di volte era partita per l’Italia senza darmi tante spiegazioni: “problemi in famiglia”, diceva, “non voglio coinvolgerti Floyd”. Ma come, sapeva che l’avrei aiutata volentieri se solo me l’avesse consentito eppure, esattamente come i Queen e la musica, da quando ci eravamo dichiarati uno all’altra l’Italia era argomento tabù.

Quel giorno mi svegliai con una sensazione inspiegabile, tra gioia immensa e spavento come se, da un momento all’altro, un evento improvviso dovesse sconvolgermi l’esistenza: “maledizione”, si lamentò Arianna dal bagno; “proprio adesso che devo ripartire!” Sapevo che a giugno sarebbe dovuta tornare a Bugliano e ne approfittai per offrirmi di accompagnarla, non ero mai stato in Italia e avrei colto l’occasione.

Senza farmi scrupoli aprii la porta e la raggiunsi, teneva in mano un assorbente igienico. Usato, ma pulito. “Mi sono saltate”, spiegò; “ed è il secondo mese che accade!”

Avevo allontanato certi pensieri, ripetendo a me stesso che Ari non si sentisse troppo bene dopo aver mangiato cibo italiano di qualità discutibile ma adesso? Con un ritardo così lungo?

“Un figlio”, disse; “se sono incinta non so che fare…” Eccolo, l’evento che avrebbe sconvolto la mia vita; come muoversi ora? E se non fosse stato mio? Ingoiai la notizia e andai in soggiorno a prendere l’elenco telefonico per cercarle una clinica valida qui in zona, ma fu allora che il telefono squillò:

“Floyd”, una voce inconfondibile dal tono raggiante si fece sentire dal ricevitore. “Volevo che tu lo sapessi da me… Ce l’ho fatta! Avremo il virus!”

“Ah, capisco”, finsi di non dar peso alla notizia, per evitare che Arianna mi sentisse. “Ehi, Turnpike! Parlo con te!”

Da quando ci conosciamo, Mark Wilson ha sempre deciso per tutti senza valutare la disponibilità o il parere degli altri ma a questo giro la sua gioia pareva sincera. “Freddie Mercury, Floyd! Freddie è positivo davvero! Ce l’ho in pugno, amico!”

Feci cenno ad Arianna di restare nel bagno, non volevo che Mark sapesse di lei e appena richiuse la porta continuai la conversazione: “Wilson, e tu come cazzo lo sai?”

“Paul Prenter”, mi rispose. “Un giornalista che ha scritto sul Sun, un articolo secondo cui sono morti due uomini andati con Freddie a inizio anni 80. Inutile che ti dica la causa, giusto?”

“Non significa niente”, replicai con prudenza ma dentro di me già sentivo la speranza di tornare a caccia.

“E c’è di più”, continuò Mark; “Mercury cercava una persona che gli facesse le pulizie in casa e io, ecco, Floyd, mi ha accettato! Ma da ora in poi mi chiamerò William Carson. Intesi?”

Se lo dice lui… Capii solo in seguito che non era uno scherzo, quando a fine estate 1987 vidi un annuncio di Raymond Still che aveva bisogno di un volontario per un esperimento scientifico con HIV ma, appena provai a chiamarlo per offrirgli la mia disponibilità, lui mi annunciò di aver già trovato due persone.

Era destino evidentemente, i miei vecchi amici avrebbero fatto parte da soli del progetto “HIV Boom” e io mi rassegnai al ruolo di agente irreprensibile, nonché padre del piccolo Riccardo Preziosi Turnpike.


1988: Sunshine

Maledetto telefono che inizia a squillare sempre nei momenti meno opportuni: Riccardo si era appena addormentato e anche Arianna, esausta, aveva ceduto al sonno; sperando di non svegliarli mi precipitai all’apparecchio e risposi: questa volta era Adrian Sokolov, il russo.

“Turnpike”, mi disse piangendo; “ho bisogno di te!” Sapevo che se ne era andato a San Pietroburgo per stare vicino ai suoi familiari ma senza dirmi altri dettagli.

“Trovami un passaporto falso”, mi disse; “poliziotto ti prego aiutami non scherzare devo venire in America a qualunque costo.”

“Chiedi agli altri”, gli suggerii. “Kevin, Raymond, Mark, possibile che nessuno possa aiutarti? Io sono incasinato, Adrian!”

“FLOYD”, gridò. “POSSIBILE CHE NON CAPISCI? Kevin e Mark hanno fatto un casino.”

Rimasi in silenzio: per quanto ne sapessi, Kevin era andato in Pensylvania per un’indagine e Mark era a Londra!

“Hanno ucciso una ragazza, Turnpike! Qui a San Pietroburgo! E c’è anche una bambina di mezzo. Quella non era una puttana come le altre, stammi a sentire!”

Come facevo a salvare il culo a Kevin per l’ennesima volta, adesso? E perché a chiedermi il passaporto falso era Adrian?

“Lei era italiana, Floyd, la chiamavano Sunshine ma il suo nome è Maria Sole. E ti dirò di più, era una del gruppetto di cinque ragazzi che andavano appresso ai Queen.”

Già, loro, quei ragazzini più furbi di noi che si rifugiavano in camerino con Freddie al posto nostro. Pensai subito a come dirlo ad Arianna, chissà se aveva mantenuto i rapporti coi vecchi amici? E la bambina, chi sarebbe stata?

“Di certo non hanno rapito la piccola”, mi rassicurò Sokolov; “visto il freddo che fa qui sarà deceduta. Poco male, ma adesso devo andar via di qui perché altrimenti mi fanno fuori! Aiutami, fammi passare per morto!”

“Chiedi troppo, russo”, sospirai; ma lui fu irremovibile: “Io non ero d’accordo che la uccidessero, ero innamorato di lei e mi avrebbe dato il virus nell’altro modo… Voglio denunciarli.”

Gli procurai il passaporto a nome Ryan John e in pochi mesi lo aiutai a trasferirsi in America, dove acconsentì a diventare la mia fidata spalla; nessuno parlò più di Maria Sole, e fui io a costruire nei media il mito del Dissanguatore.


2023: Dissanguatore, è finita!

“Maria Sole, la mia Sunshine, lei non c’entrava niente!” Freddie tiene il coltello a mezz’aria con la mano fasciata e tremante; ancora l’odore del disinfettante mi blocca il respiro e cerco di ricordare pochi secondi prima, quando sentivo sulle labbra il suo sangue; la medesima sensazione di quando, nel 2014, con grande dolore ero stato costretto a uccidere Arianna per farla stare in silenzio ma, soprattutto, regalare la positività a nostro figlio Riccardo.

“Turnpike! Quegli stronzi stavano rovinando tutto”, urla Kevin stringendomi la spalla sinistra. “La puttana che ti portavi a letto s’è infilata nel laboratorio di Raymond e ha rivelato a Freddie i piani del protocollo HIV Boom! E Sole, se la faceva col russo. Non potevamo lasciarli vivere!”

“HIV Boom”, Freddie ripete quel nome a bassa voce come se stesse pronunciando una formula magica distruttiva; “io non sapevo niente, mi sono solo divertito! Arianna, Lorenza e Loredana, poi Lorenzo… ma con Sole è stato diverso. L’ho amata! E soltanto dopo l’ultimo concerto a Wembley mi ha raccontato dello studio che il gruppo voleva iniziare col professor Raymond Still.”

“Sai Mercury. Ho anche pensato di tagliarle soltanto la lingua e rimandartela ancora in vita dovunque tu fossi”, Kevin gli sorride beffardo. “Almeno non avrebbe parlato! Invece dopo che l’ho presa da dietro lottava. Maria Sole lottava duro, allora le ho dato un colpo in testa e Mark ha fatto il resto. Appena ho capito che la bambina si era salvata, sono tornato in America e ho aspettato il momento buono. Ho atteso 10 anni, e finalmente nel 1998 l’ho avuta in adozione!”

Bella storia da raccontare ai media per togliere ogni sospetto da Kevin sugli omicidi, e io avevo appoggiato in pieno lui e la donna che da anni gli era accanto: la dottoressa infettivologa, allieva del prof Raymond Still, che adotta la piccola orfana russa insieme al marito poliziotto.

Troppo bello per essere vero, convinti che Freddie Mercury fosse morto volevamo dissanguare la piccola, ma quando Ray Still ha dato a Kevin le prove che quella era una notizia falsa abbiamo cambiato i piani: liberarci dei testimoni scomodi e agire da soli, con calma. Tempo al tempo e infatti avevamo ragione: eccoci qua, io e Kevin davanti all’origine del nostro agognato virus.

“L’arma biologica si farà”, urlo e tendo le braccia verso Freddie sperando di prendergli il coltello che lui, però, ha già messo in tasca. “Che tu voglia o no HIV Boom vedrà la luce!”

“Questo lo credi tu, negativo! Ammazzami pure e sarà tutto inutile.”

Dentro la mia giacca e lo zaino non ho coltelli, rimpiango di non essermeli portati via e nemmeno Kevin ha provveduto, lui che da quarant’anni ha sempre fatto il lavoro più sporco.

“Neanche perdete tempo”, Freddie insiste a guardarmi con aria di sfida ma sereno. Troppo tranquillo, non certo come uno che vede la morte in faccia.

“Il mio HIV”, continua guardando fissi negli occhi me e Kevin. “Lo tengo bloccato coi farmaci da minimo vent’anni; neanche volendo potrei diffonderlo, la mia carica virale è a zero! Anzi, non rilevabile! Come lo fai HIV boom, col culo?”

“Confermo tutto”, Kevin sorride serafico; “se ne sta occupando la dottoressa Evelyn Sloan, mia moglie.”

“E ti dirò di più, papà”, Riccardo si alza dalla sedia e mi spinge di lato, per mettersi davanti a Freddie: “ho buttato via le provette dei reagenti che aveva composto Ray, sostituendoli con acqua ossigenata. Quella merda è andata a finire tutta nel cesso dove deve stare!”

Puttana, puttana, puttana. Solo questa parola mi viene e neanche so a chi rivolgerla, tradito dal sangue del mio sangue; impugno la pistola, carica, e sparerei anche a mio figlio se necessario.

“Poi c’è anche un’altra cosa che non sai, Floyd”, stavolta Riccardo cambia tono di voce e indica Freddie: “è lui il mio padre biologico, non tu! E in quanto a me, ecco, sono positivo da sempre! Dalla nascita!”

Potrei sparargli, ma ancora mi manca una risposta: “allora dimmi, bastardo, ho ucciso la mamma per niente!”

“Mia madre è viva e vegeta”, Riccardo parla come se si stesse liberando di un peso. “E tu hai ucciso una sosia negativa. Mi hai iniettato sangue sporco.”

“E io l’ho nascosta per portarmela a letto”, aggiunge Kevin; “ma anche Arianna è non rilevabile e mi ha lasciato vuoto…”

Basta, non mi escono più le parole, e il braccio si muove in automatico: uno, due, tre proiettili. Tre corpi a terra; Kevin bocconi accanto a me, Freddie e Riccardo abbracciati uno all’altro. Manca solo l’ultimo colpo, l’inevitabile conclusione di una vita all’insegna dei fallimenti.

“Vedi di non fallire anche qui”, mi sembra di sentire una voce ma forse viene solo dalla mia testa… è giunto il momento di puntare la canna e premere, non ho più niente da fare e dire in questo mondo.


Nota degli autori, la fine del dissanguatore

Il 7 maggio 1987 è stato pubblicato effettivamente un articolo a firma Paul Prenter, su The Sun, che parla di due uomini morti per AIDS i quali avevano a inizio anni 80 avuto una relazione con Freddie Mercury.

Poi, rivolgendoci ai lettori: pensate che siano tutti morti? Vi sbagliate ma non possiamo dire altro.

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