Maurizio Tarocchi 04: Lettere e simboli

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Maurizio Tarocchi si è ristabilito e capisce che qualcuno l’ha derubato: mai fidarsi dei colleghi, degli amici, né di lettere e simboli che vede ovunque e gli causano inquietudine.

Il legame fra gli agenti Adriano La Scala e Alessandro Spada sembra solido, ma viene messo alla prova da qualcosa che li unisce e divide allo stesso tempo.


Maurizio Tarocchi 04: lettere e simboli

“Rischio biologico”, sussurrò Maurizio Tarocchi alzandosi dal letto. “Segno del rischio biologico. Dio me ne scampi e liberi!”

Bastò una frase pronunciata dall’agente Spada ad agitarlo, e fu inutile girarsi dall’altro lato cercando il sonno; la sua mente gli restituiva sempre il solito disegno: rischio biologico, Riccardo Leotta, piccola Laura trovata senza vita. “Devo tornare a Oziarium”, pensò, “e parlare con la madre del piccolo Riccardino, è inutile.” Ma più si tormentava, meno riusciva a trovare la connessione tra i bambini morti dissanguati e il simbolo.

Oziarium prima, Bugliano poi; le due piccole vittime erano morte in due paesi diversi in anni diversi! Quale poteva essere il collegamento? Riprese in mano l’articolo sulla morte della piccola Laura e lo lesse a fondo:

“Nessuna ipotesi è stata ancora formulata, in attesa dei risultati dell’autopsia; ma già il criminologo profiler Adriano La Scala si sbilancia nei media: ‘questo è un maniaco sanguinario che ha già ucciso e ne sono certo, lo farà ancora.’ Il questore di Bugliano preferisce non commentare.”

“Minchia”, si lasciò sfuggire Maurizio. “Eccolo, il collegamento! Adriano! Questo qui, io, lo conosco! Ha lavorato con me su Riccardino!”

Libero dalle flebo e indifferente alle raccomandazioni dei dottori, si alzò dal letto ma perse l’equilibrio; per non cadere appoggiò una mano su una sedia lì a fianco, la stessa occupata dall’agente Spada fino a poco prima… minuti, ore, giorni? Per quanto era rimasto da solo nella stanza? Dopo l’operazione, Maurizio aveva perso completamente la cognizione del tempo.

Malgrado le vertigini però, la sua caparbietà ebbe la meglio. Quel simbolo di rischio biologico continuava a balenargli fra la mente e gli occhi: dove lo aveva visto, perché gli faceva così paura? Cosa c’entrava con la morte dei bambini?

L’ex commissario iniziò a camminare senza uno scopo preciso e si fermò di fronte al campanello. “Se suono mi mettono di nuovo la flebo”, pensò, e si accomodò sulla sedia.

“Simboli di rischio biologico ovunque”, disse di nuovo guardandosi intorno e le sue mani iniziarono a esplorare il comodino; impossibile spostarlo, era fisso al muro e Maurizio rovesciò sul pavimento la pila di giornali che aveva letto durante il ricovero. “Minchia, la lettera! Eppure l’avevo messa qui”, borbottò tra sé; “chi l’ha presa!”

Nella foga di cercare in mezzo ai quotidiani, realizzò troppo tardi che il suo cellulare era sul bordo! Il prezioso telefono a tastiera fisica, risalente ai primi anni 2000 e conservato alla perfezione, volò a terra e dal rumore era palese che si fosse come minimo spaccato in due. “Maledizione”, esclamò Tarocchi dando un calcio ai giornali. “Senza di lui mi toccherà adattarmi a quei dannati cosi nuovi tutti di vetro!”

Senza perdersi d’animo si inginocchiò a terra per esaminare il pavimento: recuperò la batteria e gli altri pezzi del telefonino, solo per rendersi conto che ormai era inservibile e gli scese una lacrima: “come faccio adesso, come diavolo faccio!” Estrasse la SIM dal vano fortunatamente rimasto integro e l’appoggiò sul comodino liberato da tutti i giornali; quella sì che sarebbe stata un problema, fosse andata persa!

Suonare il campanello, a quel punto, fu l’unica soluzione e restò lì, in attesa, fino a che una giovane infermiera entrò nella stanza.

“Tutto bene?” domandò con un sorriso gentile; “signor Tarocchi, mi dica!”

Lo sguardo di Maurizio si fermò per un momento sul cartellino appeso al collo della ragazza e sulle sue mani, che indossavano un paio di guanti: “Laura”, le disse; “è il tuo nome, vero?” Poi, indicando il giornale con l’articolo di cronaca nera, la guardò malinconico: “ti chiami come quella povera bambina che hanno trovato morta.”

Lei annuì senza parlare e iniziò a mettere in ordine giornali e riviste, ma Maurizio la fermò appena in tempo perché la SIM del cellulare non cadesse a terra. “Ho solo questo numero e il telefono è da buttare… beh, lo vede, no?”

“Senta”, si indispettì la giovane Laura. “Se Lei mi ha chiamato per aggiustarle il telefono non ho tempo né competenza. Mi dica se ha bisogno altrimenti me ne vado!”

“Cercavo una busta”, disse lui; “tu che hai gli occhi giovani magari vedi se si è infilata tra le lenzuola, i giornali, insomma per favore, è importante…”

Consapevole di non dover intervenire sul paziente, l’infermiera si tolse i guanti e uno a uno guardò ogni singolo giornale. Sopra, sotto, tra le pagine; infilò anche una mano sotto il letto e, quando la tirò fuori, scosse il capo: “nessuna busta qui, mi dispiace”, ma Maurizio non l’ascoltò. Aveva visto qualcosa addosso alla ragazza, che lo fece saltare sulla sedia.

“Laura forse sono inopportuno, ma…” Troppo tardi lei si coprì il braccio con la manica del camice, che le si era alzata mentre frugava sotto il letto; “mi sembra fuori luogo per un’infermiera in ospedale, una cosa del genere!”

“Come? Mi giudica per il tatuaggio? Lei non mi faccia prediche, è lo stemma della mia famiglia e nessuno ha detto una parola! Neanche il primario. Cosa vuole da me?”

Tarocchi si schiarì la gola ed esaminò ancora più a fondo il disegno sul polso dell’infermiera, troppo inquietante e familiare per lui.

“Il simbolo e il numero 94”, si sforzò di stare calmo senza mai distogliere lo sguardo da Laura; “tu parli di famiglia, quindi sicuramente conosci altri con quel segno…” La testa gli girò di nuovo e con un sospiro, tornò a mettersi seduto sul letto; “Quel simbolo di rischio biologico sulla pelle della gente non mi piace affatto e indagherò anche se non sono più…”

“Nelle forze dell’ordine. Indagare cosa? Senta, so perfettamente chi è Lei”, gli rispose stizzita; “il fidanzato di mia sorella. La 95, insomma, Lidia.”

“La mia ragazza è figlia unica”, Maurizio cercò di risponderle ma Laura era già uscita richiudendo la porta.

Guardò ancora una volta i pezzi del suo inutile cellulare e afferrò la SIM: non c’era verso di chiamare qualcuno se quella piccola tessera di plastica non veniva messa su una macchina funzionante, e domandare ai medici un cellulare in prestito sarebbe stata un’umiliazione.

Così, vestito solo con una tuta e stringendo la scheda tra pollice e indice, Maurizio uscì dalla propria stanza e notò l’infermiera Laura ancora ferma in piedi appoggiata al muro col cellulare in mano. Occupata al telefono!

“Attento, Gifter, credimi”, Tarocchi ebbe il tempo di capire cosa lei dicesse all’interlocutore e tese l’orecchio per ascoltare meglio; “quel negativo ha da ridire su di noi… Occhio a Lidia…”

Senza alcun rispetto per la situazione intorno a lui, l’ex commissario si piazzò dietro la schiena alla ragazza e le urlò: “fammi dimettere subito o mando la polizia a ispezionare tutto l’ospedale! Chiaro?”

Laura rispose con un cenno del capo e un sorriso: “sì, d’accordo, d’accordo!” Ma Maurizio non capì mai se lei parlasse con lui o con la persona al telefono.


Rischio biologico

“Fallo dimettere, piccola, fallo dimettere e insisti, garantisco io”, Adriano La Scala chiuse la telefonata e parcheggiò l’auto; Lidia, accanto a lui sul sedile passeggero, guardò fuori dal finestrino e sistemò una garza che le copriva una mano.

“Perché non mi porti da Maurizio, Gifter?” domandò perplessa; “qui siamo in stazione! Neanche vuoi vedere il mio tatuaggio appena guarisce…”

“Già tanto se ti ho accompagnato a farlo”, le rispose distratto; era concentrato a inviare e ricevere messaggi sullo smartphone così Lidia sollevò la fasciatura rivelando un bel numero 95 con l’inconfondibile, inequivocabile, simbolo del rischio biologico.

“Appunto”, rispose il criminologo fissando meravigliato il disegno. “A maggior ragione vattene a casa, prendi il primo treno per Boion Polesine e poi…”

“Ti chiamo quando arrivo”, lo interruppe lei. “Lo so, Gifter, lo so.”

Lui però scosse il capo, di nuovo con lo smartphone davanti agli occhi; “mi faccio vivo io. Tu vai, anzi, corri! Non è uno scherzo. Il bastardo è qui a Bugliano e sta arrivando a noi.”

Lidia evitò di rispondergli e, scesa dall’auto, si lasciò aiutare a infilarsi lo zaino. Un rapido cenno di saluto alla sua numero 95 poi Adri avviò il motore, accelerando finché due pedoni gli tagliarono la strada, costringendolo a una brusca frenata.

Si fermò immediatamente, accortosi di avere davanti una signora anziana che strattonava un bambino per un braccio. “Tutto bene?”, domandò incrociando lo sguardo spaventato del piccolo. Allungò una mano per fargli una carezza e tranquillizzarlo, ma la donna gli lanciò un’occhiata severa: “mi scusi signore, questo furfante va sempre in mezzo alla strada, se non lo tengo prima o poi… Coi bambini ci vuole il polso duro, soprattutto con Simone.”

“L’importante è che stiate bene!” Adri salutò poco convinto, lo sguardo supplichevole del piccolo ancora a cercare il suo; l’esperienza gli diceva che quel bimbo cercava aiuto ma la donna non gli lasciò tempo di farsi domande perché iniziò a camminare spedita, trascinando Simone come fosse un pacco.

Consapevole di non poter essere utile, Adri si rassegnò a salire di nuovo in macchina. Arrivò a casa qualche minuto dopo e, appena aprì il cancello, una persona gli comparve alle spalle abbracciandolo da dietro.

“Undet, testa di cazzo”, il profiler si girò verso il nuovo arrivato. “Ma ti pare il modo di presentarti così a casa mia, sì? Mi hai spaventato a morte!”

“Per cominciare ti ho detto mille volte che non mi piace sentirmi chiamare così. E poi è un’ora che ti aspetto qua fuori, come minimo.”

“Va bene ragazzo”, Adriano scimmiottò un rituale di presentazione stringendo la mano all’altro. “Io sono Adri e tu…”

“Agente Alessandro Spada! Alex, per gli amici.”

“Vorrei ma non posso”, il profiler lo prese ancora in giro e gli fece strada verso casa. “Tu sei Undetectable detective, Undet, si fa prima! E ti chiamerò così che tu voglia o no.”

Come fosse a casa propria, Undet si accomodò sul divano e Adri gli spinse davanti un tavolino, su cui appoggiò una confezione di biscottini ma al diniego dell’amico la tirò via subito.

“Stai giocando col fuoco tu”, gli disse serio. “Prima o poi qualcuno si incazzerà, sempre se non è già accaduto.”

Allungò una mano verso il criminologo e afferrò il medaglione che gli pendeva dal collo: era incisa la scritta “Gifter Adri” e, sotto, l’immancabile simbolo del rischio biologico.

“Vorrei ma non posso”, la risposta di Adri fu inflessibile e mostrò all’amico il solito album di foto e date, questa volta pieno fino al numero 95: “Lidia Prando, 95, 17 giugno 2018”.

Undet rimase in silenzio, perplesso davanti alle immagini. “Una malattia mortale”, disse dopo un po’. “Tu le chiami conversioni ma stai contagiando il mondo intero con l’HIV! Se è questo il modo di farti una famiglia…”

“Senti un po’”, tagliò corto Adri; “mi hai obbligato a mandare via Lidia per farmi la predica? Libero di tenere il virus per te. Di nasconderlo anche a te stesso se credi. Ma lascia stare il mio!”

L’altro si morse la lingua e respirò a fondo: “calma, Alex. Calma. Prendilo come viene.” Contò fino a 10 senza guardare l’amico, poi estrasse dalla sua giacca una busta. “Non è di HIV che sono venuto a parlarti, faccia da culo. Ma di una lettera che aveva Maurizio Tarocchi in ospedale. Leggila, e giudica tu.”

Aperta la busta, il profiler posò sul tavolino il contenuto: una lettera stampata al computer, e la foto di un ragazzo che mostrava fiero il segno del rischio biologico disegnato indelebile sul collo.

“Oh cazzo Undet”, esclamò Adri. “Bisogna per forza che ci rassegniamo a lavorare con Maurizio Tarocchi, quel negativo di merda. Ma il tizio della foto è positivo da qualcun altro.”


Il testo della lettera

“Caro Maurizio, sei l’unico a cui possa scrivere perché è come se fossi mio padre. Per troppo tempo mi hai creduto morto, ucciso in un conflitto a fuoco. Ho dovuto fuggire dai terroristi che mi davano la caccia e sono stato tradito anche dai miei stessi amici, secondo cui le persone come me stanno meglio sotto terra

Adesso però sento il bisogno di raccontarti cos’è successo veramente, tu e zia Lidia non meritate di soffrire ancora per causa mia: il vero morto è un eroe, il primo uomo che mi ha insegnato l’amore. Lui mi ha dato se stesso, io gli ho lasciato i miei vestiti. Si è spacciato per me, sacrificando la vita per me!

Anche se il suo corpo non c’è più, io ed Elias siamo legati oltre la morte, perché una parte di lui vive in me. Nelle mie cellule. E ora mi vogliono levare anche il sangue. Gli stessi bastardi ad aver ucciso lui, ora vogliono me!

Vedi Maurizio, sono scappato da Oziarium perché me l’ha chiesto Elias. Per stare vicino alla sua famiglia. Ma per la volontà di vendicare la morte del suo corpo mi sono buttato in un giro criminale e sono in pericolo.

Ti lascio la mia foto, capirai la mia nuova vita; parla tu con la polizia di Bugliano perché io non posso. Sono prigioniero, aiutami tu che puoi farlo!

Leonardo Mussi, in origine Leon Moussa.

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