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Tu chiamami se vuoi, dissanguatore!

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MONDO REALE: il seguente post fa parlare il Dissanguatore, l’antagonista in assoluto ma del quale non sono mai state spiegate fino in fondo le ragioni: perché vuole il virus HIV di Bugliano? Perché cerca di dissanguare Freddie e i suoi amici? Cosa sapevano le sue vittime, per quale motivo in mezzo ai positivi degli anni 80 ha voluto scegliere proprio loro? L’attesa è finita! Questa è la prima parte della storia.

AVVISO PER I LETTORI: noi non siamo violenti e anche parlando del serial killer cerchiamo di essere meno cruenti possibile ma, avendo visto sempre qui su WordPress altri autori pubblicare erotismo o racconti crime più crudi dei nostri, vogliamo farci un po’ meno scrupoli e aggiungere un po’ di tensione. Dopodiché, se basta il sangue positivo a spaventarvi, insomma al posto dei PlusBrothers c’è sempre Disney PLUS da andarsi a vedere!

Chi ha l’intestino debole può indossare gli appositi pannolini o se non ne ha a disposizione, aspettando il corriere che glieli porti, può guardarsi qualche film lì mentre aspetta la pubblicazione del prossimo post ma non si lamenti se poi non capisce più la storia. Lettori avvisati, mezzi salvati.


Insuccessi

Negativo, ancora; l’ennesima singola linea dopo un’inutile attesa. Quarant’anni che mi impegno stringendoci amicizia e lavorando in mezzo a loro, ho facilitato la loro esistenza anche quando avrei potuto ammazzarli tutti, e cosa mi hanno dato in cambio? Il nulla, nulla cosmico!

Guardo la pistola ancora nelle mie mani e controllo il caricatore. Mi sono rimasti pochi proiettili di cui uno è andato a piantarsi sul muro, eppure mi sembrava di aver colpito il cigno bianco caduto fra le braccia della giornalista; chissà se è morto poi! Neanch’io riesco a far mente locale, provo una rabbia così forte da avere difficoltà anche a capire chi sono.

“Papà, dammi retta, andiamo via ti prego!” Riccardo mi si avvicina e io tiro indietro la mano appena lui cerca di stringermela per confortarmi. Non voglio che tocchi la mia pelle negativa, ho sempre in mente quando al suo diciottesimo compleanno gli ho regalato il virus che tanto desideravamo entrambi; potevo fare metà di quel sangue prezioso col mio unico figlio invece alla fine ho compiuto il sacrificio di lasciarglielo tutto per consentirgli di diventare un uomo vero, libero e completo.

“Non ne posso più, figliolo, rassegniamoci abbiamo fallito, l’abbiamo perduto…” Ricky mi interrompe di nuovo: “basta, papà! Te lo dico per favore! Non fare passi falsi e fidati di noi, ti proteggeremo.”

“Ti proteggerò, dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo… Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai… Sei un essere speciale, avrò cura di te.”

In testa ho i versi di una vecchia canzone che io stesso gli cantavo quando era piccolissimo, ingenuo nella mia allora scarsa conoscenza della lingua italiana; quale persona attribuisce a chi ama, un fallimento dietro l’altro per definizione! Ora lo so, e comprendo cosa Riccardo nasconda dietro alla falsa premura.

“Noi chi! Cazzo, noi chi!” Mi altero ancora di più pensando al passato recente, a quando mio figlio si è impantanato fra le braccia della sindacalista fissata con l’ecologia. Non gli avrei consentito di arretrare di un passo rispetto ai nostri obiettivi, non per quell’amore che l’avrebbe portato fuori strada.

Il tempo di lanciargli un’occhiataccia e qualcosa mi distrae: dei passi cadenzati in avvicinamento nella sala vuota, una voce maschile a me troppo familiare che intona a bocca chiusa un brano dei Queen. Da dove era arrivato, si era confuso nella folla del Bugliano Pride? “Kevin!” Mi giro di scatto verso di lui e lo rimprovero: “ma ti pare il momento di cantare? Non hai visto cosa ci è capitato?”

“Capo! La devi finire, sei sempre a piangerti addosso! Io e Riccardo siamo davvero preoccupati per te! Sai bene che i test negativi possono cambiare, vero? Non è detta l’ultima parola amico mio!”

Sentirmi chiamare “capo” da Kevin Brown mi alza l’autostima per un attimo, consapevoli entrambi su cosa voglia dire avere i figli positivi mentre noi li vediamo crescere e soffriamo in silenzio; osservo Riccardo, vestito elegante ma senza cravatta quindi con la gola bella esposta e immagino di incidere piano piano la pelle liscia, il suo sangue caldo entrarmi goccia a goccia nelle vene dando vita a una nuova generazione di virus.

Col dito traccio il segno all’altezza della mia giugulare e Ricky, come se avesse letto il mio pensiero, sfodera un sorriso in mia direzione: “HIV non rilevabile, papà! Se tagli me, perdi tuo figlio e resti negativo comunque! Non posso né voglio trasmettere. A nessuno.”

Che ingrato! Senza rispetto per la mia lotta e sacrificio, incatena il suo HIV coprendosi di antivirali! Io stesso gli avevo ordinato di prendere le medicine quando ancora era un ragazzino immaturo, adesso però a quasi trent’anni è un uomo che dovrebbe garantire al nostro DNA e ceppo virale un futuro prospero anziché sfoggiare la sua sterilità umiliandomi davanti al collega più fidato.

“Dai, non prendertela capo”, Kevin mi incoraggia di nuovo tenendomi le mani sui fianchi; “ne sono certo, puoi ancora sperare! Sai quando la mattina ti alzi col sentore che finalmente la giornata gira per il verso giusto? Il cielo oggi dice bene.”

L’agente Brown e le sue rivelazioni mistiche: da quando lo conosco è fissato con l’astrologia e le cartomanti, sarà un sistema come un altro per convivere con la negatività. Lo rispetto ma non posso condividere specialmente dopo una lotta lunga decenni e della quale non vedo la fine.

Un sogno che si realizza

“Siete qui? C’è ancora qualcuno?” No, non è possibile, questo è un sogno, è il mio udito offuscato dalla rabbia che mi fa sentire quella voce; stringo con forza le mani a Riccardo e Kevin come per volermi accertare di non essere addormentato o allucinato e loro, per rispondermi, si ritraggono portandosi il dito indice alle labbra.

“Floyd Turnpike! Eccoti qua!” Ancora la voce, che stavolta mi chiama per nome.

Non sarebbe la prima volta che soffro di allucinazioni conseguenti a un lungo periodo di stress, adesso però la sensazione è così reale! Io e le persone a me più vicine, faccia a faccia con colui che inseguiamo da anni. Noi tre, davanti alla fonte del bene più prezioso. E per di più senza bisogno di costringerlo con le armi.

“Sono qui per te, Floyd”, lui è davanti a me e mi stringe le mani. Quante volte gli sono stato vicino mentre mi fingevo suo alleato senza mai poter godermi la sua essenza fino in fondo, e ora? Perché lui è qui davanti a me in carne, ossa e sangue?

“Questa è una trappola, Freddie”, anch’io lo chiamo per nome per accertarmi non fosse una finta; conoscendo tutti i personaggi virtuali che si creano con le nuove tecnologie ho ormai imparato a non illudermi più.

“Credo di aver vissuto a sufficienza”, mi accenna un sorriso mentre estrae qualcosa dalla sua giacca; “ho realizzato i sogni di tanti miei fan nel mondo allora adesso credo sia giunto il momento di arrendermi. Voglio che sia felice anche tu, Dissanguatore.”

Di fronte a Riccardo e Kevin rimasti in disparte a guardarmi, muovo un passo verso di lui. Il mio sguardo si blocca nel suo e tengo le braccia lungo i fianchi indeciso sul da farsi: amore o morte, potevo baciarlo, abbracciarlo, o dargli un colpo per stordirlo e poi… No, volevo che almeno lui fosse lucido fino in fondo e vedesse la propria vita trasferirsi al mio corpo; ancora una volta accarezzo la pistola e penso di puntargliela dritta alla giugulare ma no, il proiettile avrebbe rovinato ogni cosa. Volevo i miei coltelli, il mio contenitore.

Niente, è troppo forte il desiderio di sentire il suo corpo caldo e vivo a contatto col mio. Volevo stringerlo a me e portarlo nel mio posto sicuro, quella stanza dove già io e Kevin abbiamo preso il sangue ad altri positivi inferiori a lui ma appena provo ad allungarmi per abbracciarlo, mi spinge lontano: “non funziona così, Turnpike! Il mio sangue è tuo, ma prima voglio sapere perché lo vuoi.”

Così, a bruciapelo, una domanda simile? Come si fa a riassumere almeno tre decenni in pochi minuti? “Voglio solo che non ci siano altri morti”, insiste Freddie guardandomi dritto negli occhi; “so che tu sei in mezzo a questa storia e non mi posso perdonare che li hai uccisi tutti per causa mia. Finiamola qui una volta per sempre.”

Neanch’io avrei voluto uccidere, a dir la verità; ma siccome quelli non tenevano la bocca chiusa e rischiavano di svelare i nostri piani è stato necessario eliminare il problema alla fonte.

Non chiamatemi dissanguatore

Il sangue è passione, è l’essenza della vita; liquido rosso e ferroso che a occhio nudo ci fa sembrare tutti uguali, fosse per il sangue nessuna discriminazione esisterebbe al mondo; eppure eccoci qui, ancora una volta a guardarci nella nostra diversità: Freddie e Riccardo legati tra loro anche senza parlarsi, io e Kevin uniti da un’amicizia che sarebbe potuta finire da un momento all’altro. “Tu ormai dopo quarant’anni non puoi capire”, gli dico; “neanche ricordi più cosa significhi essere negativo.”

“Piantala Turnpike”, lo sguardo di Freddie mi brucia addosso e mi fa quasi paura: “perché li hai ammazzati! Cosa ti hanno fatto! Maria Sole, la mia Sunshine… Perché le hai tolto la vita! Hai reso mia figlia orfana.”

“Tua figlia?” Kevin interviene passandomi davanti, quasi temo che lui e Freddie possano affrontarsi a pugni. “Tatiana se non ci fossi stato io, sarebbe morta di AIDS! O intossicazione da farmaci! O venduta a qualche pervertito… Io, l’ho adottata. Io, l’ho salvata. Sono io il poliziotto che l’ha soccorsa per la strada in una fredda notte di fine anni 90! Sei fortunato che nel 1988 in Russia non abbiamo ucciso anche lei…”

Senza aggiungere una parola, afferro Kevin per un braccio come se lo volessi arrestare; già aveva fatto troppo casino in America nei primi anni 80, non potevo più consentirgli libertà di movimento. “Perché il tuo virus è una forza sovrumana”, rispondo a Freddie ignorando il mio collega e mio figlio; “è un super potere che noi tutti dobbiamo acquisire per difenderci! Se non ci fosse un potere occulto, perché nessuno sconfigge la sierofobia veramente? Ve lo siete chiesti mai?”

Dissanguatore, mi chiamano. Serial killer. Io però l’avevo capito fin da subito, dai primi anni 80! Avere il potere su quel virus voleva dire controllare le volontà della popolazione mondiale.

“Sì ma perché proprio il mio! C’era Rock Hudson, John Holmes, soprattutto John Holmes! Perché io!”

1983: la prima volta di noi cinque

“Uniti, come le dita di una mano”, disse Ray battendoci il cinque; ci eravamo conosciuti all’università di biologia, primo anno e finalmente era giunto il risultato definitivo. “Quei musi lunghi”, continuò Ray, “non dovete perdere la speranza avete capito?”

Non perdere cosa! Eravamo quattro bocciati su cinque: Floyd Turnpike, Kevin Brown, Mark Wilson e Adrian Sokolov. Tutti respinti, a eccezione dell’unico promosso con lode: Raymond Still.

“Sicuramente hai venduto il culo agli insegnanti”, insinuai fissando Raymond; “ma la verità verrà fuori…” Adrian restò in disparte con un giornale in mano, tra noi cinque è sempre stato quello più introverso. “Il russo” lo chiamavamo, date le sue origini sovietiche e per questo tra noi americani e inglesi si sentiva inferiore. “Sempre a pensare al culo”, ci sorrise ostentando l’accento russo; “avrete sicuramente un desiderio nascosto!”

“Sì”, fu Mark a prendere coraggio e posò la mano sull’articolo che Adrian stava leggendo: “se non possiamo studiare in modo legale, ci rifaremo in altro modo! Fammi leggere questa cosa del virus… HIV, l’anno isolato finalmente! Questa cosa dell’AIDS mi affascina.”

“Sei pazzo”, bisbigliò Kevin; “con quella roba si muore, non è uno scherzetto…”

“Appunto”, sottolineò Raymond; “dobbiamo fare in modo che il virus ci segua: io avrò accesso ai laboratori e potrò farlo modificare. Voi dovrete…” “Infettarci e trasmetterlo?” chiese Adrian sorseggiando poco convinto la sua birra; “onestamente non mi va tanto di fare da cavia!”

“Russo e con l’AIDS”, lo presi in giro; “neanche un film dell’orrore si inventerebbe un simile mostro!” Non l’avessi mai detto: finita la birra, senza dire una parola, Adrian colpì il bicchiere con un pugno violento e lo fece andare in mille pezzi; ma anziché pulire, Raymond fu il primo ad avere l’idea e iniziò a succhiare il sangue dalla mano di Sokolov, noi seguimmo a ruota.

“Pensa, fosse stato positivo”, sussurrò Mark Wilson; “adesso oltre che amici potremmo essere fratelli… Dovremmo trovare una persona disposta ad aiutarci in questo senso.” Kevin nascose a fatica il proprio imbarazzo, era così evidente la sua eccitazione fisica! “Non ci vuole una persona qualunque”, propose Ray; “una celebrità! Dobbiamo studiare e modificare l’HIV di una celebrità, dopodiché…”

Scossi il capo, figuriamoci se un personaggio famoso avrebbe acconsentito di venire con noi per farsi spaccare un bicchiere in mano, Mark Wilson però azzardò una proposta: “mandare il russo in giro per i locali gay anche no. Io sono fidanzato e se ci vado il mio compagno mi ammazza… Non resta che attendere la prima notizia di un VIP con l’AIDS, che dite? Brown, Turnpike, voglio sentire voi, culo e camicia!”

Io e Kevin siamo sempre stati quelli più legati uno all’altro ma da sempre ci definivamo etero convinti: l’opzione locali gay quindi sarebbe stata esclusa! “Non per essere un guastafeste ragazzi”, dissi alla fine; “ma se sapremo di una celebrità sarà dopo la sua morte! Chi andrà a dire in giro di avere il ‘cancro dei gay’ secondo voi?”

“Sentite”, si spazientì Ray Still; “se è vero ciò che dicono i giornali, HIV è un virus. Trasmissibile col sangue e i contatti sessuali; vuoi che sia capace di infettare solo i gay? Assurdo! Un virus mica ti chiede di fare coming out… Facciamo così. Dividiamoci tutti, Brown e Turnpike vanno a donne, il russo guarda i media, io e Mark pensiamo ai VIP. Che ne pensate?”

Andare a donne per un obiettivo scientifico? Io e Kevin ci battemmo il cinque e il contatto fra le nostre mani mi portò un’idea: “prima di dividerci uniamoci”, proposi; “almeno se non siamo positivi saremo sempre parte uno dell’altro!” A turno ci tagliammo coi vetri del bicchiere infranto e unimmo il nostro sangue in ogni modo possibile. “Alleati per sempre”, dissi alla fine; “ora salutiamoci e ognuno con la propria missione, d’accordo?” “Sì”, replicò Mark senza nascondere la propria commozione; “io già avrei in mente anche quale celebrità potrebbe aiutarci, lui è una leggenda del rock e gira per i locali gay… Se non è HIV positivo poco ci manca. Non posso dirvi altro!”


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DISCLAIMER

Le storie ambientate nel “Mondo Positivo” sono opere di pura fantasia e non rappresentano fatti o persone reali. Gli autori, attivi da tempo nella lotta a HIV e AIDS, utilizzano queste narrazioni per contrastare lo stigma legato all’infezione.

Si sottolinea che tali racconti non incoraggiano comportamenti dannosi per la salute ma la finalità è sensibilizzare sulla prevenzione educando al rispetto per le persone che vivono con l’HIV.


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