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Maurizio Tarocchi 05: incubo omofobo

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Maurizio Tarocchi, in ospedale ancora per poco, vive un incubo e nell’inconscio si comporta da omofobo. Sarà il presagio di una realtà ancora più spaventosa del sogno, almeno dal suo punto di vista: lavorare di nuovo nel crimine, una storia che lo coinvolgerà direttamente…


Maurizio Tarocchi 05: incubo omofobo

“Chi è?”, disse una voce al citofono e in qualche secondo il cancello si aprì, lasciando entrare Maurizio Tarocchi. Una rampa di scale condusse l’uomo al primo piano, dove una porta socchiusa lo accolse con la scritta “Passero Davide”. Il suo amico di sempre, che gli aveva chiesto di raggiungerlo con urgenza, gli corse incontro con una busta in mano.

“Ti prego, leggila tu”, chiese Davide senza invitarlo ad accomodarsi ma l’altro, in silenzio, si piazzò sulla prima sedia a disposizione come fosse a casa propria.

Osservò la lettera ancora sigillata e se la girò fra le dita, lo sguardo sempre più cupo e giudicante verso chi dal ruolo di amico era in apparenza passato a quello di criminale in sala interrogatori.

“Dimmi qualcosa, Mauri”, supplicò Davide posando una mano sul ginocchio dell’amico; “se è andata male io… io…” Ma in risposta, Maurizio si tirò indietro: “se è capitato era il minimo sindacabile, andando a femmine e uomini come fai tu. E non provarci con me! Sai che mi danno fastidio quelli dell’altra sponda.”

Indispettito, Davide gli strappò la busta di mano e provò ad aprirla con l’unghia ma le mani gli tremarono, così la lettera passò nuovamente di mano: “voglio che sia tu a leggere, Mauri”, le lacrime scesero copiose dagli occhi di Passero che non sapeva più come nascondere lo sconforto. “Stammi vicino invece di farmi le prediche.”

Un rapido movimento e Maurizio strappò la busta. Il foglio che ne uscì gli sembrò incandescente, stavolta le mani iniziarono a tremare a lui e dovette appoggiarsi al tavolo della cucina per non cadere. Lesse ogni singola parola una, due, tre volte. Quattro. “Non è possibile”, disse alla fine. “Tu, proprio tu…” Neanche si preoccupò di incrociare gli occhi di Davide, limitandosi solo a restituirgli la lettera.

“Oooooh! Tarocchi! Sveglia!” D’improvviso un grido lo fece trasalire e alzò la testa. “Mi ha sentito?”

Due mani lo scossero per le spalle e fu allora che realizzò dove si trovasse: ancora nella sua stanza in ospedale, appisolato sulla sedia mentre il collega Rocco Vitale era in piedi di fronte a lui con uno zaino sulle spalle.

Sospirò sollevato e si guardò intorno: nessuna traccia dei quotidiani, né della scheda SIM appartenuta al suo vecchio cellulare! “Mi hai spaventato a morte, Rocco”, gli disse. “Ma, l’hai presa tu, vero?”

Con un sorriso l’altro gli porse uno smartphone, un modello con touch screen che Maurizio fissò spaesato. “A prova di imbecille”, lo prese in giro; “se lo ha imparato mio padre settantenne può impararlo anche Lei, Tarocchi. Ho già inserito la Sua scheda!”

“Intendevo la busta”, replicò irritato. “Io voglio la busta! Quel giorno che sono stato male avevo una lettera e la stavo leggendo. Non so, dove è finita?”

“Siamo venuti a prenderla”, Rocco Vitale cambiò discorso; “il medico ha firmato le dimissioni, era Lei che non vedeva l’ora di uscire, ora che succede? Forza! Andiamo, avanti, che deve lavorare! Sarei io il Suo capo adesso, ricorda?”

L’ex commissario si schiarì la gola perplesso: “siamo chi? Se non sbaglio sei qui da solo, Vitale! Non capisco.”

Rocco finse di non sentire; porse lo zaino al collega e insieme uscirono dall’ospedale, dove li aspettavano due poliziotti in piedi accanto a una macchina.

“Vogliono arrestarmi!” pensò Tarocchi guardandoli dubbioso, ma quello più anziano si avvicinò a Vitale abbracciandolo forte: “tocco virale, eccoti qua!”

Grande imbarazzo per Maurizio che certo non si aspettava un contatto intimo fra il nuovo commissario di Oziarium e l’altro collega, disagio subito smorzato dal più giovane che gli strinse la mano: “ora saremo una squadra, Tarocchi! Agente Alessandro Spada!”

“E io sono Adri! Adriano La Scala, non ti sei scordato di me, vero Mauri?” Il poliziotto più anziano aveva allontanato Rocco Vitale da sé prima di presentarsi, e Tarocchi annuì incerto.


Presentazioni e condizioni

“Beh, io vi lascio”, disse Rocco Vitale guardando i tre colleghi; “buon lavoro!”

Incredulo, Maurizio si avvicinò alla portiera del sedile passeggero, che Adri gli aveva aperto e guardò il suo nuovo capo fermo accanto alla macchina; “salutami gli altri quando torni a Oziarium”, gli disse stringendogli la mano. “Anche se non so qui cosa devo fare.”

In preda a una inspiegabile inquietudine, Maurizio lasciò la mano dell’altro solo quando questi la tirò indietro e iniziò ad allontanarsi: “Resto qui a Bugliano per questioni familiari importanti”, gli spiegò procedendo a piedi e senza voltarsi; “ora Lei vada con loro e li aiuti, questo è il compito che Le ho dato. Sono io il commissario e Lei ora esegue i miei ordini senza discutere!”

“E io non farei incazzare Tocco Virale”, Adri scherzò indifferente allo sconforto di Maurizio, che si sedette accanto a lui mentre l’agente Spada si accomodò sul sedile posteriore.

Percorsero in macchina pochi minuti, poi Adriano parcheggiò nel vialetto che conduceva a un palazzo; aprì con le chiavi il portone ed entrò in uno spazioso appartamento, con Spada e Maurizio che lo seguirono fino al soggiorno.

Il criminologo indicò una poltrona singola al suo ospite mentre lui si sedette accanto a Spada sul divano più grande, esattamente di fronte con un tavolino di vetro a separarli.

“Siete…”, gli sguardi troppo complici di Adriano e Alessandro non passarono inosservati all’ex commissario siciliano. “Una coppia civilmente unita? Insomma con rispetto parlando due uomini che…”

“Neanche morto”, gli rispose Alessandro Spada. “Con quello che Adri combina in giro…” Il giovane agente puntò il dito verso il ciondolo che l’amico teneva sempre al collo; “lui si vanta ma va a letto con mezzo mondo e io devo sempre stargli a coprire le spalle.”

Tarocchi si alzò dalla poltrona e raggiunse la porta ma quando abbassò la maniglia, Adri gli mostrò una busta vuota: “il suo contenuto ce l’ha Undet”, gli disse. “…cioè il mio collega Spada. E se tieni a quella lettera, ti conviene restare con noi e ascoltarci.”

Busta, lettera, medaglione al collo del profiler. “Minchia”, si lasciò sfuggire Maurizio. “Ecco dove ho visto il simbolo! Sei tu il bastardo che…”

Prese coraggio e, allungata una mano, afferrò con due dita il pendente: una grossa medaglia circolare in metallo, con sopra inciso un segno di rischio biologico e il nome “Gifter Adri”.

“Altro che darti una mano”, sospirò; “dovrei sbatterti in galera e buttar via la chiave! Se solo ti avessi beccato anni fa…”

Fissò la busta vuota che Adri teneva ancora in mano, e la lettera piegata fra le dita di Undet: “spera solo che Lidia non sia…” Il criminologo gli restituì un sorriso malizioso e annuì fiero:

“È la mia numero 95, amico! Positiva da pochi giorni e orgogliosa del mio, del nostro…” Undet scosse la testa visibilmente a disagio e appoggiò una mano sulla spalla di Mauri: “diglielo anche tu, perché non so più in quale lingua spiegargli che HIV non è uno scherzo!”

“No, decisamente non è una passeggiata”, Maurizio cercò di prendere confidenza con Adri. “Se davvero hai trasmesso l’HIV a qualcuno è un reato lo sai?”

Si coprì il volto con un braccio intenzionato a nascondere lo sconforto, ma la cosa non sfuggì all’attenzione di Adri che gli posò una mano su un ginocchio. Gesto che diede a Tarocchi l’ultimo spunto per mettere insieme i ricordi.

“Anni fa”, iniziò a raccontare l’ex commissario; “il mio più caro amico mi chiese di accompagnarlo a fare il test HIV dopo che, a suo dire, era stato a letto con una che portava lo stesso tuo segno ma come tatuaggio. Sulla coscia.”

“Un simbolo può essere una coincidenza”, intervenne Undet; “anch’io ho il virus come il mio amico però neanche morto mi farei un disegno del genere in corpo. Mi sento già marchiato per conto mio.”

Questa volta fu Adri a commuoversi e tirò fuori dallo smartphone l’album di foto, con le immagini delle sue conquiste associate a numeri progressivi. “Lei aveva il segno Biohazard sulla coscia”, spiegò indicando il numero 15. “Jenny era la più indifesa, e io l’ho lasciata sola.”

Poco convinto, Maurizio continuò a osservare la fotografia e il nome scritto accanto al numero 15 risvegliò l’ennesimo ricordo.

“Stefania Leotta”, disse poi. “La sorella di Riccardino. Tutto porta a quel vecchio caso su cui abbiamo lavorato insieme!”

“Jenny non è più tra noi”, Adriano non aveva più la forza di nascondere il dolore profondo che lo assaliva dopo tanto tempo. “Mi hanno fatto credere che l’avesse uccisa l’AIDS ma non mi bevo quella storia, l’hanno ammazzata come suo fratello Riccardino e se non ci muoviamo il ragazzo della lettera farà la stessa fine.”

Mauri però non ascoltava già più, intento a leggere di nuovo il foglio che Undet gli aveva posato davanti:

[…] per troppo tempo mi hai creduto ucciso in un conflitto a fuoco…

[…] Elias l’uomo che mi ha insegnato l’amore e si è sacrificato per me… io gli ho dato tutto me stesso…

[…] una parte di Elias vive in me nelle mie cellule… La morte del suo corpo…

[…] Sono scappato da Oziarium perché lui mi ha chiesto di stare vicino alla sua famiglia … Maurizio aiutami … sono in pericolo … tu per me sei come un padre…

Leonardo Mussi in origine Leon Moussa

Finito di leggere, assestò un pugno al tavolino di vetro: “Maledizione! L’ho amato come un figlio e mi ripaga così? Io non gradisco gli omosessuali! Che vi piaccia o no! Sono all’antica e mi piace la…”

“Tarocchi, che vergogna! Negativo e omofobo”, Adri gli girò le spalle senza degnarlo più di uno sguardo; “potrei indagare anche da solo a questo punto e sbatterti fuori. Con o senza di te troverò chi ha ucciso Riccardino e Jenny. E se mi ostacolerai, avrai sulla coscienza anche Leonardo.”



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