Resistenza e resilienza

Per superare millenni di evoluzione, ci vuole una buona dose di resilienza. E il nostro virus ne ha da vendere!

[A cura di: HIV di Bugliano]


Mi spiace per tutti gli umani stanchi di sentire questa parola, addirittura so che il Comune di Bugliano ha deciso di multare chiunque dica RESILIENZA a sproposito ma se sono qui in grado di aiutare gli studenti del #CampusIbuol è proprio perché io, di resilienza, sono un esperto. Nel corso dei millenni ho superato grandi glaciazioni e alluvioni, l’accanimento di Paura e Stigma nei miei confronti, credete forse che non vi possa raccontare quanto accaduto a San Pietroburgo nel 1988? Davvero? Non ho visto la faccia di chi ha ucciso la povera Maria Sole Solari perché ero troppo concentrato a salvare la bambina. Ma non ho alcuna paura di condividere le informazioni in mio possesso!

Era tanto dolce, Maria Sole; quando sono entrato nel suo sangue per merito di Freddie è stato il momento più felice della mia esistenza perché il mio istinto di virus sapeva che lei non sarebbe stata l’unica entità a cui mi sarei legato. Tempo dopo, quando ha scoperto di aspettare un bambino, ho sperato che si accorgesse di me ed entrassimo in sintonia invece si disperò e se la prese col mondo quando le dissero “sieropositiva”, il modo che gli umani hanno per definire il rapporto fra me e loro. A quel punto ho potuto solo farmi da parte e non darle alcun segnale, ma nessuno ha potuto impedirmi di affezionarmi al suo bambino poi rivelatosi una femmina.

Povera Sole, guardandomi indietro mi sono pentito di aver assecondato la sua rabbia; l’avessi mandata in AIDS quando stava ancora a Londra a suo dire per “una vacanza studio”, forse avrebbe potuto finire nello stesso ospedale di Freddie e riunirsi con lui. La piccola sarebbe rimasta accanto ai genitori da subito e saremmo stati una famiglia più unita che mai ma purtroppo è andata in modo diverso: il papà di Sole non ha accettato che lei mettesse al mondo un bambino senza un marito o fidanzato, e le ha imposto di sposare il proprio datore di lavoro russo in uno squallido matrimonio di convenienza.

Però tutto sommato quel Vladimir Sokolov neanche era male, non ha mai usato violenza contro la giovane moglie o la bambina. Impotente, sempre a letto perché pieno di vodka, ha garantito a Sole e la piccola una casa anche se non si è mai sbilanciato con gesti di affetto nei loro confronti. D’altronde il matrimonio gli serviva per mettere a tacere illazioni su una presunta relazione gay col padre di Sole. Che poi tanto presunta non era… Ma io sono uno dei pochi a saperlo! Beati gli umani ancora convinti che noi virus non vediamo la loro vera natura quando la nascondono dietro al falso perbenismo.

Bulsara

Tutti qui a Bugliano e nel resto del mondo la conoscono come Tatiana ma quello non era il suo nome: quand’è nata, a San Pietroburgo a casa con Vladimir, la piccola si chiamava Bulsara Solari Sokolova; avete capito l’impotente russo cos’ha combinato? Pur fregandosene della neonata, per evitare qualsiasi scandalo diplomatico con Bugliano ha voluto darle il proprio cognome! Ma Sole era certa che la bambina fosse figlia di Freddie e l’ha chiamata Bulsara; il vero cognome del padre biologico al posto del nome di battesimo! E in fin dei conti le è andata bene. Se anziché Bulsara Freddie avesse avuto un cognome impronunciabile? Sole poi è stata meravigliosa quando ha spiegato al proprio padre che il nome Bulsara è stato scelto per onorare Bugliano, Sara e basta non era sufficiente!

Un amore immenso

Ero io l’unico testimone di quanto Sole amasse la figlia. la allattava al seno, la teneva sempre pulita e vestita bene, le cantava in continuazione la ninna nanna e senza volerlo l’ha insegnata anche a me: “you are my sunshine, my only sunshine”! Io crescevo in simbiosi con la piccola Bulsara cercando di essere più discreto possibile. Non avevo alcun motivo di mandare in AIDS lei, né tanto meno Sole, perché in fondo il signor Vladimir non era uno stinco di santo ma a loro non faceva mancare proprio niente – almeno a livello di beni materiali.

La tragedia

Novembre, 1988. Da giorni eravamo pedinati. Ogni volta che Sole usciva con la piccola, c’era sempre qualcuno a seguirla! Naturalmente me ne accorgevo solo io ma non riuscivo a difenderle. Alzare loro la febbre o farle svenire non era la soluzione perché le avrei rese vulnerabili ed ero certo che quella non era gente con buone intenzioni. Allora mi limitavo a sorvegliare mio malgrado senza fare nulla, sicuro che prima o poi qualcosa nel bene o nel male sarebbe accaduto e avrei potuto fare la mia parte, almeno per salvare una di loro.

La mattina in cui cambiò tutto, Maria Sole uscì con la piccola a comprare alcuni generi alimentari perché il signor Vladimir come al solito era sfondato di vodka e non c’era verso di farlo alzare; così ci trovammo tutti assieme a fare la fila nel negozio ed io ascoltavo le conversazioni degli umani sempre preoccupati del clima, della politica, di tutte le loro situazioni apparentemente insormontabili. Giornata come tutte le altre per noi, io ignorato come sempre da Maria Sole che al primo colpo di tosse o dolore addominale mi insultava. “Maledetto HIV”, diceva. “Potessi morire tu! E prega di non aver contagiato mia figlia, stronzo!” Se solo avesse capito quanto ero affezionato a tutte e due!

Strano però, delle misteriose ombre inseguitrici non c’era traccia quel giorno; si erano forse stancate? Non ebbi il tempo di chiedermi altro, perché due uomini mascherati si avvicinarono a noi. “Signorina, la posso aiutare se vuole!” Portando la pesante borsa della spesa in una mano e spingendo il passeggino con l’altra, Sole annuì sorridente agli sconosciuti e allungò la borsa al più vicino dei due. Come potrei biasimarla, l’ultima volta che si era fidata di uno sconosciuto era con Freddie e non era escluso che la fortuna potesse bussarle alla porta anche in quel momento! Poi parlavano un italiano perfetto! Certamente non erano russi e sembravano quasi conoscerla, così ancora una volta rimasi ad osservare.

Il più alto fra i due si offrì di portare il passeggino di Bulsara e la madre accettò di buon grado, camminando affiancata a loro e finalmente con le mani libere. “You are my sunshine, my only sunshine”, canticchiò ancora tra sé. Non aveva alcuna paura delle due maschere sul volto di quegli uomini e mi persuasi ancora di più che si conoscessero ma iniziai a spaventarmi soltanto quando notai che prendevano un’altra strada anziché quella verso casa di Sole e Vladimir, finendo inesorabilmente in un’area completamente gelata.

Era questione di poco e l’avrebbero derubata, violentata o peggio, così decisi di intervenire scatenando in Sole una crisi di tosse lunga più di cinque minuti ma ai due estranei sembrò non interessare, anzi la circondarono e come se non bastasse lasciarono cadere la spesa, abbandonando il passeggino in mezzo al ghiaccio. Inutili le suppliche della giovane mamma, i due falsi benefattori la toccarono ovunque soprattutto al collo. Onestamente mi sarei aspettato che la spogliassero, o almeno le scoprissero il sedere invece la gola era il loro feticcio, evidentemente. Troppo tardi poi ho compreso la loro ragione!

“LASCIATEMI STARE! SONO SIEROPOSITIVA!” Urlò ad un certo punto, presa dal panico e la disperazione. E brava, nelle situazioni difficili chiede aiuto a me? Con tutto quel che mi ha ignorato ed insultato dovrei fregarmene ed invece anche allora decisi di aiutarla. Altro colpo di tosse, stavolta con una goccia di sangue che arrivò a macchiare la maschera di uno di loro…

Eccolo, il mio errore fatale. Avevo dato per scontata la sierofobia della gente! In genere basta parlare di HIV o AIDS e scappano terrorizzati, invece loro due si guardarono complici e fecero un sorriso trionfante: “Non bisogna sprecarne più neanche una goccia!” Niente, erano due bug chaser. E questi chi li ferma?

L’uomo più alto raccolse una pietra dalla strada e colpì alla testa la povera Sole che si accasciò svenuta senza un lamento. Riuscii solo a vedere un contenitore sotto la sua gola ed una lama avvicinarsi, era troppo tardi per provvedere in qualsiasi modo. In pochi minuti non ci fu più nulla da fare, il sangue venne raccolto nel contenitore dai bastardi che sentii confabulare soddisfatti: “Forse è meglio che prendiamo la bambina? Sarà positiva anche lei!” “No”, rispose quello più alto. “Meglio non rischiare di portarci a casa una piccola sporca negativa. Lasciamola qua e andiamocene!”

Quanto pagherei per aver visto in faccia almeno quello alto, il dissanguatore. Ho anche provato a interagire col loro corpo e provocare a tutti e due una scarica di dissenteria fulminante ma la loro negatività all’HIV me l’ha impedito. Poi quali erano le ragioni, perché hanno dissanguato una povera ragazza? Al momento però c’era poco tempo per le domande, così mi dedicai all’unica mia possibilità: salvare la piccola Bulsara, rimasta da sola nel passeggino col rischio di morire assiderata. Le alzai la temperatura a 42 e questo inevitabilmente la fece star male, molto male. L’alternativa era la morte, cosa potevo fare di diverso? La simbiosi fra me e Bulsara iniziò allora, ne sono convinto, quella fu la prima volta in cui insieme abbiamo capito che la resilienza è l’unica strada per superare le difficoltà: più l’ipotermia cercava di uccidermela, più le alzavo la temperatura… Ci furono dei minuti in cui pensai di starla uccidendo io, ma in quel caso almeno saremmo morti assieme! Per fortuna il suo pianto venne udito da un’anziana signora che parlava solo russo e la raccolse.

In ospedale nei giorni a seguire la curarono e le diedero il nome Tatiana proprio in onore della donna che le salvò la vita, invece lo stronzo di Vladimir Sokolov non volle occuparsi di lei così venne data in adozione… Il resto è storia!

HIV di Bugliano

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