Internet, anonimato e sierofobia

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Lasciamo per un attimo i racconti di fantasia perché dopo aver ascoltato un podcast “true crime” non correlato a HIV, desideriamo condividere una riflessione sull’anonimato di Internet e sul suo utilizzo per proteggersi dalla .


Lo strano canale true crime

Entrambi seguiamo da diverso tempo un podcast e spazio YouTube gestito da una tale signora Gisella, chiamato “lo strano canale” dove in ogni episodio vengono raccontate storie di crimini realmente accadute, italiane e internazionali.

Di queste, una in particolare ci ha colpito. Alicia Esteve Head, conosciuta come Tania Head, che per anni si è fatta passare per una sopravvissuta agli attentati dell’11 settembre 2001 fino a farsi eleggere presidente del World Trade Center Network Survivor, il gruppo che riunisce le persone scampate alla morte durante il crollo delle Twin Towers.


Alicia Head sopravvissuta o no?

In poche parole, questa ragazza ha raccontato di esser stata al 78esimo piano della torre sud, di aver avuto il fidanzato morto nella torre nord, e addirittura esser stata salvata da uno dei tanti pompieri deceduti, precisamente un ragazzo che a 24 anni, prima di morire, ha tratto in salvo 18 persone.

Ha creduto a quella storia l’America intera, tanto che questa persona è stata perfino nominata presidente dell’associazione che riunisce i sopravvissuti. Peccato che, però, questa Tania Head – il suo vero nome era Alicia Esteve Head-, l’11 settembre 2001 fosse a studiare in Spagna. Sì, capito bene. In Spagna.

Perché l’ha fatto? Non è competenza nostra metterci lingua, c’è chi ipotizza la solita voglia di visibilità, mitomania, o farsi credere una sopravvissuta per elaborare il trauma causato da questo evento tragico che ha sconvolto il mondo intero… Non lo sappiamo ma i danni che ha causato sono enormi, questo è fuori discussione.


Alicia Esteve Head – lo strano canale – YouTube

Cosa c’entriamo noi con Alicia Esteve Head?

Di fatto noi nulla abbiamo a che fare con la storia di questa Alicia, Tania, o come diavolo la si vuol chiamare; anzi il podcast “Lo strano canale” è il primo da cui l’abbiamo sentita, lo ammettiamo senza grossi problemi; ma basta scrivere “tania head” o “alicia esteve head” in Internet per trovare informazioni anche da Wikipedia. Ci spiace solo perché ci vuole tanta fantasia per costruire un personaggio simile, ma se anziché impiegare questo talento per il male, si fosse capaci di sfruttare la fantasia per il bene? Quanto starebbe meglio il mondo?

In ogni caso, lo abbiamo riportato perché questo è un episodio estremo dai risvolti anche nel mondo reale, che però è stato agevolato dall’anonimato di Internet e, soprattutto, dalla fiducia inconscia nei confronti di chiunque parli di una situazione difficile, dalla più lieve alla più grave.

In giro comunque esistono vicende molto meno eclatanti di quella; persone che inventano storie e le danno in pasto al pubblico o a destinatari precisi, al fine di ottenere vantaggi economici o personali, o semplicemente per portare il destinatario dalla loro parte.

E chi, generalmente, si mette a verificare le fonti di qualunque evento appreso in Internet quando c’è di mezzo malattia o morte? Bisognerebbe sempre farlo, ma spesso e volentieri quando siamo in buona fede noi per primi, siamo portati a credere che lo siano anche gli altri.

Sierofobia e anonimato su Internet

Le persone che vivono con HIV molte volte si trovano a sfruttare l’anonimato di Internet; la sierofobia è ancora talmente radicata, da creare ambienti ostili nel lavoro, a scuola, addirittura in famiglia. Quindi non è raro che si decida di non parlarne nella vita reale ma si preferisca mettere in piedi un profilo anonimo su Internet per poter liberamente frequentare social network e gruppi correlati all’HIV e affrontare l’argomento “tra pari” senza timori di essere riconoscibili dai propri contatti quotidiani, attraverso i quali sarebbe alto il rischio di diventare oggetto di stigma.

Condivisibile o meno, quella di non esporsi è una scelta che dipende da molti fattori compresa la città in cui si abita; ciò non toglie che lo stigma su HIV sia una delle ragioni per le quali noi vogliamo difendere il diritto all’anonimato in rete, con ogni mezzo. In un mondo ideale lo stigma sierofobico non esisterebbe e HIV sarebbe trattato come qualunque altra condizione cronica ma viviamo in questo mondo non sempre amichevole, dove facciamo il possibile per combattere la sierofobia nel limite delle nostre capacità, però contemporaneamente ci sentiamo in dovere di supportare anche chi gestisce HIV in modo diametralmente opposto a come facciamo o abbiamo fatto noi.

Malgrado tutto, però, c’è un limite anche alla buona fede.

Virus HIV da tastiera

Di solito chi dietro una tastiera si crede forte o assume atteggiamenti discutibili viene chiamato “leone” o “rambo” da tastiera ma, visto il contesto, non esitiamo a chiamare questi qui “virus HIV da tastiera”. Non è la prima volta che qualcuno ci scrive in anonimato dicendoci “io sono sieropositivo” per rendersi credibile o giustificabile poi ci invia insulti più o meno pesanti dei quali non comprendiamo il senso.

I nostri contenuti possono non risultare gradevoli e siamo aperti alle critiche costruttive, ma chiederci di eliminare un determinato personaggio o addirittura di chiudere il sito, anche no!

L’ultimo in ordine si è definito “sieropositivo dalla nascita” che ha trovato fastidioso il personaggio di , una delle protagoniste principali nei nostri racconti. E quindi? A noi, cosa importa?

Lei, Tatiana, è la nostra “first lady” e non abbiamo alcuna intenzione di eliminarla o modificarla, anzi. E poi, se mezza America non ha verificato la veridicità delle storie raccontate da “Tania” insomma Alicia Esteve Head, a noi non piace che uno sfrutti l’HIV per cercare di portarci dalla propria parte; HIV positivo è anche uno di noi, quindi, dove sta il problema?

Noi verifichiamo le fonti e come, anche senza avere in mano la carta di identità della persona. Un nome, un cognome, la città e anche una faccia non significano molto quando si tratta di un tema che conosciamo e ci sta a cuore.

Infatti è stato sufficiente chiedere alla persona in questione quali farmaci prende facendogli anche i nomi dei medicinali, ed è cascato l’asino.

Non riportiamo la conversazione privata perché abbiamo rispetto anche per gli HIV da tastiera, in fondo; ma quando uno ci dice “non so, me le dava mia nonna le pastiglie!” e ci ha appena detto di essere maggiorenne, là siamo andati ancora più in profondità. “Ci vado da solo alle malattie infettive adesso… Ma non mi ricordo il nome dei farmaci!” Come no, prendi la scatola e dimmelo!

Là è proprio cascato: “non sono io sieropositivo dalla nascita lo è il mio ragazzo, era lui a scrivervi dalla mia mail l’altro giorno scusatelo aveva una brutta giornata”.

Sì, certo, e un mio amico mi ha violato il profilo, e la vacca mi ha mangiato i libri. Una scusa già sentita troppe volte, modo maldestro per salvarsi da una figuraccia col risultato di farne una ancora più meschina.

Molte delle persone che vivono con HIV dalla nascita sono quelle più colpite di tutti dallo stigma, questo è vero; ne abbiamo parlato già facendo la recensione del libro “Se hai sofferto puoi capire” a maggior ragione perché spesso i genitori -oggetto di stigma probabilmente per primi-, tengono alla riservatezza dei loro figli. Ma questa non deve essere una motivazione che spinge un anonimo qualsiasi a manifestare la propria sierofobia per tentare di offenderci.

Questi non offendono noi, offendono tutte quelle persone con HIV che non hanno modo, forza, o coraggio di esporsi. La buona fede è una dote meravigliosa ma non deve essere un lasciapassare per farci prendere in giro. Stare sempre in guardia, anche davanti alla storia più bella o tragica perché impostori come “Tania head” sono sempre dietro l’angolo.

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