La posta del culo: la sierofobia non esiste

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Come da oggetto: la sierofobia non esiste! Trattasi delle solite invenzioni del politicamente corretto e dei sinistri. Non si può più dire niente!


La sierofobia non esiste?

Non ci siamo drogati né abbiamo bevuto: “la sierofobia non esiste” è il riassunto di tutte le obiezioni che ci hanno posto alcuni odiatori da quando abbiamo inserito il termine “sierofobia” nelle nostre pagine web e social.

Continueremo a ignorarli lasciandoli sbrodolare nella loro vita poco felice ma con questo articolo inauguriamo “la posta del culo”, dove raccoglieremo tutto lo spessore culturale di certi soggetti per prenderli in giro e, soprattutto, cogliendo l’occasione del loro odio per convertirlo in qualcosa di positivo (doppio senso volutissimo), per il blog.

Cultura, storia, origine delle parole, a seconda di quale sia il messaggio che abbiamo in mano; credono di farci star male? Sbagliano, dato che noi li sfruttiamo per migliorarci ancora di più e confermare il nostro pride, chiamato così anche se non ha brillantini piume e bandiere arcobaleno, e dura 365 giorni all’anno.

Grazie alle restrizioni sul sito web ormai per fortuna ce ne arrivano pochi, ma in anni di attività ne abbiamo accumulati a sufficienza.

Chiamare le cose col loro nome

Quelli che quotidianamente sbraitano di “politically correct”, “non si può più dire niente”, “libertà d’espressione” sono gli stessi a reclamare ogni volta la necessità di dare a ogni cosa il proprio nome; ed è esattamente questo, che noi facciamo!

In realtà quelli del “non possiamo più dire niente” hanno assorbito come spugne certe parole offensive ritenendole “l’unico nome” con cui definire persone e situazioni, senza però la piena consapevolezza del loro reale significato: so che offendono, le uso per tale fine, e chi se ne importa del perché.

La r-word

Nascerebbe per indicare una presunta usanza, che risale ovviamente a quando l’omosessualità veniva nascosta; si suppone che un maschio omosessuale per comunicare la propria disponibilità ad avere incontri intimi, si tirasse giù il lobo dell’orecchio.

Un’altra ipotesi è che derivi dagli “orecchioni”, la parotite epidemica, malattia infettiva che se contratta da uomini adulti, ne compromette l’uso dei testicoli.

Quindi, di fatto, usare la r-word significa attribuire a un uomo sia una scarsa virilità sia la propensione a vendersi; come se, per un sinonimo di “donna”, si dicesse “puttana”. Non è il caso.

La f-word, con sei lettere

Questa parola, forse la più diffusa, ha varie etimologie; la meno offensiva è “la fontana delle froge” -narici- nell’antica Roma, luogo di incontro per maschi omosessuali. Oppure, la più accreditata, è che derivi dal romanesco “fròscio” – floscio, rammollito, senza forza, ancora una volta quindi per definire “un uomo che non è tale”.

La f-word, versione verdura

Quanto è buono il finocchio? Crudo con le salsine usato come contorno da solo o con l’insalata, negli antipasti sott’olio, cotto in vari modi, o i suoi semi per aromatizzare pietanze e pane. Oltretutto fa anche bene!

Eppure qualcuno ha deciso di utilizzare questo ortaggio per offendere sempre i soliti: gli uomini attratti da altri uomini.

Anche qui esistono varie versioni:

  • usanza durante l’inquisizione di camuffare la puzza da bruciato coi semi di finocchio, nei roghi di uomini omosessuali (spiegazione senza prove).
  • semi di finocchio usati per insaporire il cibo quando non ci si potevano permettere spezie più costose (allude a “uomo che vale poco, uomo che non è tale”).
  • Gioco di parole, finocchio —> occhio fino, vale a dire, allusione alla cavità anale.

Anche basta, ce ne sarebbero altre ma per conoscere il lessico dell’omofobia è sufficiente Wikipedia noi siamo anche stanchi di sentire certe parole.

La parola giusta

Che lo stigma su HIV esistesse è una situazione di cui siamo consapevoli da sempre ma non eravamo a conoscenza della sua identificazione con un nome; ci ha pensato Luca Modesti, detto Er Baghetta, a farci sapere che si chiama sierofobia.

Chissà come mai quelli del “chiamate le cose col loro nome” si incazzano quando le varie forme di discriminazione vengono identificate:

  • misoginia: odio per le donne
  • misandria: odio per gli uomini
  • misantropia: odio per il genere umano
  • androfobia: paura degli uomini
  • ginecofobia: paura, orrore per le donne (più forte della misoginia probabilmente)
  • omofobia, bifobia, lesbofobia, transfobia: paura verso le persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali.
  • xenofobia: paura per lo straniero
  • sierofobia: paura, pregiudizio, avversione nei confronti delle persone con HIV.

In realtà “sierofobia” è un termine originato in Francia, che però il nostro caro amico Er Baghetta dei Conigli Bianchi ha portato in Italia; lui che come noi ama combattere lo stigma usando l’arte, visiva nel loro caso e la scrittura nel nostro.

Citiamo dallo spazio web del Collettivo:

Sogniamo di fare una rivoluzione parlando di sangue, ma senza spargerlo. Vogliamo rompere il silenzio che circonda l’HIV, divulgare informazioni aggiornate e contrastare lo stigma che circonda le persone che vivono con HIV.

A Er Baghetta e i suoi amici noi dobbiamo tutto ed è inutile prenderci tanto in giro; non avessimo scoperto i Conigli Bianchi, quel lontano agosto 2019, chissà se avremmo mai tirato fuori dal cilindro (anzi dalla provetta) il nostro virus parlante e i suoi umani?

Il lessico della sierofobia

Come per l’omofobia anche la sierofobia ha un suo lessico ma se non viene creata una voce Wikipedia ad hoc, è perché le parole usate non sono nate a scopo di offendere una persona o un gruppo, hanno altre origini ma sono quotidianamente abusate; fra l’altro abbiamo anche dei seri dubbi che Wikipedia sia aggiornatissima, ma questo è un altro discorso.

Untore

Ha origine dall’epidemia di peste che ha devastato Milano nel 1630; le scarse conoscenze dell’epoca, unite all’esperienza della trasmissione fra esseri umani, facevano credere che fosse in atto una diffusione intenzionale da parte di non meglio precisati individui i quali, per altrettanto ignoto motivo, spargevano materiali contaminati (per lo più unguenti) su persone e oggetti.

Unguenti di cui, ovviamente, nessuno storico a quanto pare ha mai documentato l’esistenza dai reperti archeologici dell’epoca.

L’untore è dunque il classico e inesistente “capro espiatorio”, la persona a cui dare la colpa quando va tutto storto e non si sa con chi prendersela.

Allora, quale occasione migliore di rispolverare questo termine per un’infezione come l’HIV che si contrae col sesso?

Qualcuno dirà: “ma i casi di persone che trasmettono HIV intenzionalmente ci sono”.

Vero, ma lasciamo stabilire alla giustizia se dietro a questo comportamento ci sia una reale volontà di trasmettere il virus “per il gusto di farlo” o se ci sono altri risvolti psicologici.

Non stiamo auspicando attenuanti per chi possa dire “non ho protetto e informato i partner per paura dello stigma”, vorremmo solo che la si finisse di usare termini indelicati quando si parla di HIV nei media perché favoriscono proprio quello stigma che genera reazioni imprevedibili in persone mentalmente già disturbate.

Sia Talluto a Roma sia Claudio Pinti di Ancona, e l’altro uomo che a Messina ha contagiato Stefania Gambadoro, sono predatori sessuali che anche senza HIV avrebbero abusato e rovinato le donne con cui hanno avuto delle relazioni, questo traspare dai profili che ci sono stati messi a conoscenza dai media.

Chiamarli “untori” è perciò sbagliato, perché implicitamente con tale termine si dà per scontato che “si divertano” a diffondere il virus ma, fossero stati negativi, li si sarebbe giudicati “persone per bene” – come in molti casi di cronaca dove dell’assassino o abusante si dice “gran lavoratore”, “gigante buono”, “persona rispettabile” ma giornalisti della minchia andate affanculo adesso indelicati vogliamo per una volta esserlo noi.

Infetto e malato, sano e normale

Ne abbiamo già parlato; infetto a chi? “Infetto” lo si può dire di un organo, una cellula, che provoca la trasmissione di un’infezione. Ma persona infetta no!

La persona può essere “infettata” da HIV semmai, anzi, la persona vive con HIV. E sa perfettamente come impedire che eventuali suoi liquidi biologici infetti possano creare problemi.

Malato? Anche no! Se una persona vive con HIV e segue una terapia efficace, non può trasmettere il virus né tanto meno ammalarsi.

Sano? Perché contrapporre “HIV positivo” a “sano”, quando una persona con HIV deve gestire una condizione cronica ma tendenzialmente è più sana di un altro, grazie a una maggior frequenza di controlli ed esami?

“Normale”, “vivere una vita normale”? Cosa vuol dire?

Normale rispetto a cosa?

Diciamo che se la tua abitudine sessuale “normale” è quella di usare la fiducia come metodo di prevenzione e il test HIV è risultato positivo, qualcosa è andato storto sul concetto di “normale”; se le medicine antivirali hanno conflitti con l’alcool e sei abituato a sbronzarti, forse è meglio che tu metta la tua “normalità” in discussione, idem per la droga.

Se sei un etero omofobo che parla male dei gay e poi la notte ha incontri casuali su Grindr portando a casa l’HIV alla moglie, ecco, insomma, la vita normale meglio stravolgerla e fare un bel coming out.

Il virus DELL’HIV

Più che un termine sierofobico è un modo sbagliato di chiamarlo. Virus HIV. Quello è il suo nome, “il virus del” vuol dire “il virus che causa”; in caso, “il virus dell’AIDS”, ma siccome adesso se uno segue le cure non vede l’AIDS neanche da lontano, è più opportuno dire “il virus HIV”.

Probabilmente, chi ha iniziato a dire “il virus dell’HIV” è tra quelli convinti che HIV e AIDS siano la stessa cosa.

SPOILER: Non lo sono.

Parlare col culo

Col lessico dell’omofobia è facile tenere alla larga chi parla col culo, ma quello della sierofobia è molto più sottile; certi termini sono così radicati da vederli usare anche da associazioni e persone specializzate anche senza che se ne accorgano.

Spesso e volentieri ci siamo trovati a riprendere anche dei nostri amici a loro volta positivi all’HIV, e in ogni occasione si scusano.

A molte persone HIV negative dà fastidio essere chiamate così, preferiscono il termine “sano” anche se magari stanno sempre a starnutire e a soffiarsi il naso, e a quel punto rispondiamo con ironia che la negatività si può cambiare in positività, basta volerlo. A quel punto stanno zitti e abbozzano.

I peggiori parlatori col culo sono comunque i vari fissati con “esiste la discriminazione e basta, non servono i nomi”, poi però sono i primi a discriminare.

La sierofobia esiste, e prima ce ne si fa una ragione, prima la sconfiggeremo.

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