Italiano
English

Maurizio Tarocchi 07: la cassa

Aggiornato il:

Da:

Una pesante cassa di legno è la prima sfida per la squadra di Maurizio, Adri e Undet.

Armi, droga, organi umani, cosa può averci messo dentro il povero Elias prima di scomparire?

A loro si unisce Roger, vecchia conoscenza di Maurizio Tarocchi… e altro.


Maurizio Tarocchi 07: la cassa

Adri fissò attonito il display del suo smartphone: “Per otto giorni nulla accadrà ma il tempo passa veloce!” Un messaggio rassicurante e allo stesso tempo spaventoso, come il numero da cui era partito. Speranza e apprensione gli affollarono la mente e lo bloccarono lì, davanti alle scale che salivano in soffitta, col pollice a mezz’aria sul telefono. “Eli è vivo”, disse rivolto ai colleghi ma Undet non lo ascoltò, concentrato sull’orologio: nel giro di poco avrebbe fatto buio, e chi si sarebbe avventurato su quella scala stretta senza dover portarsi una torcia?

Il profiler accarezzò con lo sguardo il numero del mittente e il pulsante di avvio chiamata, lì pronto per essere premuto, ma le occhiate di Maurizio e Undet bastarono a fargli abbandonare l’idea di telefonare.

Bloccato il cellulare, Adri salì i primi gradini e invitò i due colleghi a seguirlo finché raggiunsero un vecchio soppalco in legno, adibito a soffitta.

Lì dentro la luce era debole e Maurizio fu il primo a inciampare, tanto che gli scappò un’imprecazione in siciliano quando si ritrovò lungo disteso a faccia in giù, il naso piantato su un lettino pieghevole, basso e sporco.

Sollevò il materasso sperando di trovare chissà cosa, ma solo per essere travolto da una nuvola di polvere che lo fece starnutire.

“Quando voleva stare da solo, Elias dormiva qui”, gli spiegò Adri, facendogli cenno di allontanarsi; “ma se il mio ragazzo ha nascosto qualcosa non è certo sotto il suo letto, dobbiamo aprire la cassa per forza!”

Avanzarono tra scatole vuote e vecchia tecnologia in disuso finché raggiunsero un massiccio baule in legno, dall’aspetto antico.

Maurizio tossì e starnutì per la polvere mista all’odore di chiuso, poi con la forza delle braccia cercò di spingere la cassa. Nessuna maniglia o sporgenza su cui far leva, perciò la fatica era doppia! Adri e Undet si piazzarono ai lati del baule e, seppure con grande difficoltà, tutti e tre ce la fecero a sollevarlo.

“Avanti Mauri”, Adri incoraggiò il collega più anziano che iniziava ad avere il fiato corto. “Portiamola giù, e occhio a non massacrarti le mani sul muro! Forza, uno, due, tre…”

“Maurizio dai! Uno, due, tre, respira. Se crolli ti rianimo!” scherzò Undet, ma dietro la voglia di sdrammatizzare era intuibile quanta fatica stesse facendo, più dei suoi colleghi; uno, due, tre, la scala sembrava eterna e lui posò lo sguardo preoccupato su ciascun gradino. Uno, due, tre, respira. Quel mantra contagiò l’intera squadra e li accompagnò finché la scala, stretta e a chiocciola, girò verso sinistra. Fecero una pausa di qualche secondo poi, un passo alla volta, ricominciarono a scendere. Uno, due, tre, respira. Di nuovo, fino a quando raggiunsero finalmente il soggiorno e, stremati, posarono la cassa sul pavimento.

“Ho un’età ormai, e portare pesi in spalla mi massacra la schiena”, si lamentò Maurizio sedendosi a peso morto sul divano; “tu però, Undet, anche se sei giovane fai più fatica di me!”

L’altro però non lo stava ascoltando, concentrato sul baule e ancora sul solito tormentone: “uno, due, tre, respira.” Era palese ormai a tutti che Undet stesse pensando ad altro, nessuno però ebbe il coraggio di chiedere.

“Sarà l’HIV a stancarli così”, pensò Maurizio osservando i colleghi seduti sul divano ma evitò di metterli al corrente della sua ipotesi preferendo concentrarsi sul coperchio della cassa, in cerca di un segno che rivelasse la serratura.

Nulla da fare, guardò e toccò ovunque finché arrivò all’angolo più in basso, dove una sporgenza cilindrica in metallo, lunga pochi centimetri, era avvitata al legno.

Aveva l’aspetto di una piccola maniglia, alla cui sommità si vedeva un cerchio liscio ma nessun foro dove infilare una chiave. Sicuro di sé, Maurizio tirò fuori un astuccio dalla tasca dei suoi pantaloni. Un contenitore in finta pelle che stava in una mano e a cui, benché fosse usurato, l’ex commissario sembrava tenere in modo particolare.

Si inginocchiò in silenzio davanti al baule e dalla custodia tirò fuori, una a una, diverse chiavi di ogni forma e misura. “Con queste apro ogni porta”, sorrise ai colleghi; “me l’ha regalato un ex rapinatore pentito, ci sbloccava anche le casseforti delle banche.”

Tentò lui, provò anche Undet, ma l’apertura della cassa si rivelò più testarda di loro perché l’unico effetto fu quello di rigare la vernice intorno al meccanismo.

“Inutile”, gli disse Adri togliendogli l’astuccio dalle mani; “sicuramente l’ex criminale di cui parli non è Roger, altrimenti ne saremmo venuti a capo. Te lo dico io.”

Roger ed Elias erano amici, forse qualcosa di più e Adri lo sapeva, per quanto fosse un pensiero scomodo. Restituite le chiavi al collega salì di nuovo in soffitta, ma dopo qualche minuto scese disperato.

“Niente, non c’è la chiave, né le istruzioni. Elias non mi ha mai rivelato come aprire questa cassa, ha sempre detto che era responsabilità sua e io dovevo soltanto nasconderla. Poi è sparito.”

“Aspetta un attimo”, suggerì Maurizio. “Forse la soluzione è un’altra! Al collo la tua ragazza numero 15 aveva il pendente con una chiave e sulla foto del tuo album si vede benissimo; che sia quella per aprire il nostro baule?”

Maurizio aveva toccato un nervo scoperto e il profiler a fatica trattenne l’impulso di essere scortese. “Jenny? Neanche sono certo fosse in confidenza con Elias”, si limitò a dirgli; “a parte il legame di virus. Ma con quale faccia dovrei andare io da sua mamma a chiederle conto della chiave?”

Testardo, Maurizio non si arrese. Svuotò l’astuccio e, prendendo una chiave una per una, provò ancora a sbloccare il baule che, però, sembrava resistergli anche quando lo prese a calci e pugni.

“Minchia, è la prima volta che il mio metodo non funziona”, si spazientì; “e neanche posso chiedere consiglio all’uomo che mi diede questi utensili, perché è morto, poveretto.”

“Allora dobbiamo chiedere aiuto a Roger”, Adri si avvicinò al baule con lo smartphone in mano; “Mi scoccia coinvolgerlo ma temo che resti l’unica via d’uscita.”

Il criminologo compose il numero dell’amico e attese la risposta; uno, due, tre squilli ma la linea cadde. Senza darsi per vinto provò una seconda, poi una terza volta, col medesimo risultato e fu costretto a rassegnarsi all’evidenza: l’interlocutore non voleva parlargli.


Vicino alla libertà

Nel casolare abbandonato, Leonardo cominciò a sentire i morsi della fame e stremato dal collare e la catena, ebbe la tentazione di tirar fuori il fidato cellulare per comporre il numero di emergenza ma il suono della porta che si apriva, lo bloccò appena in tempo.

Si rannicchiò in un angolo, le spalle rivolte alla porta, cosciente di subire di lì a poco l’ennesimo abuso. Restò immobile quando sentì due mani toccarlo sui fianchi e girò la testa, per accorgersi di avere accanto un ragazzo vestito da Ironman.

“Che cazzo vuoi”, gli chiese Leonardo terrorizzato; “vattene o ammazzami! Non ne posso più!”

“Stai calmo se vuoi salvarti”, fu la risposta dello sconosciuto; “o preferisci un taglio sulla giugulare?”

Una voce estremamente familiare, quella; o era solo una suggestione causata dai giorni di prigionia? Leonardo no si pose domande, rassegnato com’era al proprio destino. “Tanto qui per il caldo, la fame o dissanguato, devo morire comunque.”

Ironman gli posò una mano sulla spalla e il prigioniero ebbe l’impressione di non sentire aggressività in quel contatto, quasi come se le dita dell’estraneo lo stessero amorevolmente accarezzando.

“Ti devi fidare di me”, gli disse l’uomo mascherato toccando il collare. “Per adesso è meglio che tu stia legato e obbedisca agli altri super eroi, poi tra qualche giorno sarai libero. Dammi retta.”

“Almeno… Almeno dimmi chi sei…” L’ostaggio tentò di avvicinarsi alla maschera e sfilargliela, ma Ironman lo allontanò bruscamente. “Senti bello, se mi ascolti hai una possibilità di uscirne vivo altrimenti…”

Sì, quella era una voce conosciuta. Non c’era più alcun dubbio. Leonardo cercò di liberarsi, provando a strattonare la catena nella vana illusione di sganciare il lucchetto ma l’altro si chinò al suo fianco, sollevando la tavola di legno dove era nascosto il telefono. “Se non fossi dalla tua parte, credi ti avrei permesso di tenere questo?”

Il prigioniero lo spinse via, ancora più terrorizzato di quanto già non fosse; nella sua vita complicata fin dall’infanzia, l’unica sua certezza era stata quella di non dare mai fiducia agli altri, anche alla persona in apparenza più amichevole.

“Tu, hai ucciso Elias e ora vuoi farmi finire allo stesso modo!”

La rabbia e paura del ragazzo rapito non parve sfiorare di un millimetro Ironman: “Dai tempo al tempo e capirai ogni cosa. Però adesso è meglio che io vada perché, se il capo mi vede qui, mi fa la pelle; torno appena possibile.”

Il contorno di un simbolo di rischio biologico sul collo dello sconosciuto fu l’ultima cosa che Leonardo scorse, prima che Ironman uscisse chiudendosi la porta alle spalle.

Tanto bastò per tranquillizzare l’ostaggio, ma improvvisamente comparve dal nulla una moto che solo per un colpo di fortuna non investì Ironman, correndo velocemente in direzione del casolare.

Ne scesero due uomini, quello vestito da Dracula e uno col costume di Flash, che senza dire una parola aprirono la porta.

In velocità, riempirono la ciotola delle crocchette e dell’acqua poi senza degnare il povero Leonardo della minima attenzione salirono di nuovo sulla moto, sparendo nel nulla da dove erano arrivati.


Roger, chiamami!

Spazientito, Adri osservò il cellulare che non dava segni di vita: rifiutare le chiamate non era assolutamente da Roger e questo poteva significare solo una cosa: odore di guai, che si sentiva lontano un chilometro.

“Adri, lascialo stare”, suggerì Maurizio. “Inutile che gli telefoni in continuazione. Concentriamoci sulla cassa piuttosto!”

Il profiler scosse la testa e Undet prese coraggio: “forse forse ho capito come funziona! Impronta digitale”, e appoggiò un dito sulla maniglia della cassa. La parte superiore, piatta e liscia, aveva l’esatta dimensione di un polpastrello! Nulla di fatto: una vibrazione e un segnale acustico dal tono basso decretarono l’ennesimo fallimento.

Anche Maurizio volle tentare, ma Adri glielo impedì: “ci provo io”, disse; “sono il suo gifter! E se Elias non si fida di chi gli ha dato il virus…”

“Evidentemente no”, Undet non si fece scrupoli a smontare ogni illusione dell’amico; “altrimenti ci avresti messo il dito e l’avresti aperto subito, senza fare tanto casino.”

“Io questo lo sfascio”, ringhiò il profiler afferrando la maniglia tra pollice e indice. Provò a spingerla in senso orario, poi antiorario, e all’improvviso la sentì girare su se stessa!

Il cilindro si sfilò lentamente e una batteria a bottone cadde a terra, subito raccolta da Undet. I tre colleghi osservarono lo spazio vuoto in cerca di un qualche indizio che potesse risolvere la questione, ma nulla. Era solo un piccolo vano batteria, su cui risistemarono la pila e il cilindro metallico com’era prima.

Fu proprio in quel momento che arrivò lo squillo sul telefon di Adri, e sullo schermo apparve il nome Roger!

“Ehi, tre ore che ti cerco. Si può sapere dove stavi?”

“Cazzi miei”, rispose l’altro, sbrigativo. “Devi sempre rompere le palle nei momenti meno opportuni? Levati di torno, perché ho da fare!”

“Ah sì, ti rivolgi così al tuo gifter? Ho bisogno di parlarti di persona, vieni da me prima che puoi!”

“Che palle… Arrivo”, grugnì Roger dall’altro capo del telefono, e chiuse la comunicazione.

Trascorsa una ventina di minuti il campanello suonò e fu Maurizio ad aprire la porta; con le mani ai fianchi e le labbra serrate dal nervosismo, Roger si avvicinò un passo alla volta a quella casa che conosceva troppo bene ma appena di fronte all’ingresso, non credette ai propri occhi e restò lì, immobile.

“Cazzo ma mi potevi dire che c’era lui, Freddie!” si arrabbiò con Adri, indicando Maurizio. “Almeno mi sarei portato i guanti! Ora il commissario vorrà pure che lo abbracci magari…”

“Ex commissario”, puntualizzò Maurizio, imbarazzato e incerto su come muoversi. Guardò il nuovo arrivato dall’alto al basso, e una lacrima gli uscì dagli occhi. Rimase però un passo indietro, il suo sguardo a cercare un abbraccio che pareva inibito da un muro invisibile.

“Ti sei fatto un bell’uomo, Angelo”, gli disse alla fine e tese la mano sperando in una stretta che non arrivò mai.

“Grazie ma per favore mi chiami Roger, ho chiuso da tempo col mio vecchio nome.”

Sfacciato, Maurizio allungò il braccio e posò la mano sulla spalla di quell’uomo che ormai stentava a riconoscere e l’altro, di scatto, si tirò indietro come se l’avesse colto una scarica elettrica.

“Non riesco, Angelo, mi spiace. Ci conosciamo da quando eri piccolo, ti ho visto diventare adulto nel bene e nel male e ora mi mette a disagio chiamarti in modo diverso.”

“D’accordo, d’accordo; ma almeno eviti di toccarmi perché non mi faccio mettere le mani addosso da chi è HIV negativo! Diglielo tu, Freddie!”

“Non mi pare il caso”, gli rispose Adri; “non ti permetto di chiamarmi così davanti al poliziotto che ti ha messo in carcere più di una volta!”

Imbarazzato Maurizio guardò i colleghi, e senza dare loro tempo di dire una parola, decise di stroncare sul nascere ogni conflitto: “Negativo non più! Ti devi aggiornare, Angelo: io e te siamo fratelli di virus!”

“Allora a maggior ragione devi usare l’altro nome”, si spazientì l’ex rapinatore senza abbandonare la propria ostilità. “Il nome Angelo è parte del passato, tu mi chiami Roger e io ti do del tu.”

Sorpresi dell’inaspettata finzione, Adri e Undet rivolsero a Maurizio un sorriso complice e, assieme al nuovo arrivato, raggiunsero il soggiorno dove la cassa si stagliava inquietante al centro della stanza.

“Qui si mette male”, borbottò Roger fissando il baule; “Gifter, hai intenzione di far mettere a Tarocchi le mani nella merda?”

“Elias è scomparso da settimane”, Adri strinse con forza il braccio di Roger e lo spinse giù in ginocchio; “e tu sei l’unico a saperne qualcosa. Lo capisco da come mi guardi.”

“Quella cassa! Ha già causato tanto dolore e morte, aprirla è…”

Le dita del profiler strinsero ancora di più il braccio dell’ex malvivente, che sicuro di sé appoggiò il dito indice sulla maniglia del baule facendo, questa volta, scattare la serratura!

“Oh, questa è tecnologia”, Undet fissò meravigliato il coperchio che, finalmente libero, poteva essere alzato senza troppa fatica.

“A proposito neanche mi sono presentato!” Undet allungò la mano che Roger accettò di stringere solo dopo che Adri annuì in sua direzione. “Undet è uno di noi, Roger”, gli disse; “e ora muoviamoci a svelare questi segreti!”

“Il vaso di Pandora”, sospirò l’ex malvivente; “se proprio volete mettervi nei guai… Io vi ho avvertiti.”

“Maledizione cosa ci sarà qui dentro”, si preoccupò Maurizio con la mano ferma sul coperchio, spaventato all’idea di alzarlo. “Se ci fosse droga…”

Roger disse di no con la testa ma il suo sguardo non lasciava dubbi: “Elias… Il proprietario della cassa. Si è fatto uccidere pur di nascondere questo segreto!”


19 luglio 2018: Il vaso di Pandora

Prendendo coraggio, Adri e Undet alzarono il vecchio coperchio e l’odore che sentirono li lasciò senza parole: borotalco misto a puzza di chiuso, ma a farli ridere fu ciò che videro sul fondo.

“Quanto sono scemo”, rise Adri infilando le mani nel baule. “E io a pensare chissà cosa… Affanculo Roger! Tu e il tuo vaso di Pandora!”

“Per me questo Leonardo vive con Elias in qualche isola dei caraibi e ci ha presi in giro”, azzardò Undet, lo sguardo fisso sull’oggetto che Adri stava tirando fuori; “tutto questo casino per nulla.”

“Sai che forse hai ragione”, intervenne Adri ancora con le braccia infilate nella cassa. “Se il corpo di Leonardo è stato cremato senza analisi del DNA, potrebbe anche essere una finta morte! Sì!”

“Ma a che scopo”, protestò Maurizio. “Non riesco a capire quale legame ci sia fra questa cassa di legno, Elias, e lui. A meno che…”

“Denaro sporco”, replicò Undet; “e recuperato nel modo peggiore possibile.”

Adri annuì, con in mano finalmente il segreto della cassa: la rappresentazione in silicone, tremendamente realistica, di un neonato.

Anche Undet e Maurizio smisero di sorridere, quando il profiler stese la bambola sul tavolo; il finto bambino era vestito con una tutina di spugna che lo copriva fino ai piedi, lasciandogli scoperta solo la testa rotonda e senza capelli.

“Tutto ciò non promette nulla di buono”, Adri attirò l’attenzione dei colleghi; “i serial killer spesso hanno dei bambolotti per simulare le vittime, o minacciare…”

“Ma dai, su”, Undet guardò il giocattolo e ostentò una risata, che non sfuggì all’amico profiler: “non mi vorrai dire che abbiamo un omicida seriale! Complotti sì ma così è troppo, Adri!”

“In effetti”, rifletté Maurizio. “Anch’io una volta indagai su un caso con delle bambole gonfiabili ed erano donne. Mi presero in giro tutti, anche il medico legale…”

“Finché non hanno fatto l’autopsia a una vera donna morta”, aggiunse Roger. “E pensate che anch’io fraintesi la storia delle bambole e gli mandai a casa una prostituta, per dargli la soddisfazione di portarsi nel letto una ragazza vera.”

“Pedofilia”, ipotizzò ancora Undet; “questi bambolotti realistici potrebbero anche…” Si coprì il volto per mimetizzare il disgusto, ma Adri gli rivolse un cenno di assenso: “vero, queste tecnicamente si chiamano bambole reborn e le usano nei film, nelle serie tv, perfino nei corsi pre-parto. Ma anche…”

Roger si lasciò andare a un sospiro e strinse la manina del bambolotto, quasi come fosse un bambino a cui lui tenesse particolarmente; “su Amazon ne vendono un sacco e, di chi li compra, gli importa il giusto.”

Malinconico, il profiler sollevò delicatamente il pupazzo e lo osservò con attenzione: la tutina era ben chiusa, nulla che lasciasse presagire alcun discutibile desiderio. “Non mi risulta che Elias e Roger siano pedofili”, disse riposizionando la bambola sul tavolo di fronte ai colleghi; “il problema quindi è un altro. Undet, hai qualche idea tu?”

“Uno, due, tre,”, Undet non nascose più la propria inquietudine e di fronte ai colleghi perplessi iniziò a massaggiare il bambolotto recitando il solito mantra come un automa. “Respira. Uno, due, tre … Sicuri di voler conoscere il mio pensiero?”

“Adozioni illegali”, insinuò Adri. “O traffico d’organi…”

Ognuno di loro sapeva che, nella più tremenda delle ipotesi, bisognava rischiare anche la vita fosse stato necessario, per fermare simili delinquenti; potevano Elias e Leonardo essere coinvolti in un crimine così orrendo?

Maurizio da un lato, Adri dall’altro, entrambi forse convinti di no aver abbastanza amato i ragazzi a cui tenevano.

“Nessun trafficante di organi o neonati! Mia sorella ha avuto un bambino”, raccontò Roger indignato; “si è lasciata morire perché gliel’hanno portato via!”

“Senti Angelo, non dire cazzate!” lo shock si impadronì di Maurizio. “Tu hai un fratello, pensi forse che non lo sappia? Tua madre è la mia domestica, perciò dimmi cosa minchia nascondi! Chi è questa ragazza e chi ha portato via suo figlio!”

“Sorella di virus, non di sangue”, precisò lui. “E anche lei abitava a Oziarium come noi. Chissà dove si trova adesso quella povera creaturina, ormai avrà otto o 9 anni.”

Fuori di sé, Adri si avvicinò a Roger e lo afferrò per le spalle, spingendolo contro il muro: oziarium, sorella di virus, l’età del bambino. Un terribile pensiero si affacciò alla sua mente e strinse con le dita il collo dell’ex ladro: “”Parli di Jenny? Maledetto disgraziato! Se il bambino è mio, giuro che ti ammazzo con le mie mani.”

“No, no, Gifter… Freddie … non farlo”, Roger supplicò provando a divincolarsi dalla stretta, ma il criminologo era decisamente più forte. “Io ho provato ad aiutarla quando gliel’hanno rapito, volevamo concepirne un altro ma… Non ne sono stato capace.”

“L’uomo battezzato con l’acqua del polpo! Ecco cos’era!” Bisbigliò Maurizio, in direzione di Adri; poi si rivolse di nuovo a Roger. “Quindi il neonato finto era una specie di psicoterapia rudimentale? Angelo scusami, non sarò più il commissario Tarocchi di una volta ma davvero mi sfugge la logica di tutto ciò.”

“Quanti sacrifici ho fatto per Jenny e il suo piccolo”, continuò a lamentarsi Roger; “e lei aveva occhi solo per Elias che invece l’ha abbandonata. Ho procurato io i soldi per quella bambola sperando potesse aiutarla dopo il rapimento ma s’è ammazzata lo stesso. Non so altro, giuro!”

“Roger! Farabutto! Non mentire”, gli intimò Adri prendendolo ancora una volta per un braccio. “Tu sai troppe cose di Elias, e secondo me conosci anche il suo ragazzo Leo…”

L’altro però si chiuse in un ostinato silenzio e Maurizio, di risposta, gli mostrò la busta che la domestica gli aveva fatto recapitare con la lettera e foto di Leo in primo piano.

“Sentite”, si indispettì Roger. “Potete anche non credermi ma io non ho mai incontrato questo cazzo di Leonardo che se la faceva con Elias! E non so mia madre da chi abbia avuto questo messaggio!”

A Tarocchi non sfuggì la crescente agitazione dell’ex malvivente ma, per non farsi troppo notare, rivolse tutta l’attenzione a Undet che stringeva fra le braccia il bambolotto come fosse un reale neonato, tanto da farsi scappare qualche parola dolce: “Simone, piccolo lottatore! Uno, due, tre, respira.”

Quelle parole, ormai, per tutti iniziarono ad avere un senso e Undet fu costretto a confrontarsi.

“Identico spiaccicato a un bambino che conoscevo”, raccontò senza lasciare mai il pupazzo in silicone; “ancora molti anni prima di essere HIV positivo, andai all’ospedale per un banale intervento di routine e trovai quel povero piccolo di pochi mesi in parcheggio, era vestito bene e pulito, ma non respirava. Sono riuscito a rianimarlo e l’ho portato dentro, ricordo ancora l’emozione fortissima quando l’ho sentito piangere! In seguito sono venuto a sapere che la madre non è mai stata rintracciata perciò è stato adottato, se n’è presa cura la prima infermiera che l’ha soccorso dopo di me.”

Il finto bambino passò nelle mani di Maurizio e poi di Adri, che sorrise al collega. “L’unica volta in cui Undet ha mostrato un po’ di istinto paterno, Ho la sensazione che lui non voglia allargare la famiglia di virus per paura di mettere qualcuna incinta.”

Undet voltò le spalle ai colleghi e infilò le braccia nella cassa, come a voler cercare qualcos’altro; “Simone era il nome dell’uomo che mi ha insegnato le tecniche di primo soccorso e l’ho dato al bimbo che ho salvato, tutto qui! Smettetela!”

Roger continuava nervosamente a strofinarsi le mani, senza mai incrociare gli occhi dei tre poliziotti ma Adri, ormai, aveva imparato a conoscerlo:

“Senti criminale! Se non vuoi raccontarlo a Maurizio, dillo a me, non è che hai fatto a cazzotti con Eli per la paternità del bambino?”

“Cosa ti viene in mente, Gifter! Era Elias, il padre, ma lui e Jenny hanno scaricato il loro piccolo davanti all’ospedale come fosse spazzatura.”



Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Scopri di più da PlusBrothers

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continue reading