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Fingersi morti

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Qual è la decisione più difficile che tu abbia mai dovuto prendere? Perché?

Riprendiamo il racconto del Mondo Positivo dalla storia di Arianna Preziosi: l’ex insegnante di musica mamma di Riccardo e Lisandro, fa i conti con la sua difficile decisione presa nel lontano 2014: avere in mano informazioni pericolose con la responsabilità di due figli da proteggere, nei casi estremi, può indurre anche a fingersi morti.

MONDO REALE: in realtà anche per noi sarebbe bello, fingersi morti facciamo dal 2 dicembre al 10 gennaio (si è capito che siamo allergici al natale?) Solo un pochino, dai!


Freddie, 2023: a cosa è servito?

Fingermi morto per trent’anni, nascondere la mia identità col rischio di farmi prendere per un criminale, e ora? L’aula di musica sembra il magazzino degli oggetti inutili ed è svanita anche l’illusione di insegnare canto qui a Bugliano.

“Inutile piangersi addosso, Freddie”, Arianna Preziosi è accanto a me, persa tra i vecchi spartiti di musica classica; “anch’io mi sono finta morta per anni, cosa credi? Che sia stato facile rinunciare ai miei figli?”

“Io neanche sapevo di averli”, le rispondo. “Né Tatiana, né Riccardo. Ma tu, il secondo, potevi tenerlo! Per quale motivo l’hai dato via come un pacco!”

Lei resta in silenzio; so di averla ferita, era questa la mia intenzione dopo che tutti i miei presunti amici qui al campus non si sono opposti alla vendita del mio pianoforte. “Stiamo arrivando a odiarci, Freddie”, stavolta è lei ad avere le lacrime agli occhi; “e per qualcosa che nemmeno è colpa nostra.”

Come le rispondo, adesso, è palese che mi sta nascondendo qualcosa, e forse l’unico modo che abbiamo per sfogare le nostre emozioni è suonare.


Arianna, 2014: fingersi morti

Uscii dal bagno col test di gravidanza tra le mani; quel risultato non ammetteva repliche e il mondo sembrò dividersi in due: presi lo smartphone e cercai il contatto di Valentino ma appena rispose alla telefonata dicendomi “ciao, Gifter”, chiusi immediatamente. Gli avevo dato il virus, di comune accordo avevamo chiuso la nostra relazione clandestina convinti di non avere alcuna conseguenza ma adesso? Aspettare un figlio da un mio allievo avrebbe messo in cattiva luce lui e distrutto la carriera a me.

Puntuale come era sempre stato, mi richiamò e finsi che la linea fosse caduta. “Dai, Ari, non piangere”, mi disse; niente gli sfuggiva della mia voce ormai e, ovviamente, la bugia del raffreddore non funzionò.

“Mi spiace per oggi, avrei dovuto dirtelo, Arianna scusami… Devi portare quelle carte alla polizia e convincere Alison a parlare…”

Lo lasciai sfogare, ma nessuna delle spiegazioni che cercavo mi venne data. Mai piaciuta Alison, quella ragazza col fatto di essere la nipote di un importante scienziato americano si sentiva intoccabile e trovava sempre le scorciatoie per passare ogni esame pur non meritandolo; Valentino si era innamorato di lei, faceva affari assieme, cosa c’era? Mi puzzava tantissimo la simpatia che ostentavano fra loro.

Quel giorno però la mia allieva peggiore aveva superato se stessa chiudendosi nell’armadio dell’aula mentre Valentino era da solo con me, ed era uscita proprio quando il mio ex amante mi consegnava dei documenti; tempismo perfetto, troppo perfetto. “Adozioni illegali”, era venuta a dirmi, e io non avevo battuto ciglio!

“Devi portare quel materiale alle forze dell’ordine, Ari”, Valentino insisteva; “perché il giro va avanti dagli anni 80 e ancora ci sono persone in pericolo… Non l’ha fatto Alison, fallo tu…”

E io non lo feci. Anzi, consapevole della mia gravidanza lessi i documenti sulle adozioni fino in fondo; troppe persone che conoscevo e amavo si erano avvalse di quei servizi per avere dei bambini o liberarsi di figli indesiderati, anche l’associazione BLAH – Bugliano Lotta Anti Hiv era coinvolta così sfruttai l’occasione per diventarne socia! Bloccai Valentino dai contatti e quando nacque il piccolo Lisandro lo lasciai tra le braccia di Alison, diventata nel frattempo mia amica. Non avevo alcun dubbio o rimorso, con le informazioni di cui ero a conoscenza potevo rischiare la mia vita ma non quella di un bambino innocente!

Restava però il figlio grande: come avrei potuto dire a Riccardo che non ci saremmo visti e sentiti più, come potevo sparire? Fu Alison a darmi l’idea quando mi rivelò che già un’altra persona si stava fingendo morta da un paio di decenni; ignorando inizialmente di chi si trattasse, mi incuriosii e pagammo una sosia che si prestò a sostituirmi, e finì nelle mani del Dissanguatore mentre io restai per quasi un decennio con l’identità di Chiara Athena.


Arianna, 2023: inutile pianola giocattolo

“Arianna, ehi, sei con me?” Freddie è seduto sullo sgabello con lo spartito in mano e io, accanto a lui, scaccio via i ricordi leggendo il manuale della pianola diventata ormai strumento definitivo qui in aula di musica: risale agli anni 80, a quando io ero una ragazzina; ne avevo trovato una simile nel negozio dove ho trascorso mezza adolescenza e il cui gestore mi aveva preso in simpatia. Nella mia testa si affollano altri ricordi, stavolta ancora più dolorosi e difficili da condividere.

“Sembra proprio la tastiera che aveva Benny”, sorrido a Freddie che, impacciato, prova a suonare le prime note del brano “love of my life” tirandoci fuori solo una inascoltabile cacofonia.

“Voglio, pretendo il mio pianoforte”, lui si alza in piedi e ho appena il tempo di bloccarlo prima che spingesse con violenza la pianola giù dal banco. Mi siedo al suo posto e sollevo lo strumento, girandolo sottosopra; è un miracolo che funzioni ancora e soprattutto che si sia mantenuto in così buone condizioni perché malgrado l’età, è stato forse toccato da poche persone. Sarà costato cinquanta, cento mila lire negli anni 80 e chissà, forse nel 2023 l’hanno comprato a migliaia di euro. Classico giocattolo per insegnare la musica ai bambini, i numeri associati a ogni nota sono ancora leggibili.

“Non mi risulta che Benjamin suoni”, Freddie mi guarda perplesso. “Lui scrive ma è negato con la musica, a proposito dobbiamo ancora finire di svolgere gli esercizi che ci ha assegnato!”

E a chi importano gli esercizi di scrittura creativa adesso! Rimango in sospeso, fra il sorriso e la malinconia: “il nome è simile però il prof Bruckner non c’entra. Chi dico io era un negoziante qui di Bugliano, punto di riferimento per qualunque amante della musica.” Sono passati quasi quarant’anni e ancora mi fa male il ricordo di quella persona.

Benny non vendeva solo dischi ma era tanto lungimirante da capire, a neanche trent’anni, che per amare la musica dovevi crescerci assieme, con ogni mezzo possibile per imparare giocando.

Così la sua “stanza magica” come chiamava il suo negozio, abbondava di flauti e chitarre, pianole e fisarmoniche, tappetini sonori, uno stimolo al gioco per ogni età compreso un magnifico pianoforte da costruire coi mattoncini! Quanti sabati pomeriggio passati lì con la mia migliore amica, quel luogo ha sancito per me l’inizio di una nuova esistenza. Nel vero senso della parola.

“Sai Freddie, è grazie a lui se sono venuta a Wembley, se io e te ci siamo incontrati… Insomma se ci siamo rivisti anche dopo, e abbiamo concepito Riccardo. Pensa se non mi avesse procurato i biglietti!”

In silenzio lui mi regala una carezza sui capelli mentre continua a guardare il fondo della pianola su cui era visibile un numero di serie sbiadito dal tempo, di cui si leggevano solo un paio di caratteri, ma sufficienti a capire che era proprio il giocattolo che conoscevo!

Freddie però non fa caso alla scritta e fissa con insistenza la griglia dell’altoparlante sul lato sinistro, vicino all’interruttore. “Perdonami Arianna, ma io la spengo, fa un rumore infernale e poi mi sembra di sentire…”

Puzza di bruciato, sì, sta iniziando a surriscaldarsi e la cosa non è bella affatto. Ora che è spenta possiamo anche smontarla, volendo!


Freddie, 2023: rivelazione inattesa

Se lo dice Arianna, faccio finta di crederci per amore suo. Questo giocattolo di qualità discutibile ha un valore per i collezionisti? Cosa mi sono perso dandomi morto per trent’anni, il senso del gusto è andato definitivamente al diavolo. E pensare che quando ancora cantavo coi Queen ero abituato ad acquistare oggetti antichi e veramente preziosi che sono stati venduti all’asta per miliardi! Non possono aver preso questa cianfrusaglia coi soldi del mio pianoforte.

Stacco il cavo elettrico e prendo fra le braccia la pianola, tentato di lanciarla giù dal balcone ma non appena la appoggio sul tavolo mi rendo conto che dall’altoparlante è caduto un cartoncino! Ha l’aspetto di un biglietto da visita, rigido e rettangolare, neanche una piegatura; così ben incastrato all’interno della griglia che nemmeno ci eravamo resi conto della sua presenza.

Non può avere tanti anni questo, anzi, io e Arianna conveniamo guardandolo che al massimo l’abbiano infilato nell’altoparlante qualche ora fa. soprattutto per la scritta “LGBT” e una freccia, che porta all’altro lato del biglietto. Enigmi, sigle, un gioco inquietante a ricordarmi pericolosamente il killer dissanguatore e il suo suicidio, avvenuto davanti ai miei stessi occhi.

“Let Gifter Benny Talk”, leggo più e più volte dietro il biglietto, la frase che per me appariva come un’esortazione; c’era anche la traduzione italiana, “Lasciate Gifter Benny Testimoniare”; guardo ancora una volta il piano giocattolo, poi gli spartiti e di nuovo Arianna: come faccio adesso a mantenere il segreto! Solo io dovevo conoscere certe circostanze e ora? Chi mi ha tradito, chi può mettermi ancora in pericolo?

“La pianola di Benny”, Arianna è in piedi davanti alla porta e indecisa sul da farsi; “e qui abbiamo un bigliettino che parla di Ben Bruckner. Cos’ha combinato il prof, ha dato HIV a qualcuno? Perché l’altro… Sì, Benny che conosco io era negativo!”

“Negativo? Davvero? Una volta forse”, le sorrido e la stringo a me; “vieni via che io e te dobbiamo parlare.”

La prendo per mano e, insieme, usciamo nel corridoio; ormai è notte e l’intero campus è immerso nel buio, col telefono di Arianna a fungere da unica fonte luminosa. Scendere giù in sala break, non se ne parla. Potrebbe scattare l’allarme; girato l’angolo, vediamo la luce accesa nell’aula di informatica e Arianna si ferma di fronte alla porta: “scommetto che Riccardo sta ancora ai videogiochi, gli facciamo un’imboscata?”

Le stringo con decisione la mano, stiamo per affrontare una questione delicata e di Riccardo è meglio non fidarsi. Se fosse lui, il nostro stesso figlio, ad aver scoperto il segreto e tradirci? Un’idea spaventosa ma plausibile, l’esperienza con l’integerrimo poliziotto rivelatosi uno spietato omicida seriale ci aveva insegnato abbastanza e non potevamo più permetterci un passo falso.

“Ma di quale segreto…” Non le do il tempo di finire la frase e la spingo in bagno. Almeno qui siamo sicuri, non ci sono microfoni e videocamere in agguato. “Io, ecco, Benny mi ha dato il virus!”

“Non scherzare, Fred”, lei si mette a ridere di gusto; “figurati, lui positivo, in quegli anni… Non prendermi per il culo! Sarebbe morto per AIDS nel giro di pochissimo!”

Le appoggio un dito sulle labbra e la spingo addosso al muro, fino a bloccarla: “Si muore col virus altrui forse. Ma non col nostro HIV! Il mio, che è il tuo, che prima apparteneva al negoziante di dischi.”


Freddie, 1987, Londra: legame di sangue

“Possiamo tentare delle cure”, mi disse il medico; “ma purtroppo devo avvertirti, non sembrano molto efficaci… Hai capito?” Strinsi i pugni e le labbra senza degnarlo di uno sguardo; non poteva essere, non AIDS, non a me. “Ho ancora tanto da dare”, risposi affranto; “morire così presto… No… Non io.”

Aprii e chiusi le dita simulando la tastiera di un pianoforte sul tavolo del dottore: quanto ancora avrebbero funzionato le mie mani, entro quando avrei smesso di ricordare anche le sette note? Il mio respiro si bloccò in un singhiozzo mentre dagli occhi iniziarono a scendere le prime lacrime; non era giusto, dovevano essersi sbagliati! “Senti Freddie”, il medico mi rivolse un’occhiata sgradevole e cinica. “Io sono un luminare della scienza e devi fidarti di me per forza…” Aveva colto nel segno, lui era l’ultimo fra i dottori che avevo consultato dopo la prima diagnosi. “Hai già contattato i tuoi ultimi partner sessuali, spero. Perché secondo me sono parecchi…”

Quelli non erano affari suoi! Indignato, me ne andai senza un saluto ma il saccente mi seguì con un foglio tra le dita: “contatta questo”, mi disse dandomi le spalle; “Raymond Still di Chicago. Lui pare stia facendo esperimenti, non so altro, vedi tu…”

Ray Still, Ray Still, il fanatico che mi seguiva ai concerti! Sì, lui e i suoi amici! Erano in cinque e non avevano decisamente la testa a posto. Ma chissà, se Ray era diventato medico, forse…

Il mio amico e tuttofare Peter, discreto come sempre, evitò di farmi domande. Capì dal mio sguardo cosa mi fosse accaduto e mi riaccompagnò a casa. “Se hai bisogno di parlare sono qui, e lo sai!” Gli chiesi di restare con me, non me la sentivo di rimanere da solo in quel momento. “Gli italiani”, piansi sulla sua spalla; “quattro ragazze, un ragazzo e un uomo… Ho fatto loro del male.”

Ricordavo bene i loro volti, erano venuti al Live Aid 1985 e anche ai concerti di luglio 1986 a Wembley; come potevo dimenticare il loro calore e simpatia, tutti e sei avevano un posto in prima fila, i nomi però non erano il mio forte e mi era rimasta impressa solo la città di provenienza, Bugliano, scritta sulle t-shirt che indossavano.

Bugliano. BUG Liano. Ora, la parola “bug” all’inizio del nome, assumeva un significato decisamente diverso e chiesi a Peter di cercare un contatto con quella località. “Dai”, mi disse; “se l’anno passato mi hai fatto correre in lungo e in largo per procurare i biglietti a quel negozio di dischi! Perdi già la memoria, Fred? Ti sei già scordato tutto?”

Dell’AIDS e i suoi effetti sapevo solo che il cervello avrebbe perso ogni capacità e urlai contro il mio amico: perché, cosa c’era che non andava, mi avevano appena dato la notizia e già perdevo colpi? “Un attimo, Peter, il negozio, aspetta… Sì… Bugliano. Music around…”

“Musica intorno”, mi corresse lui in un goffo italiano; “forse forse sulla tua rubrica il numero c’è ancora.”

Si avvicinò alla mia scrivania e, da un cassetto, tirò fuori un enorme volume: una rubrica telefonica rilegata in cuoio, con le lettere dell’alfabeto visibili sugli angoli delle pagine una sotto l’altra. Aprì subito la lettera m e scosse la testa; “Musica Intorno” non c’era, neanche sotto la A come “Around music” né tanto meno “Music around.”

Stava per desistere e mettere di nuovo la rubrica nel cassetto ma io gliela tolsi di mano; ricordai per un attimo la serata del 9 dicembre 1980 quando alla commemorazione di John Lennon mi ero portato a casa un ragazzo, quello però non era italiano e poi l’avevo giusto incrociato in clinica poco prima, mentre attendevo il mio turno per sapere la mia sorte.

“Eccolo trovato!” esclamò Peter all’improvviso, col dito puntato sulla pagina della L; “Benny Ladder! L’unico che abbia il prefisso italiano davanti, fra le centinaia di numeri che hai qui!” Ladder, giusto. Avevo scritto la traduzione in inglese del cognome, così da ricordarlo meglio.

Me la dovevo sbrigare da solo con quell’uomo, perciò mi scrissi a penna il numero su una mano e uscii. Nessuno dello staff mi doveva sentire e, sfidando il rischio di essere preso di mira da qualche fan, acquistai una abbondante scorta di gettoni poi mi recai al primo telefono pubblico.

Fortunatamente nessuno era nei paraggi e io riuscii a isolarmi nella cabina, a comporre il numero. Uno squillo, poi due, poi tre e alla fine sentii una voce maschile dal ricevitore.

Parlai più lentamente possibile e gli dissi che cercavo Benny Ladder, ma appena capii che era proprio lui e mi aveva riconosciuto, rimasi in silenzio. “Freddie, mi senti? Sono io, sì! Beniamino La Scala! Sono Benny! Che piacere sentirti!”

“Possiamo discutere liberamente?”, gli domandai a bassa voce, consapevole di quanto fosse importante quel momento e che i soldi a mia disposizione per la chiamata, diminuivano ogni secondo.

“Oh, sì, certo! Sono qui in negozio da solo…”

Non lo lasciai finire la frase e glielo dissi senza cercare mezze parole: “ho l’AIDS Benny e forse ce l’hai anche tu. Vatti a fare…”

“Lo so bene”, replicò l’altro; “era tutto programmato. Io, te, i ragazzi, ora siamo legati col sangue. Benvenuto in famiglia, Fred…”

“Maledetto bastardo”, gridai incurante che un gruppo di persone si avvicinava alla cabina. “Vuoi dire che mi hai contagiato apposta e io l’ho dato in giro…”

Nel giro di pochi secondi mi era caduto il mondo addosso, in una situazione così surreale da sembrare un incubo; lui però, senza curarsi delle mie emozioni né dei gettoni che mi finivano, continuò per la sua strada:

“Ci siamo visti nel 1981 dopo Montreal, era un esperimento scientifico con Ray Still…”

Ancora una volta quel nome, Ray Still. Lo stesso che mi aveva suggerito il medico per le nuove possibili cure. Stai a vedere che è un criminale senza scrupoli capace di diffondere il virus dell’AIDS al mondo intero per chissà quale fame di gloria? Chiusi la comunicazione senza ascoltarlo e corsi a casa in lacrime, intenzionato ad andare a fondo sulla faccenda di Raymond Still: se era come pensavo, dovevo fermarlo.


Arianna, 2023: in cerca di un segreto

Già sono due ore che stiamo chiusi in bagno, abbracciati, le mie lacrime che ormai hanno bagnato il maglione di Freddie; torno con la memoria a quando ero ragazza e i pomeriggi a suonare e cantare nel negozio, ripenso a quante volte Benny si fosse offerto di aiutarmi con Riccardo piccolo che inevitabilmente aveva sconvolto i miei piani di studio.

Meravigliosi i giorni in cui il mio bambino giocava col suo, un teppistello che appena sfuggiva alla sorveglianza del padre gli mandava per aria il negozio. Erano tempi in cui nessuno protestava se portavi con te i bambini e te li tenevi vicino, Benny è stato un ottimo padre eppure ha fatto una fine orribile.

“Il teppistello era Adri, scommetto”, Freddie mi domanda curioso e io gli do in mano il mio smartphone aperto su un documento digitale a più pagine.

Erano articoli di giornale con le notizie sulla morte di Beniamino La Scala, vittima di incidente domestico nel 1998 fra cui diverse speculazioni che parlavano di suicidio.

Caso La Scala, polizia scientifica: “il lampadario è stato manomesso”

La vicenda era stata archiviata e conclusa facendola passare per una manomissione volontaria da parte dello stesso Beniamino, al fine di togliersi la vita.

“Probabilmente il senso di colpa l’ha devastato”, mi dice Freddie aprendo la porta della toilette; “chissà a quanti l’ha nascosto! Tu non sapevi che Benny avesse il virus, giusto? Io ho fatto pace con la situazione solo quando ho conosciuto gli amici qui al Campus e la natura del nostro HIV! Ma nell’87 se l’avessi rivisto l’avrei ammazzato io.”

Ignoravo completamente che fosse positivo e neanche quando gli avevo confidato di esserlo io, me l’aveva detto. né quando scoprimmo di esserlo tutti nel nostro gruppo! Loredana e Lorenza Volta, Lorenzo e Maria Sole Solari…

“Sole, Sunshine… La mamma di Tatiana. Della mia Bulsara. Beniamino l’ha dato a me e io l’ho passato a voi.”

Non aveva senso l’idea che Beniamino si sentisse colpevole se, come aveva detto a Freddie, era tutto programmato! Forse davvero la chiave sta nella frase del biglietto trovato sulla pianola giocattolo: “Let Gifter Benny Talk”. E ho anche in mente chi potrebbe averlo infilato lì dentro.

Freddie esce dal bagno e io lo seguo a distanza ravvicinata, è palese che ha perso la pazienza: “quindi tu mi stai dicendo che questo Beniamino aveva dei segreti e ha permesso che mi fingessi morto per decenni? Ha lasciato che anche tu facessi la stessa scelta? Teneva a Riccardo e ci ha costretti a lasciarlo nelle mani di Turnpike…”

Benny non poteva fingersi morto, avrebbe abbandonato così il piccolo Adriano… Sherlock. Si è sacrificato per lui ma no, non si è ucciso. Ne sono certa.


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DISCLAIMER

Le storie ambientate nel “Mondo Positivo” sono opere di pura fantasia e non rappresentano fatti o persone reali. Gli autori, attivi da tempo nella lotta a HIV e AIDS, utilizzano queste narrazioni per contrastare lo stigma legato all’infezione.

Si sottolinea che tali racconti non incoraggiano comportamenti dannosi per la salute ma la finalità è sensibilizzare sulla prevenzione educando al rispetto per le persone che vivono con l’HIV.


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