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Voto ai virus, ma nel mondo reale

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Siamo ufficialmente entrati nell’era del diritto al voto esteso anche ai virus! Parliamo di Bugliano? Assolutamente no. Siamo nel mondo reale, anzi su Internet. Ma le conseguenze di cosa accade qui, hanno ripercussioni anche fuori.

Non ci piace essere pessimisti distopici apocalittici e non lo saremo, ma una riflessione è decisamente obbligatoria per evitare anche noi di cadere nel “tifo da stadio” in cui i dibattiti da social network vorrebbero spingerci.


Alex Jones rientra in Twitter, anzi in X

C’è un personaggio autore da tempo di teorie cospirazioniste tra cui l’insinuazione che una sparatoria con numerose vittime (Sandy Hook) sia “una messa in scena”. Si chiama Alex Jones e per diverso tempo ha persino molestato i genitori delle persone morte – fonte: Wired, chi è Alex Jones.

L’ormai ex Twitter, ora chiamato “X”, è di proprietà dell’imprenditore Elon Musk ed è stato lui a reintegrare questo signore che proprio a causa delle suddette cospirazioni, era stato bloccato da ogni piattaforma. Qualcuno si chiederà: “e allora? Twitter è casa di Musk ed è libero di ospitare chi vuole!” Sì, ma il problema è il modo.

Libertà di parola?

L’articolo di Wired mostra il sondaggio avviato da Elon Musket sul proprio social network: “volete che Alex Jones venga reintegrato?” In quasi due milioni hanno votato, e il 70% si è espresso a favore. Wired scrive “due milioni di persone”, e quando gli inserzionisti cominciano ad andare via da X, Musk dichiara che non gli importa più di tanto perché “il principio della libertà d’espressione vale più dei soldi”, ma… Siamo sicuri che siano persone? E che questa sia davvero libertà?

Sinceramente facciamo parecchia fatica a valutare un simile pensiero come “genuino” quando a esprimerlo è uno degli uomini più ricchi del mondo comunque non importa, fingiamo per un momento di darla per buona perché la questione è seria e va al di là di “pro o contro Musk”.

E a proposito del soprannome “Elon Musket” non l’abbiamo inventato noi; “musket” è la traduzione inglese di “moschetto”, un fucile da guerra; è stato lui stesso a inviare un post “sono Elon Musket” pubblicando le foto del suo comodino su cui erano poggiate delle armi da fuoco, a differenza dei nostri dove teniamo libri o al massimo lo smartphone in carica e un paio di peluche – anche se siamo relativamente vicini ai 50 anni, sono dei pupazzetti con valore affettivo e stanno lì a farci “la guardia” chi se ne importa del giudizio altrui.

I virus votano nel mondo reale?

Nei nostri racconti di fantasia ambientati a Bugliano, i virus sono un’entità giuridica con diritto di voto quindi possono compiere le proprie scelte indipendenti pur vivendo in simbiosi coi loro umani. Anzi spesso e volentieri persone e virus si trovano a litigare, perché il più delle volte l’essere umano si fa condizionare dai propri simili mentre il virus è libero.

Poco impiegherebbe il nostro HIV di Bugliano a impedire una decisione sbagliata nel voto, all’umano in simbiosi con lui; sarebbe sufficiente una scarica di dissenteria nelle mutande o un crampo alla mano che faccia cadere la matita in cabina elettorale o il mouse se si tratta di un sondaggio on line. Ogni virus però è cosciente di quanto le persone si ritengano gli esseri più intelligenti del mondo e le lascia libere, sperando che presto o tardi imparino da sole dai propri sbagli e che, alla peggio, provveda il voto virale ad aggiustare il tiro dove quello umano fallisce. D’altronde il numero di virus è sempre migliaia di volte maggiore rispetto agli 8 miliardi circa di umani nel mondo, e la matematica non è un’opinione.

Ma se nel Mondo Positivo ogni specie evita di nuocere all’altra e a se stessa malgrado le numerose tentazioni, in quello reale non è così semplice fra umani resistere all’avidità e la tecnologia può essere facilmente impiegata per manipolare la realtà, nel bene e nel male.

Il caso di Alex Jones illustrato in precedenza è la rappresentazione di quanto “favorevole o contrario” in un sondaggio on line sia relativo: “70% fra chi segue Musk ha votato a favore”, scrive Wired; però non è remota la possibilità che a votare siano stati dei profili falsi creati apposta.

In gergo tecnico si chiamano “bot”; non in senso di “Buoni Ordinari del Tesoro” ma come abbreviazione di “robot”; più rudimentali o sofisticati, realistici o meno, sono dei programmi che automatizzano delle azioni e, di per sé, non costituiscono il male assoluto. Dipende però come li usi!

In questo caso ipotizziamo che le persone coinvolte abbiano creato un sistema che, “automagicamente” come si dice in gergo, si sia registrato con migliaia di profili fasulli al solo fine di portare il sondaggio dove il promotore desiderava. L’effetto è avere milioni di voti sotto gli occhi di tutti, nessuna prova evidente da subito che si tratti di macchine, e un risultato inequivocabile.

Naturalmente vale anche per la parte contraria: quando leggiamo “i sondaggi dicono che”, prendiamo sempre la notizia con le molle perché tutto si lega ai destinatari verso cui il sondaggio è rivolto. Chiedi a un gruppo di associazioni pro-ambiente cosa pensano dei cacciatori; poi vallo a domandare nell’osteria “casa di caccia”, il risultato non sarà ovviamente lo stesso.

La nostra sorte per alzata di mano

Persone autentiche, un uomo solo con mille profili, robot automatici, il problema è un altro: questo meccanismo dei sondaggi è spaventoso perché il gestore delle piattaforme centralizzate ha la piena facoltà di stabilire chi è dentro e chi è fuori, per alzata di mano.

Vogliamo avere nei social network persone che mandano notizie false o istigano l’odio? No, certo che no; dal nostro punto di vista più lontane ci stanno e meglio è. Ci sembra però una questione da non sottovalutare, proprio perché è facile aggirare ogni sistema automatico e “ammaestrare” la piattaforma come vogliamo; bastano poche persone con tanto tempo da perdere e facilmente suggestionabili, per far chiudere o aprire una pagina: non è la prima volta che sentiamo di uno spazio su Facebook o Twitter/X, chiuso perché è stato segnalato in massa da questi profili mandati in giro da chi voleva zittire una voce ritenuta “scomoda”: accaduto a pagine di divulgazione scientifica, associazioni LGBT, altre realtà anche di pensiero opposto. Non sappiamo se augurarci che a fare questo baccano siano persone vere esortate da sedicenti “leader” o se sono dei robot; la speranza è che si tratti della seconda.

Di fatto non siamo contrari alla moderazione, lo facciamo anche noi se ci arrivano messaggi o commenti per noi di cattivo gusto; ma il nostro è uno spazio limitato e con un tema principale, avessimo aperto un sito di politica ci saremmo comportati in modo diverso! Detta come va detta, se qualcuno venisse qua sotto a dirci “voi sinistri” o “i soliti fasci che censurano” ecc, non lo lasceremmo passare perché ci sono mille altri spazi dove parlare così. Esattamente come se arrivasse a commentare uno che parla solo in giapponese. Come faremmo a discuterci se siamo i primi a non capire la sua lingua? Resta comunque valido il nostro pensiero in favore dell’educazione: le persone devono imparare a usare il senso critico fin da giovanissime, niente ci facciamo di chi sa a memoria come si chiamavano i 7 re di Roma o quand’è morto Garibaldi, se poi di fronte a un video emotivamente forte, ci facciamo tradire dall’emozione senza verificarne la veridicità.

Lasciamo la distopia agli altri

Un blog che si chiama “il mondo positivo” non può e non deve veicolare messaggi spaventosi, quelli lasciamoli a chi vuole condizionarci con la paura; noi invece vorremmo condividere la conoscenza degli strumenti che Internet ci mette a disposizione.

Avevamo già parlato del Fediverso e lo stiamo usando tutt’ora: è un modo differente di concepire i social network. Non più mille profili della stessa persona per mille piattaforme, ma un solo profilo che può seguire ed essere seguito indipendentemente dal servizio che uno ha scelto. E no, per adesso i maggiori social network non si avvalgono di questa tecnologia e chissà se mai accadrà.

Possiamo fare un esempio che ci riguarda da vicino: abbiamo un caro amico la cui maggiore attività da creatore digitale è Tiktok, servizio condivisione di video brevi ma nessuno, tra noi due, ha intenzione di iscriversi lì sapendo di usarlo eventualmente solo per guardare lui. Oppure Twitch, spazio dove vengono trasmessi video dal vivo. Abbiamo un profilo lì per interagire con alcune dirette ma ci andiamo talmente di rado che “ilmondopositivo” in Twitch è un nome che sta lì a prendere polvere.

Col fediverso, o rete federata, la situazione cambierebbe: qualora il nostro amico avesse un profilo su Owncast (piattaforma per svolgere dirette video) noi col nostro utente sul servizio testuale/multimediale mastodon, potremmo seguirlo senza necessariamente crearci l’ennesimo utente. Owncast forse è quello più complesso perché ogni creator digitale dovrebbe avere la conoscenza per installarsi un server in autonomia, ma esistono ovviamente altre realtà di fediverso da seguire.

Liberi, senza regole?

Il Fediverso non è una zona franca e questo va assolutamente chiarito: vero che non c’è un’azienda a gestire i servizi, sono per lo più delle persone volenterose e indipendenti a mettere in piedi ogni singola infrastruttura; la rete italiana Mastodon su cui abbiamo il profilo noi, per esempio, tra le regole ha il divieto assoluto per la condivisione di materiale omofobo o razzista; ma nella globalità della rete, nulla è vietato e anche qui funziona la strategia degli hashtag.

Siamo abituati nei social commerciali a trovare parole che se cliccate aprono una pagina in cui si trovano tutti i post relativi a quel termine; X ha i suoi, Facebook i suoi, Instagram o Tiktok anche. Ma se sei su Facebook e clicchi su #eventi non vedrai mai i post di Twitter, Instagram, Tiktok… legati alla parola “eventi”.

Qua invece sì! Noi dal sito o applicazione di Mastodon cerchiamo l’hashtag #eventi e compariranno i post, video, foto… legati a “eventi” su qualunque rete siano stati condivisi non solo su quella dove abbiamo deciso di registrare un profilo.

Adesso poi, che ogni blog WordPress può attivare una funzione chiamata ActivityPub, chiunque può avere la propria istanza sul Fediverso con le proprie regole. Quindi nessuna legione di lupi cattivi verrà mai a dirti “tu non devi essere omofobo!”

Se lo sei, non ti registri su Mastodon.uno o altre reti che non gradiscono l’omofobia; ti apri una istanza e la chiami “@odiatori.sinasce” e spari tutte le stupidaggini che vuoi! A quanto pare stanno lavorando per rendere compatibile col Fediverso anche wordpress.com e Tumblr, pertanto davvero poi dipenderà molto da come e quanto verranno usati i famosi “hashtag”.

Possiamo incontrare contenuti omofobi pur essendoci registrati a un’istanza che lo vieta, se un profilo di un fediverso che accetta l’omofobia, pubblica qualcosa in una parola chiave da noi seguita. L’hashtag è semplicemente una parola e su “#lgbt” potremmo trovare post come:

“solidarietà alle persone #lgbt” oppure “sono gli #lgbt a portarci in giro l’AIDS. Confiniamoli”…

La differenza con Facebook e altri social commerciali è che l’autore del post omofobo, così come quello del messaggio solidale, ha la medesima libertà di esprimersi senza paura di venir messo a tacere; casomai, siamo noi a bloccare il singolo utente oppure, al massimo, possiamo segnalare le istanze moleste agli amministratori della nostra.

Prendendo l’esempio di prima, se noi chiediamo a “mastodon.uno” di bloccare la rete “odiatori.sinasce”, quest’ultima non verrà vista da chi è registrato su “mastodon.uno” ma resterà pubblicamente visibile comunque all’intero fediverso e all’Internet globale, motori di ricerca inclusi, chi la vuole si accomodi. Contrariamente alle reti commerciali dove, se il gestore stabilisce che non gli sei gradito, tutto il mondo non ti vede più. E per quanto riguarda i famosi “bot”, chi gestisce un’istanza fediverso può anche decidere che i sistemi automatici non sono graditi, e disattivarne l’interazione.

Noi da parte nostra siamo presenti sul Fediverso come “@ilmondopositivo” e volendo anche “@ilmondopositivo”.


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