I’m still here documentario: 10 anni di associazione Plus

Tempo di lettura: 5 minuti

I’m still here, sono ancora qui. Un documentario che ripercorre 40 anni di AIDS e 10 di associazione PLUS – persone LGBT+ sieropositive.

AGGIORNAMENTO: dal 9 maggio 2022, documentario I’m Still Here disponibile in streaming.


I’m still here: di cosa parla?

I’m still here”, suona come una frase evocativa, un avvertimento: “Voi nascondetevi pure, ma io sono ancora qua, presente. E prima o poi faremo i conti.” Non si tratta però dei soliti messaggi mediatici fondati sulla paura, anzi è qualcosa di opposto: si parla di orgoglio, visibilità di qualcuno che, a causa dei pregiudizi, nel tempo è sempre stato relegato nell’ombra.

Vengono ripercorsi i primi anni in cui di HIV/AIDS non si era a conoscenza.

Citazioni dei protagonisti

“All’interno della comunità incominciarono ad arrivare i primi decessi, per cui furono anni veramente di tragedia. Perché si scopriva che stavano male quando stavano già morendo. In un primo momento, oggi penso sia difficile da capire, non esisteva il test per HIV. Sapevamo poco e sapevamo nulla. Non sapevamo cosa poteva contagiarti di preciso, son stati anni molto intensi, molto intensi..” – Stefano Pieralli, membro direttivo associazione PLUS.

Effettivamente nei primi anni 80 era proprio così, molte persone LGBT+ si sono trovate a perdere decine di amici da un giorno all’altro senza sapere neanche il perché, e col timore probabilmente di essere i prossimi a cui tale sorte sarebbe capitata. Con tutta l’emarginazione che ne è conseguita, è così che la è nata; considerare la malattia una specie di “punizione” verso chi assume comportamenti scorretti secondo una certa morale, pregiudizio alimentato poi dai vari spot sedicenti progresso, da “se lo conosci lo eviti” a salire.

“Se tutto ciò che sappiamo dell’HIV è che si prende l’AIDS e si muore, nel momento in cui già non ti succede questo non hai degli strumenti di empowerment che ti permettono di chiedere ciò di cui hai bisogno, che è anche vivere bene, non solo vivere” – Paolo Gorgoni, associazione PLUS-.

Paolo è un nostro amico; ma prima ancora è un artista, un performer, che ora vive in Portogallo e da molto tempo si occupa della lotta alla sierofobia attraverso iniziative che coinvolgono la visibilità ed il corpo – anche utilizzando il suo personaggio Drag Queen, Paula Lovely.

C’è molta verità nelle sue parole: se fino agli anni 90 “AIDS” era una condanna a morte, grazie all’arrivo dei farmaci per fortuna si è arrivati a poter vivere una vita normale, ma se oltre a vivere non si garantisce una buona qualità di questa esistenza, che “normalità” è?

Normale, siamo sicuri?

Bisogna intenderci quando si parla di “vita normale” perché, detta come va detta, “normalità” non significa un cazzo.

Lo sappiamo, parlare in questo modo non è carino ma spesso e volentieri la sierofobia radicata negli altri ci costringe a essere scurrili…

Come, prego? Volgare la parola con due z, davvero? Ci spiace deludere i lettori, ma tale espressione è una parte del corpo di cui non vergognarsi; invece noi consideriamo poco carino impiegare termini come “vita normale” in un mondo in cui di ordinario c’è ben poco.

Perché se troppi ne sono inconsapevoli, noi lo sappiamo alla perfezione: non è normale subire stigma per il proprio orientamento sessuale né essere considerati “un virus con le gambe”, per prendere una citazione sempre dell’amico Paolo. Non è normale che tu ti debba nascondere o sentire in colpa, se nella tua vita hai dovuto confrontarti con una condizione cronica, ma a cui il mondo ancora associa una condanna a morte.

Doppia discriminazione

Assolutamente è inconcepibile la doppia discriminazione che spesso chi è LGBT+ con HIV subisce, dalle persone etero ma anche dalla comunità stessa. Questa situazione ha fatto crescere la volontà di riunirsi, perché solo tra persone che vivono le stesse esperienze si è in grado di raccogliere i bisogni di tutti e lavorare insieme per soddisfarli.

L’associazione Plus è questo, e molto di più: viene fatto counseling sulla salute sessuale, fornendo alle persone LGBT+ l’opportunità di confrontarsi in un ambiente alla pari e per questo non giudicante; viene dato supporto a chi, HIV positivo o meno, abbia vissuto o voglia vivere esperienze di chemsex – sessualità associata all’uso di sostanze -; nessuno viene condannato per le proprie scelte, non vengono fatti “predicozzi” su come ci si deve comportare per farsi accettare dal mondo, anzi l’approccio è quello di accompagnare la persona ad accettare se stessa per quello che è.

Prevenzione e test

Nel documentario viene anche mostrata la scena di un ragazzo che prende appuntamento per il test HIV, il presidente dell’associazione l’ha accolto e, dopo avergli spiegato il funzionamento del test risultato negativo, gli racconta dell’opzione prep – la modalità di prevenire HIV tramite farmaci.

Plus: affrontare HIV in gruppo

“Una cosa che mi è rimasta abbastanza impressa è di una banalità sconcertante: dire «io sono, nome e cognome, e sono sieropositivo». Dirlo a pezzi, negli occhi della gente, guardando gli altri. Sembrerebbe una cosa sciocca da fare, no? E invece, c’era gente che piangeva”. – Sandro Mattioli, presidente associazione Plus.

L’associazione ci tiene molto a questo, la visibilità delle persone HIV positive; solo così, lo stigma può essere abbattuto e il primo passo è riuscire ad affrontare l’ostacolo davanti a se stessi, col supporto di un gruppo alla pari; ovviamente il modo di uscire allo scoperto e come gestire le altrui reazioni non è uguale per tutti, dichiarare il proprio all’esterno è un percorso personale che ognuno vive secondo il proprio carattere e contesto socio-culturale in cui è cresciuto.

Ma una volta che si arriva a metterci la faccia, è un passo da cui non si torna indietro di conseguenza porta con sé anche paura e incertezza su cosa aspettarsi:

“Per me iniziare a far parte di questa comunità è stata una grossa paura. Pensare di metterci la faccia al livello sociale, di essere riconoscibile come persona che vive con HIV. Però al tempo stesso sentivo anche che non avrei più avuto voglia di rimanere nell’ombra” – Michele Degli Esposti, membro direttivo PLUS.

Da qui si passa alla fase successiva, con le performance della drag queen Paula Lovely e l’iniziativa internazionale HIVisible2gether (essere visibili con l’HIV insieme). Ma a questo punto non vogliamo spoilerare oltre, rimandando i nostri lettori al sito di I’m Still Here in cui è anche possibile contattare i produttori – SMK Video Factory – per poter organizzare una proiezione del documentario nella propria città.

Noi non siamo come loro

Senz’altro non siamo come quelli che portano avanti paura, stigma e sierofobia. Questo è ovvio. Ma teniamo anche a ribadire che “non siamo come loro” nel senso che non abbiamo le conoscenze, e soprattutto la PAZIENZA, per fare counseling a chi che sia. Pertanto, se San Google o chi per lui ti porta qui mentre cerchi informazioni su un tuo rischio HIV vero o presunto, noi non siamo le persone giuste per darti il supporto di cui hai bisogno; sicuramente però ti indirizziamo da chi lo sa fare bene, e Plus – associazione persone lGBT+ sieropositive saprà darti le dritte che ti servono, sicuramente meglio di noi; anche se sei etero, siamo convinti, perché l’HIV si prende sempre nel solito modo e non guarda il tuo orientamento sessuale. Non gli importa.

Però a te importa di conoscere persone che non giudicano le tue scelte!

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