La porta del bagno

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MONDO REALE: c’è una barzelletta idiota secondo cui un malato di AIDS è costretto dai familiari a mangiare un cracker e una fetta di prosciutto a colazione, pranzo e cena perché sono gli unici alimenti in grado di passare dalla porta del bagno.

Noi però siamo due blogger sierocoinvolti, quindi abbiamo la risposta pronta verso chi pensa di fare il simpatico mentre si diverte offendendo il prossimo. Non avete vinto, imbecilli che ridete dello stigma, perché il tale non era da solo in quel bagno e proprio da lì ha capito di dover ricominciare a vivere. Alla faccia di chi l’ha emarginato.

MONDO POSITIVO: HIV di Bugliano, ancora in trasferta a Zagabria, è in attesa delle due eterne litiganti: Siria e ChaserGiulia sono in ritardo ma il virus, nel Museo delle Relazioni Finite, ha trovato molto da fare in mezzo ai ricordi dolorosi dei suoi amici: c’è addirittura una vecchia porta piena di scritte.

Sarà la stessa dietro cui era segregato uno dei suoi umani, Hunter, nel 2003?


Virus, 2023: distrazioni di massa

Cosa si fa quando si è in punizione e costretti ad aspettare gli eventi? O ci si innervosisce facendo diventare la punizione ancora più insopportabile, o si cerca di far passare il tempo. E un museo pieno di ricordi altrui, specie per un virus investigatore come me, è una fonte inesauribile di distrazione.

Mi piacerebbe un sacco guardare il libro a cui Benjamin Bruckner mi ha vietato di accedere, sarei tentato di approfittarne mentre il professore è concentrato in una chiamata con Siria e ChaserGiulia. Possibile, una volta che chiedo un favore a quelle ragazze loro non si presentano?

Quanto ancora mi deve odiare Siria, anche dopo anni che è positiva! E Giulia la negativa continua ad avere paura di me!

“HIV, credi forse che non ti veda?” Chiuso il telefono, il prof. Bruckner si mette subito in allerta: “non devi toccare il libro delle mie bozze! Non è il momento! O vuoi che ti faccia isolare sul serio? Le ragazze saranno qui a minuti e appena arrivano ti chiudo in una provetta. Chiaro?”

L’isolamento non mi spaventa perché in quelle occasioni tiro fuori tutte le mie capacità nascoste e già una volta era accaduto, quando uno dei miei umani era stato segregato dai familiari.

Correva l’anno 2003 e la madre biologica di Hunter l’aveva chiuso in bagno per paura che lui la facesse “ammalare di AIDS”, così diceva Rita Montgomery. A quella, anni dopo, ha provveduto la polizia facendole fare la fine che meritava ma all’epoca, anziché amare suo figlio, voleva lasciarlo morire di fame.

“Ah, allora hai paura”, sorride Benjamin, rendendosi conto che ho smesso di guardare il libro. Ora la mia attenzione è fissa su una vecchia porta piena di scritte, in bella vista fra le cianfrusaglie di ogni tipo.

Virus, 2023: la porta del bagno

“Figurati se ho paura”, rispondo a Ben facendogli vedere le scritte. Alcune intatte, altre cancellate, ma erano create col sangue. “Le ha fatte tuo figlio Hunter, Benjamin! Quella era la porta del bagno di casa sua quando abitava con la madre biologica. Anzi, precisiamo: sono io ad averlo aiutato a scrivere.”

Incredulo, il docente cerca di decifrare le parole sbiadite dal tempo:

“amore, solitudine” —> “Untore, l’AIDS è mio.”

“Se ti credi untore” —> “Tenterò di uscire”.

“madre pure col —> culo, per merda, —> crepa del muro”.

“Ma non hanno senso”, commenta Benjamin, senza distogliere lo sguardo dalle lettere sulla porta di legno. “Non riesco a capire davvero cosa tu voglia dirmi, anzi, cosa Hunter volesse comunicare. Che relazione finita è? HIV, tu sai qualcosa su mio figlio che io non posso sapere. Spiegami ti prego!”

“Lo so che ti scoccia”, gli rispondo. “Ma io conosco il tuo piccolo da molto prima che tu lo incontrassi e adottassi. Sono il vostro virus, e che ti piaccia o no vi capisco meglio di quanto possiate credere di conoscervi tra voi.”


Virus, 2003: colazione, pranzo, cena

Da settimane ormai la situazione andava avanti così: mattina, mezzogiorno e sera, dita sottili e coperte da guanti facevano passare sotto la porta lo stesso cibo: due fette sottili, una di carne e una più dura, che il mio umano sempre chiuso in bagno chiamava “prosciutto” e “cracker”.

Nessuno si accorgeva della mia presenza, io però sentivo le persone discutere fuori: “ma possibile Rita, tuo figlio ha l’AIDS e gli dai solo quella roba? Lo fai morire di fame così, almeno mettilo in un ospedale!”

“Per adesso”, rispondeva lei; “è l’unica cosa che riesco a far passare dalla porta del bagno!”

Avrei voluto suggerire di dargli patatine, tortillas, fogli di cioccolata, carboncini di menta o liquirizia… Almeno qualcosa di vario e sfizioso; continuavo a chiedermi per quale motivo gli altri umani fuori potessero avere quelle golosità e lui no!

Magari anche la stecca di un gelato riempita di nutella, avrebbe sporcato tutto forse? Salsa Chili da mettere sulle tortillas fatta passare con la lama di un coltello attraverso la porta?

Conoscevo il mio ospite e i suoi gusti perché sono il virus che vive nel suo corpo, avrei potuto guidare gli umani a un compromesso accettabile fino a quando la nostra tolleranza alla situazione avesse superato il limite, ma ero consapevole che quei negativi di merda là fuori non sarebbero stati in grado di percepire le mie parole.

Probabilmente neanche il ragazzo chiuso nel bagno riusciva a sentirmi perché, da inizio prigionia, avevo provato di tutto senza mai ottenere una risposta da lui; addirittura avevo imparato il suo nome, Hunter.

Quel giorno però il fatidico limite era arrivato per entrambi. Lui compiva quindici anni e all’ennesimo cracker con la fetta di prosciutto capimmo tutti e due che era ora di finirla.

Virus, 2003: una fuga è possibile

“Basta, non ne posso più! Qualcuno mi aiuti”, pianse il ragazzo, seduto davanti al gabinetto; lo vidi prendere in mano il solito prosciutto insieme al cracker e anziché mangiarseli tentò di buttarli giù per lo scarico.

“Non sei solo”, cercai di rassicurarlo. E lui allontanò la mano dal wc, stringendo ancora fra le dita il suo cibo: mi aveva sentito parlare? Non ne ero così certo e ci riprovai: “mangia, Hunter, mangia che poi proviamo a uscire. OK?”

“Finestre bloccate”, disse lui. “Da qui non si va fuori! C’è una crepa nel muro, ma io come faccio a passare da lì? E poi chi mi sta parlando!”

Pareva spaventato, non era il momento di dirgli chi fossi veramente ma conoscevo quella crepa del muro e per convincerlo a seguire i miei piani di fuga, gli insegnai l’arte degli anagrammi: “crepa del muro”, “culo per merda”.

Così da usare il suo sangue per scriverli e confondere le idee a chi sarebbe entrato in quel bagno. La versione ufficiale era bella e confezionata! Un maniaco avrebbe rotto le finestre, rapito Hunter e scritto quelle frasi come diversivo.

“Sei il fantasma di mio padre”, azzardò Hunter, ancora sgranocchiando il disgustoso cracker. Rimasi colpito da quell’insinuazione ma evitai di spiegargli tutta la storia dell’uomo che, al contrario di sua madre, l’amava più di se stesso. Non era il momento per una rivelazione simile! “Tu e tuo papà mi siete molto cari”, gli dissi soltanto; “e tu ora ti fidi di me. Fai come ti dico o finiremo per morire tutti e due.”

“Se crepo è meglio”, il ragazzo continuò a protestare e a quel punto lo esortai a uccidersi, doveva solo avere il coraggio di spaccare la finestra lanciandosi poi nel vuoto.

“NON HO UN CAZZO DA PERDERE!” Con le poche forze rimaste, urlò con lo sguardo fisso al muro poi si alzò in piedi. La finestra era alla sua altezza e coi pugni riuscì a spaccare il vetro; io però fui più svelto di lui e gli impedii il gesto estremo facendogli perdere conoscenza.

Avrei potuto ingegnarmi di più, cercare un punto debole per sbloccare la porta del bagno, ma in quel lontano 2003 non avevo l’esperienza di ora. Cercavo solo di far sì che Hunter venisse portato fuori da quella casa, e anche se è passato dall’ospedale alla strada, l’importante era fuggire dalle mani di Rita Montgomery.


Hunter, 2023: l’impazienza

Sono seduto alla mia scrivania di fronte all’ennesimo esercizio di lettura che non riesco a svolgere: è già la terza registrazione che gli mando, e l’insegnante di teatro non è mai soddisfatto!

Ho sempre più l’impressione che mi abbia preso di mira, ma come faccio ad averne le prove! Posso solo ritentare, sperando che la prossima sia la volta buona.

“HIV, almeno tu!” Sono disperato e interpello il mio virus, l’unico a non avermi mai abbandonato soprattutto nelle situazioni più difficili. Lui però sembra non prestare la minima attenzione! “Virus, cazzo, mi rispondi o no? Dammi retta almeno tu!”

Non era passato troppo tempo da quando avevamo letto insieme la spigolatrice di Sapri e HIV mi aveva confidato un suo drammatico ricordo, ma adesso la commedia di Carlo Goldoni non gli interessava? Gli faceva ridere che io, americano, provassi a leggere il veneziano?

Ah, sì, giusto. “Goldoni” è un modo per chiamare i preservativi e il virus ha ogni diritto di non volermi sentir leggere quella roba! Ormai non ne posso davvero più e chiudo il portatile; ho una fame tremenda e devo mangiare prima di subito!

Scendo le scale più velocemente possibile fino alla sala break e trovo Adri seduto al tavolo grande, con un pacchetto di cracker in mano. “Ehi, Hunter! Scorpione! Cosa ci fai qui?”

Osservo con attenzione lo snack, e la vaschetta di prosciutto ancora sigillata posata di fronte a noi. “Bro, ho paura che dovremmo dividerceli”, mi avverte sconsolato il profiler. “Siamo o no fratelli per qualcosa?”

Già! Fratelli biologici e virali, ora lo sappiamo. E pensare che abbiamo passato mesi a litigare in continuazione solo per il tatuaggio dello scorpione che ho sul cuore. Però l’idea dei cracker e il prosciutto non mi entusiasma, inspiegabilmente dalla sensazione di pancia vuota, ora mi sta assalendo la nausea.

Il microonde appoggiato sul mobile alle nostre spalle aveva tutte le spie e il display spenti, segno inequivocabile dell’elettricità fuori uso; il distributore automatico vuoto, il frigo altrettanto.

“Abbi pazienza Hunter, sai, stamattina la giornata è partita così: l’energia è saltata nell’intero campus, e noi due siamo gli unici svegli, temo; gli altri sono tutti chiusi nelle loro stanze, hanno paura ma non so di cosa.”

Troppe coincidenze accadono nell’ultimo periodo: prima le iniezioni a tutti in laboratorio, poi il nostro virus che non interagisce più con noi, ora il frigo vuoto come se non facessero la spesa da giorni…

“Dovevano andare Giulia e Siria al supermercato”, Adri è sempre più amareggiato mentre apre la confezione del prosciutto. Un odore nauseabondo si sente dall’interno della vaschetta e il poliziotto riesce solo a girarsi dall’altro lato. “Hunter, mi sa che ci toccherà stare a digiuno!”

Mi rassegno ad aprire il pacchetto di cracker: non puzzano, ma hanno un aspetto poco invitante! Ne prendo uno e sto per assaggiarne un boccone, quando il profiler me lo toglie di mano.

Come può avere una simile reazione con la fame che abbiamo tutti e due?

Ha preso prosciutto e cracker, li ha sigillati in una busta di plastica e ci ha applicato un’etichetta con scritto “reperto numero 56”. “Guai a te se tocchi, fratello”, mi avverte di nuovo allontanando la busta dalle mie mani; “questa va alla scientifica! Sono i cracker e il prosciutto del 2003! Come cazzo sono finiti qui a Bugliano e chi ce li ha lasciati? Pensavo fosse stato tuo papà.”

Mio padre… Quale dei tre? Rivolgo un sorriso amaro al profiler che però sta già concentrato sullo smartphone: uno, due messaggi, poi il telefono squilla: “Adri, sono Ben! Benjamin Bruckner. Hunter è lì, con te?”

Sento benissimo ciò che lui e mio padre si dicono e vorrei parlare, ma la voce di papà non ammette repliche: “Adri! Dovunque siate restate fermi. Non toccate niente, io e HIV siamo a Zagabria e abbiamo scoperto che”… Non riesco ad ascoltare altro, perché la comunicazione si interrompe all’improvviso.

Ho capito, devo rassegnarmi che mangerò un’altra volta.

“Non morirai di fame”, finalmente il mio virus si è deciso a rivolgermi la parola. “Hai resistito nel 2003, e ora tu e il profiler dovete fare la prova del digiuno finché io non deciderò diversamente. Siete in pericolo imminente, nessuno escluso.”

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