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Maurizio Tarocchi 13: la paura di Jonathan

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Il piccolo Jonathan si lega sempre più a Adri, e mostra una grande passione per gli anagrammi. Maurizio Tarocchi e Undet sono tornati a Bugliano…


Maurizio Tarocchi 13: la paura di Jonathan

Jonathan ignorò volutamente Vitale e Roger, per andarsi a sedere sulle ginocchia di Adri che comprese al volo la situazione.

Al profiler bastò un cenno per invitare i due a uscire e loro acconsentirono, come se non aspettassero altro.

“Io non voglio parlare con quelli”, piagnucolò il bambino. “Roger ha gli occhi cattivi e Rocco non sorride mai. Non lo so…”

“Dai”, lo incoraggiò Tarocchi. “Parlaci dei nonni. Erano i genitori della mamma, giusto?”

Sembrava che Maurizio avesse perso di colpo tutto il proprio cinismo, recuperando il cuore tenero del giovane commissario che almeno vent’anni prima aveva accolto in casa Léon Moussa, un bambino africano senza famiglia. “Il mare, le armi”: il gioco di parole pronunciato a ripetizione dal piccolo Jonathan gli confermava che probabilmente anche questo bambino era, quanto Léon, sfruttato da adulti senza scrupoli che trafficavano armi servendosi di lui.

“No, i genitori del papà. Raccontavano che ero stato abbandonato perché nessuno mi voleva bene, e ci ho creduto fino a quando è successo il casino a scuola col maestro Marco.”

Il piccolo scoppiò in lacrime appoggiando la testa sulla spalla del profiler, così anche Undet e Mauri tentarono di rassicurarlo nel limite delle loro possibilità.

“Era il primo anno di scuola. Il mio compagno Lollo… Insomma… Lorenzo stava in banco con me, e un giorno in ricreazione mi ha chiesto di nascondermi con lui dietro la scuola anche se il maestro ce l’aveva proibito.”

Undet, Adri e Tarocchi si scambiarono sguardi complici. Nella loro vita in polizia ne avevano viste troppe e la loro mente era affollata di immagini tra furgoni bianchi, sconosciuti con le caramelle drogate, o peggio insegnanti dai comportamenti discutibili. Ma ogni loro domanda restò sospesa, di fronte agli occhi innocenti di Jonathan e la sua voglia di raccontarsi a persone che finalmente sembravano dargli un po’ di ascolto.

“Ci ha raggiunto la nostra amica Laura perché voleva farci vedere un segreto che solo lei sapeva e dopo un po’ sono arrivati due uomini. Uno più anziano e l’altro giovane, si abbracciavano come i fidanzati.”

Adri e Undet annuirono in silenzio ma Maurizio, stavolta, non riuscì a trattenersi: “Minchia! Che schifosi maleducati! Hai visto chi erano? Li hai riconosciuti?”

“No, Maurizio, li ho visti solo di spalle. Li ho sentiti dire che non volevano essere scoperti, invece poi si sono scoperti e come! Anche le mutande si erano levati!”

Il profiler accennò un sorriso per quel doppio senso, e ancora una volta cercò di tranquillizzare il piccolo facendolo giocare col proprio medaglione al collo e tenendolo stretto a sé; era ormai palese il loro legame viscerale, con Undet e Maurizio a chiedersi cosa unisse il criminologo a un bimbo orfano arrivato da chissà dove.

“Io e Lollo siamo stati immobili schiacciati sul muro per non farci vedere, Laura invece li ha spiati. Ha detto che erano vestiti come due super eroi.”

Per Maurizio ormai era diventato quasi un interrogatorio e non si fece più scrupoli con le domande: “Hai detto che si sono spogliati ma… li hai visti anche in faccia, allora?”

“Io non so! Non sono sicuro! Avevano le maschere! L’ho raccontato al maestro Marco e da allora non mi ha più permesso di uscire per la merenda. Mangiavamo io e lui per conto nostro e mi insegnava gli anagrammi.”

Il profiler indicò la copertina del libro “Anagrammi per tutti”, mostrando la dedica ai colleghi e a Jonathan:

“Al mio meraviglioso Gifter. Tuo Marco, numero 30”.

“Hai visto piccolo terremoto, conosco molto molto bene Marco quindi ti puoi fidare di me. Perché non ti ha più lasciato andare fuori a giocare?”

“Sono capitate cose strane”, il bambino continuava a raccontare senza mai distogliere lo sguardo dal segno Rischio biologico inciso sul medaglione di Adri. “Da quando con Laura e Lorenzo ho visto i due uomini super eroi, la nostra amica non è venuta più a scuola. Tutti dicono che sia partita per l’America però io non ci ho mai creduto.”

I tre agenti di polizia si guardarono mesti, consapevoli di custodire una terribile verità: Laura, 8 anni, morta dissanguata poco tempo prima. Non poteva essere una coincidenza ma come spiegarlo a un bambino che già ne aveva passate troppe?

“Laura neanche è venuta a scuola a salutare prima di partire capisci? Nessuno sapeva che andava via! E nessuno ne ha parlato più, dopo! Come se Laura non ci fosse mai stata. Ho paura per me le è successo qualcosa di brutto.”

Il medaglione

Per non mettersi a piangere Jonathan guardò ancora una volta la copertina del libro sugli anagrammi, colpito soprattutto da una parola. “Tu allora sei il gifter del maestro Marco”, azzardò cercando di sfilare il medaglione dal collo al profiler. “E Marco è il gifter di zio Leo…”

Maurizio abbassò lo sguardo mentre Undet e Adri scossero la testa; quel bambino era evidentemente molto più sveglio di tutti loro. “Quindi il tuo maestro Marco ha un fidanzato”, si sbilanciò Tarocchi senza più nascondere la curiosità. “…Che si chiama Leo e ha un medaglione come quello del nostro amico Adri. Ho capito bene?”

“Leo è amico di Marco ma vuole che lo chiamo zio. Tutti e due hanno sulla pelle il disegno del medaglione e Leo dice Gifter a Marco. Non so cosa vuol dire!”

Poi osservò le mani e i volti sia di Undet sia di Maurizio, e aggiunse: “Loro mi hanno chiesto di fidarmi solo di chi ha il disegno come il medaglione e non degli altri perché sono… Il maestro ha usato la stessa parola dei brutti voti. Negativi.”

“E ha ragione”, gli sorrise Adri lanciando un’occhiata maligna a Undet; “ma i miei amici sono bravi anche se non hanno il simbolo. Ti ha detto altro il tuo maestro?”

“Lui e zio Leo… Noi facevamo gli anagrammi insieme.” Il piccolo iniziò a parlare sottovoce, forse sperando di non farsi sentire da Maurizio e Undet ma Adri lo incoraggiò a non temere. “Leo e Marco mi hanno regalato il lettore della musica. Quello che ti ho dato, raccontando che era della mamma. E poi…”

Si abbandonò a un pianto disperato e dovettero dargli un bicchiere d’acqua per farlo calmare, ma rifiutò categorico l’invito di Maurizio a uscire per prendere un po’ d’aria.

“Non voglio andare dai signori sociali”, implorò asciugandosi le lacrime; “la nonna diceva sempre che se parlavo con qualcuno mi portava da quelli che tengono i bambini soli.”

“E noi non ti ci porteremo”, rispose convinto Undet; “ma tu devi dirci cosa è successo davvero. Cosa ti fa paura, raccontaci chi è l’asino in mare. C’entra con la mamma?”

“Me l’ha detta Marco! Sono le ultime sue parole la volta che…”

Un’altra crisi di pianto colpì il bambino, tanto che nessuno dei tre poliziotti ebbe la forza di insistere; proporgli ancora una passeggiata non funzionò, e alla fine decisero per una pausa con un video sul computer.

La corsa di due macchinette che gareggiavano su una pista giocattolo però venne bruscamente interrotta da uno spot casuale in cui si vedevano alcune immagini di bambini, per pubblicizzare un progetto di ricerca scientifica all’ospedale di Bugliano.

“Qui lavorava nonna”, spiegò Jonathan puntando il dito sul logo dell’ospedale; un giorno ci sono stato insieme a zio Leo e il maestro Marco!”

Ricordi e anagrammi

Nel ricordo, Jonathan era sceso dalla macchina tenuto per mano dal suo insegnante mentre Leo stava loro accanto; in silenzio avevano percorso un lungo corridoio e si erano fermati davanti alla porta di una stanza, dove una giovane donna gravemente malata stava riposando. “Lei è mamma”, gli aveva sussurrato Marco all’orecchio ma un’anziana infermiera aveva impedito loro di accedere e, preso il piccolo per un braccio, se l’era portato via insultando pesantemente i due uomini.

“Era la nonna”, il piccolo proseguì il racconto cercando di non piangere più; “e quando lei mi ha stretto il braccio, Marco mi ha gridato quella storia. ‘L’asino in mare, rimane l’asino, il mare non sai. Le armi non sai.’”

Maurizio prese dal tavolo una penna e si appuntò la frase su una mano: “sarà un’anagramma”, disse ai colleghi. “Se Marco ha scritto quel libro e insegnava gli enigmi al bambino…”

“Io non capisco perché nonna mi chiamava Simone in pubblico e a casa ero Eugenio! Marco e Leo però, erano gli unici a usare Jonathan. Che mi piace di più.”

Ancora un ricordo per Undet: l’immagine del neonato privo di conoscenza nel parcheggio non gli usciva dalla mente e si fece coraggio: “Simone era il nome che ti avevo dato io”, gli spiegò. “Quando ti ho portato in ospedale perché ti hanno lasciato solo.”

“Quindi mi hai salvato tu!” Il bimbo si allungò verso il detective che accettò di buon grado quell’insperato abbraccio. “Forse sei l’unica persona buona senza il medaglione.”

“Lo faremo mettere anche a lui, tranquillo”, Adri non perdeva occasione per lanciare frecciatine al suo amico di sempre; “e prima o poi anche Maurizio ne avrà uno…”

Tarocchi nel frattempo insisteva a recitare a bassa voce la solita frase: “le armi non sai, l’asino in mare…” Infine si arrese all’evidenza di non aver ancora trovato la soluzione per quello che sembrava un complicato enigma. “L’unica possibilità che ho individuato è: ‘Resa lì in mano’”, disse poi ai suoi colleghi che lo guardarono con occhi sgranati; “piccolo, cosa dici, tu? La soluzione è quella?”

“Sermoni anali, limonare sani”, sussurrò Adri ma solo Undet riuscì a capirlo e gli fece un sorriso che coinvolse anche Jonathan, il quale però scosse la testa, incerto.

“Rimane l’asino, ma non la miseria!” rispose alla fine, gli occhi fissi sul libro degli anagrammi. “Marco e Leo mi hanno raccomandato di dire queste parole solo a chi ha il segno uguale al medaglione.”

“Forse riguarda la nonna”, Maurizio voleva provarle tutte pur consapevole di brancolare nel buio. “Stavi bene con lei?”

“NO!” Jonathan, per la prima volta arrabbiato, si alzò in piedi e si aggrappò alla giacca di Adri, che dovette nuovamente farselo sedere in braccio per tenerlo calmo.

Scappato di casa

Ancora una volta Maurizio, assieme ai colleghi, tentò di fare mente locale: “rimane l’asino, ma non la miseria. Forse ci stai raccontando di quando sei scappato di casa.”

“Avevo fame, avevo paura”, raccontò ancora Jonathan senza versare una lacrima. “La nonna era stesa per terra che non respirava e io sono saltato dalla finestra.”

“Maledizione a me”, esclamò Adri tornando col ricordo al giorno in cui, accompagnando Maurizio e Undet all’aeroporto, aveva ignorato il bambino che attraversava la strada in solitudine. “Ti ho visto che scappavi, lo sai? Ma speravo ci fosse qualcuno con te.”

“Volevo trovare Leo, volevo Marco, volevo… Non so… Sono arrivato qui.”

“Cercavi uno col medaglione e io ti ho trovato”, il profiler strinse di nuovo a sé il ragazzino che lo abbracciò a sua volta. “Ma adesso raccontami della nonna. Di cosa mangiavi quando eri a casa con lei.”

“Faceva tutto schifo, i nonni mi davano da bere qualcosa che sembrava sangue. Poi quando arrivava zia Lolli…”

“Stavi sempre male”, lo interruppe Undet sfogliando, ancora una volta, il diario di Jenny. Dai racconti traspariva la solitudine di una madre che cercava il proprio figlio, ma dalla data del 5 settembre 2015 sulla prima riga di ogni pagina si leggeva il messaggio in codice “Enrico sa”.

“Enrico sa, Enrico sa”, di nuovo Maurizio si appuntò la frase sulla mano. “Io conosco un Enrico. Russo, il giornalista, forse bisogna chiamarlo perché non ci ha detto tutto.”

“Invece sappiamo abbastanza”, ribatté Undet. “Quando gli abbiamo parlato ci diceva che Jenny lo salutava con una frase strana. Come era, Nico buonasera?”

“Sera Nico!” Lo corresse Maurizio. “Ma sì! Certo! Minchia quanto sono idiota. Sera Nico, avevo l’anagramma sotto gli occhi! Arsenico. Enrico sa! La povera Jenny aveva capito ogni cosa e ha provato a dirlo a tutti, a modo suo.”

“A me due più due fa quattro comunque”, intervenne Undet. “Se Jenny faceva gli anagrammi, Marco anche, e il bimbo è uguale, questo talento comune significa che…” Adri però fu svelto a fargli cenno di stare in silenzio: “capisco cosa intendi amico, ma senza prove dove cazzo andiamo?”

“Arsenico? Cosa è?” Chiese Jonathan, lo sguardo perso fra le pagine del volume sugli anagrammi e quelle del diario appartenuto a Jenny. “Io ho visto solo che Lolli quando cucinava metteva una polvere nell’acqua ma non voleva la guardassi preparare la cena e se lo facevo, lei o nonna mi punivano sempre.”

“Solo tu sai quanto hai sofferto, piccolo amore mio!” Si sbilanciò Adri. “Sei davvero un bambino coraggioso! Cascasse il mondo, ma troveremo il modo di farti stare bene.”

“Allora non fatemi più parlare coi super eroi cattivi, li ho visti qui senza maschera. Sono amici vostri.”



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