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Maurizio Tarocchi 17: sensi di colpa

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Convinta che Adri sia morto, Lidia arriva a Bugliano e rimane sorpresa quando trova il criminologo che sta lavorando insieme a Maurizio Tarocchi. Il piccolo Jonathan racconta dei super eroi ma nessuno gli crede…

Tra Bugliano e Oziarium ci sono state troppe morti evitabili e nessuno riesce ad affrontare i sensi di colpa…


Maurizio Tarocchi 17: sensi di colpa

In taxi, Lidia compose un numero sul suo telefono. Una, due, tre volte e il risponditore automatico le segnalava sempre utente non raggiungibile. “Allora è vero”, pensò tra sé mentre dai suoi occhi iniziava a spuntare qualche lacrima ma ben presto si rese conto che un gruppo di ragazzi stava bloccando il traffico tagliando la strada alle auto: non appena una macchina imboccava la via principale, ecco che uno o più manifestanti le si piazzava davanti al muso, e per il taxi non fu diverso.

“Ridateci scuola —> o curateci l’AIDS” era la scritta del loro striscione, e il tassista li guardò perplesso limitandosi a suonare il clacson perché lo lasciassero passare.

“Maledizione”, sbuffò il conducente spegnendo il motore; “quando la finiranno queste sceneggiate?” Ma Lidia si limitò a un lieve cenno di assenso, con gli occhi sempre più lucidi dal pianto.

La manifestazione studentesca non sembrava cambiare percorso e il tassista aveva ormai perso la pazienza. “Proprio oggi devono fare gli scioperi”, brontolò. “Come se noi volessimo davvero credere al loro desiderio di tornare a scuola.”

Lidia non gli diede peso e si coprì il volto con un braccio, determinata a non condividere il suo grande e misterioso dolore con quell’estraneo che la stava accompagnando. Passarono pochi minuti che parvero un’eternità, finché due poliziotti non intervennero costringendo il corteo a sparpagliarsi.

Il motore del taxi finalmente ripartì e, con lui, anche la radio che in quel momento stava trasmettendo le notizie:

“Ancora un mistero la morte della piccola Laura, 8 anni, rinvenuta con la gola recisa qualche giorno fa in centro a Bugliano. Dall’autopsia risulta una ferita causata da un’arma da taglio, forse un coltello, i genitori sono in stato di fermo.”

“Sarà stata la madre”, azzardò il tassista; “queste donne moderne che appena si accorgono di quanto sacrificio costi un figlio se ne sbarazzano…”

Lidia si morse le labbra per non rispondergli male e tornò con la mente a una fresca sera di qualche anno prima quando, in vacanza a Oziarium assieme al suo compagno, aveva conosciuto Adri mentre lui e Maurizio indagavano sulla morte del piccolo Riccardo Leotta.

Quel dramma la sconvolse, soprattutto perché l’opinione pubblica non sembrava indignarsi come sarebbe stato opportuno fare verso la morte cruenta di un bimbo di tre anni; anche nei confronti di Laura si preferiva inveire contro le donne anziché auspicare giustizia per la piccola vittima.

Avevano archiviato l’inchiesta su Riccardo come incidente domestico e Adri non ne era convinto, così come non ci credeva Lidia; quel lontano giorno si erano promessi che avrebbero indagato per conto loro se ne avessero avuto occasione e tutto si era sviluppato in un legame inatteso. La passione, la febbre, il virus, dopo anni di tira e molla avevano l’energia e la determinazione per affrontare l’indagine a testa alta.

Ma tutto si era spento all’improvviso, in un freddo messaggio social: “Adriano La Scala trovato carbonizzato nella propria auto.”

Erano troppi i pensieri che le si affollavano in mente e si limitò a guardare dal finestrino, come sperando di avere dalle automobili che sfrecciavano in strada, la risposta a domande sempre più inquietanti.

“La destinazione è sulla destra”, annunciò il navigatore del taxi e Lidia, malvolentieri, pagò il conducente. Un cenno di saluto e si avviò rapida verso il cancello di un’abitazione. “Devo verificarlo di persona”, disse tra sé; “e scoprire cos’è accaduto.”

Grande sorpresa

L’abbraccio disperato tra Maurizio e Adri venne stroncato sul nascere dal suono insistente del campanello e quando il profiler andò alla porta, si trovò Lidia a saltargli letteralmente al collo.

“Allora non sei … non sei morto!” Si strinse a lui ma Adri, sbrigativo, bloccò ogni suo gesto intimo. “Non dovresti stare qui”, le disse; “non sai cosa rischi.”

“Ho capito tutto”, replicò lei guardandolo negli occhi; “sui bambini, su Jenny, so chi l’ha uccisa e perché. Devo parlarti, visto che non ti hanno…”

“Ammazzato?”, lui le rivolse un sorriso maligno e la invitò a entrare in casa. “In effetti volevo approfittare di quella falsa notizia ma me l’ha impedito una persona che ora è mia ospite e che ti conosce bene.”

Incerta, varcò la soglia seguita da Adri e si fermò di colpo appena si accorse di Maurizio, seduto sul divano col piccolo Jonathan sulle ginocchia; lo stesso divano dove lei, tempo prima, aveva ceduto alle avance del profiler.

“E lui chi è?”, domandò senza degnare Tarocchi di uno sguardo. “Non sarà mica…” Un improvviso pensiero la assalì ma restò in silenzio appena vide che il bambino era concentrato a giocare con lo smartphone.

“Si chiama Jonathan, è completamente solo al mondo e stiamo cercando di aiutarlo”, le spiegò Adri, parlandole a bassa voce. “Sto indagando sulla morte dei suoi genitori.”

“Allora è lui davvero”, pensò; ma annuì tristemente verso Adri e Maurizio, ricordando forse il passato in cui insieme al compagno non era riuscita ad adottare Léon, piccolo orfano proveniente dall’Africa.

Ma quando tentò di fare un passo verso Jonathan, lui la spinse via. “Non toccarmi… sei l’amica di Flash…”

“Amica no, ma l’ho visto”, gli rivolse un timido sorriso. “Flash è molto carino.”

“No! No! Quello è cattivo”, il bambino si mise a piagnucolare mentre raccontava; “non sorride mai. Solo Iron man è buono…”

“Ha la fissa coi super eroi”, intervenne Maurizio Tarocchi ostentando freddezza verso l’ex compagna. Undet, compresa la situazione, decise di intervenire: “dice che Flash e Batman gli stanno facendo del male.”

“Flash, Batman e il vampiro”, rispose Jonathan; “dopo c’erano anche Superman con la moglie. Ma li hanno fatti volare, così ha detto il vampiro…”

Si asciugò una lacrima e, esitante, indicò il lettore MP3 ancora collegato al PC di Adri. “Lì dentro, lì dentro…”

Allungò una mano verso il mouse ma Adri glielo tolse dalle mani. “Era della mamma, dentro lì c’è la sua voce… Anche lei è volata in cielo, vero?”

I tre agenti si limitarono ad annuire consapevoli che Jonathan avesse capito molto più di quanto ci si aspettasse da un ragazzino di quell’età; inutile sforzarsi di proteggerlo, quel bambino era già un piccolo uomo e nulla poteva più restituirgli l’infanzia.

“E tu Lidia cosa sei venuta a fare qui? Se conosci Flash però ce lo devi dire”, Undet si sedette di fronte a lei, come se il tavolo della cucina fosse diventato una sala interrogatori. “Se non vuoi dirlo a Maurizio o Adri almeno dillo a me!”

“Una coppietta”, spiegò la donna cercando di sostenere lo sguardo dell’agente ma soprattutto quello impaurito del bambino; “erano molto carini… Sono scesa dal treno e c’erano loro, Flash e Batman che si tenevano per mano. Io però non ci ho parlato mai. Era la prima volta che li vedevo, lo giuro…”

“Flash ha dormito qui”, raccontò Jonathan provando a non piangere. “Ma nessuno mi crede! Era qui! Senza maschera. Se la è messa stamattina per uscire ma l’ho riconosciuto…”

Maurizio scosse il capo: saranno state solo insinuazioni di un ragazzino in cerca di attenzioni, in casa non c’erano altre persone a parte loro cinque! Rocco e Roger se n’erano andati senza spiegazioni, ma solo l’idea che fossero coinvolti in affari criminali fece rabbrividire l’ex commissario.

“Avanti”, disse alla fine; ripercorse con la mente il recente passato, quando era andato in pensione affidando a Rocco Vitale il commissariato di Oziarium. “Non posso credere che i miei amici abbiano…”

“Nemmeno io”, aggiunse Adri ma evitò lo sguardo dei presenti, soprattutto quello di Lidia e Jonathan. “Roger no, non può sporcarsi ancora le mani dopo una vita nel crimine. Ci metterei la mano sul…”

Si schiarì la gola, cosciente del libro sui vampiri ancora posato sul tavolo accanto al computer. La citazione sulla cerimonia in cui un bambino piccolo avrebbe dovuto bere il sangue dei propri genitori adottivi non l’aveva lasciato indifferente. “Sul fuoco magari no”, era la prima volta che il criminologo provava un’insicurezza così palese; “ma portare via un libro e uccidere tre persone, se permetti è diverso! Non ci posso, non ci voglio credere.”

L’espressione mesta sui volti di Lidia e Jonathan però era più che eloquente: la persona di cui si fidavano di più, non stava ricambiando la fiducia. Perché?

“Ci nascondi qualcosa criminologo”, Tarocchi non vedeva l’ora di provocare il collega; “uno che ha contagiato novanta persone con l’HIV è capace di…”

“Sei senza vergogna”, lo incalzò Lidia; “Maurizio tu non hai diritto di offendere così il mio Gifter perché se qualcuno deve rimproverarsi, quella sono io!”

Flash e Batman

Jonathan si alzò dal tavolo e corse verso l’uscita, subito fermato da Undet che lo prese tra le braccia. “Adesso facciamo un gioco”, gli propose. “Cosa dici? Se sei bravo con gli anagrammi puoi riuscire anche con questo. Vediamo le foto e mi dici se riconosci qualcuno. Va bene?”

“Anagrammi”, pensò tra sé Lidia ma non ebbe il coraggio di esprimersi; era la prima volta che aveva la sensazione di incutere paura a un bambino. Lei, che in tutta la sua vita si impegnava per aiutare i piccoli bisognosi. Ma fu Adri più in difficoltà, sentendosi giudicato da Maurizio e da Undet. “Facciamo i confronti come in America”, disse alla fine il profiler; aveva compreso alla perfezione di quali foto il suo amico Undet parlasse e tirò fuori dallo smartphone un album che conosceva troppo bene.

“Cosa cerchi dalla mia famiglia”, Lidia indignata si rivolse all’ex compagno; “se vuoi vendicarti del mio gifter… di Adri per colpa mia, sono qui. Prenditela con me e non usare i miei fratelli di virus!”

“Stai calma”, il profiler le appoggiò una mano su un fianco senza curarsi dello sguardo imbarazzato di Tarocchi e Undet. “Se il bambino riconosce qualcuno di loro, il criminale non potrà andare lontano e questa volta il bastardo ha davvero i giorni contati, abbi fiducia in me.”

Nella stanza calò il silenzio mentre piano piano le foto scorrevano a schermo e Undet aveva dato a Jonathan un foglio con una matita; neanche Maurizio si azzardò a dire una parola, in trent’anni di esperienza non gli era mai successo che il risultato di un’indagine dipendesse solo dalla testimonianza di un bambino.

Il ragazzino però non tracciò alcun disegno, limitandosi solo a scrivere “voglio sentire la voce di mamma”. Un’occhiata complice tra i poliziotti e Adri acconsentì, seppur malvolentieri, ad avviare una registrazione dal piccolo lettore MP3 ancora collegato al computer, non prima di aver evidenziato l’immagine della ragazza numero 15. Stefania Jenny Leotta – 26 agosto 2007.

“Devo fare qualcosa per Jonathan, devo trovarlo, Lidia ti prego aiutami… Magari Maurizio può…”

Il profiler cambiò immagine a video e lasciò in evidenza la foto di due ragazze mano nella mano, che Jonathan fissò intensamente. “Se la mamma è Jenny, quest’altra è… Sì, Lolli, quella cattiva che mi faceva stare male!”

“Hai ragione a essere arrabbiato con me piccolo”, gli disse Lidia trattenendo le lacrime. “io dovevo aiutare tua mamma e invece ho avuto paura di Lolli anch’io…”

Il piccolo abbassò gli occhi e per un momento Lidia ebbe paura di vederlo chiudersi di nuovo nel proprio mondo, ma gli sorrise quando lo sentì rivolgersi proprio a lei:

“Zia Lolli non aveva niente ma tu hai il disegno come quello di Adri”, le disse prendendole la mano; sulla pelle la donna aveva un tatuaggio col segno di rischio biologico ancora fresco. “Ce l’ha anche Iron Man, sul collo.” Jonathan non si fece più scrupoli a sfogliare da solo le foto sullo smartphone del profiler, inutile per gli agenti cercare di impedirglielo.

Una, due immagini, tre… Il bimbo, deciso, iniziò a scrivere: “14 mamma di Lollo. 15 Jenny mamma. 30 maestro Marco. 80 Iron Man Marco doppio. 94 Laura punture. 95 signora medaglione fresco.”

Continuò a scorrere avanti e indietro un’immagine dopo l’altra, come a voler cercare qualcosa o qualcuno e alla fine posò la matita: “Non c’è lo zio Leo in mezzo a queste persone”, disse quasi piangendo; “era tanto tanto amico di Iron Man, insomma, del secondo maestro Marco… Non so come si chiama.”

“Lo so io”! Adri si sforzò invano di nascondere le lacrime, ormai conscio di una realtà che per troppo tempo aveva rifiutato di vedere. “Sei stato molto bravo, Jonathan! Adesso però vai di là sul letto a dormire che io e i miei amici poliziotti andiamo a prendere Iron Man. Va bene?”

Ma il ragazzino preferì stendersi sul divano e tutti rimasero in silenzio fino a che non lo videro addormentarsi


26 luglio 2018: figlio indesiderato?

Quella notte Adri non aveva chiuso occhio, tormentato da un chiodo fisso: gli ultimi messaggi ricevuti sullo smartphone indicavano un nome di donna a cui non aveva mai accettato di rispondere, ma il foglio con gli appunti del bambino lo stava costringendo ad affrontare l’ennesima situazione difficile: “14, mamma di Lollo”.

Per l’ennesima volta aprì l’immagine numero 14 col nome Lara e la data del test HIV, 25 dicembre 2009. “Oh cazzo”, disse tra sé e si avvicinò al divano, solo per rendersi conto che il piccolo Jonathan dormiva ancora e Lidia lo teneva stretto fra le braccia.

Era suo dovere lasciarli in pace, così finalmente decise di affrontare Lara al telefono ma gli rispose la segreteria.

“Ehi, Adriano”, lo chiamò Tarocchi; “fossi in te ascolterei questa registrazione, se è davvero così io ho fallito per primo.”

Il primo suono che si udì fu quello di una vecchia porta cigolante e i passi di due persone su un pavimento in legno.

“Perché cazzo mi porti in questa gabbia”, una donna palesemente arrabbiata rifiutava di entrare nell’edificio da cui non proveniva alcun suono.

“Questo posto è il mio rifugio”, diceva la voce di Jenny. “Ci vedevamo qui io ed Eli. Ho partorito qui…”

“Io invece… Quel bastardo mi ha preso con la forza.” Un pianto disperato aveva interrotto la discussione, poi la porta si era chiusa dietro di loro.

“Dovevo essere la ruota di scorta, se il tuo bambino veniva adottato da altri dovevano prendere il mio… Ma Lorenzo no… Non l’ho lasciato al bastardo di suo padre.”

Con un gesto di rabbia Adri bloccò la riproduzione e ancora una volta digitò invano il numero di Lara; così Maurizio staccò il lettore dal computer e si infilò gli auricolari; ormai non gli importava più degli altri, doveva arrivarci da solo. Sentire con le sue stesse orecchie a quali persone per anni avesse dato fiducia.

Rimase immobile per più di venti minuti, poi sbatté il pugno sul tavolo: “Minchia”, urlò senza curarsi che la sua reazione avesse svegliato Lidia e Jonathan. “Devo mettere in galera questi due vermi. Andiamo a prenderli, e che sia subito!”



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