La posta del culo: italiano inclusivo!

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Questa è una doppia posta del culo perché i messaggi collegati si riferiscono a due posizioni opposte su un unico tema: il cosiddetto italiano inclusivo.

Dopo, che l’anagramma di “inclusivo” nasconda un messaggio subliminale, è solo un piccolo piccolo dettaglio trascurabile.

Nota degli autori: tra noi due, Elettrona si occupa di inclusive design per lavoro quindi bene o male sappiamo di cosa stiamo parlando e le posizioni personali sono fondate sull’esperienza sul campo, il confronto e lo studio, non su idee preconfezionate o voglia di gradimento social.


La posta del culo: parlate tanto di inclusione, ma la lingua?

Messaggio arrivato da uno parecchio estremista. Favorevole alla questione LGBT+, condizione femminile e quant’altro ma non ci si può discutere perché “o con lui o contro di lui” quindi, alla fine, ogni dialogo è sfumato. A volte pare impossibile ma esistono personaggi capaci di farti litigare anche se, di fondo, sei d’accordo con le loro idee.

“Voi parlate tanto di inclusione sociale, lotta allo stigma, diritti, poi però usate il maschile senza considerare le persone che non si identificano con tale pronome”.

All’inizio abbiamo risposto, com’è nostro stile con chiunque, usando l’ironia anzi autoironia:

Grazie del gentile riscontro, questo è un blog gestito da uomo, donna e virus. Effettivamente abbiamo riconosciuto il problema del terzo genere fin da subito perché se hai studiato alle superiori le basi del latino, saprai che “virus” è una parola neutra anche se finisce in “us” come il maschile, mentre di base il neutro della seconda declinazione ha la desinenza “um”.

Ragione per cui avevamo pensato di adottare il segno Biohazard ☣️ al posto delle desinenze convinti di mettere HIV a proprio agio, ma il virus ci ha fatto sapere di preferire il genere maschile perché già senza modifiche sta facendo fatica a imparare la grammatica della lingua umana ed è nostro compito agevolarlo il più possibile.

Allora, chi sei tu per criticare la sua scelta? Se hai il test negativo non puoi discuterne con lui perché HIV non riuscirebbe a sentirti se gli parli, quindi puoi solo rispettare le nostre e sue decisioni. Cordiali saluti.

Malgrado la risposta cortese per quanto ironica, la persona in oggetto non l’ha presa bene e la discussione sul genere è degenerata (gioco di parole messo apposta, ovvio); ci ha dato dei transfobici perché, a suo dire, noi rispondendo in quel modo staremmo avvallando lo stereotipo secondo cui le persone trans si prostituiscano tutte e, di conseguenza, siano positive all’HIV.

E sticazzi si può dire? Solo una mente contorta può ragionare in questo modo e vedere la discriminazione in ogni singolo comportamento, da lì abbiamo chiuso ogni conversazione perché sono i personaggi di questo calibro a far scadere nel ridicolo le reali battaglie per i diritti della comunità LGBT+ e non solo, facendo il gioco dei vari odiatori.

Italiano inclusivo?

Lavorare nell’inclusione in ambito digitale significa dare ascolto a tutte le voci più o meno discordanti e cercare soluzioni adatte a più esigenze possibili; accontentare ogni gruppo di esseri umani è pura utopia, è inutile prendersi tanto in giro ma noi proviamo a fare del nostro meglio comunque. Noi autori del blog siamo un uomo e una donna cisgender, identità di genere e sesso biologico corrispondono, e pur conoscendo dal vivo o in rete alcune persone trans non abbiamo alcuna idea di cosa significhi. Per non parlare del contesto “non binary” là ci è ancora più difficile metterci nei loro panni.

Tuttavia sappiamo che, al netto della nostra comprensione, nulla è definibile “capriccio” e se un problema ci viene presentato è comunque bene prenderlo in considerazione nel limite delle nostre possibilità. Anche il discorso dei generi.

Le persone “non cisgender” con cui abbiamo avuto modo di relazionarci si esprimono col maschile generico senza alcuna questione ma nessuno può permettersi di dire che, perché “io conosco chi non si fa problemi”, la discussione si chiuda qui.

L’Accademia della Crusca si esprime contro il cambio delle desinenze, altri linguisti sono favorevoli, noi quando ci viene chiesta attenzione al genere invece di tagliare finali delle parole usiamo i nomi collettivi e cambiamo i verbi: anziché “sei connesso”, “connessione stabilita” male non può fare. Non è un simbolo al posto di una lettera che crea inclusione o disgregazione, ma è l’atteggiamento collettivo e la capacità di ascolto nei confronti del prossimo senza ergersi a entità supreme che decidono a priori quale sia il bene altrui.

Concetto che non vale però solo in merito al genere, ma anche nel contesto di altre cosiddette “diversità”.

Chi sei tu, umano senza disabilità, per stabilire che è una presa in giro usare il verbo “guarda” o “ascolta” mentre ti rivolgi a una persona con disabilità visive o uditive per chiedere la sua attenzione? Sarebbe come dirgli “sei diverso da me quindi uso un linguaggio adatto a te. Decido io quale”.

Stessa cosa per una persona che si muove su carrozzina o sedia a rotelle; non ci si fa scrupoli a usare termini offensivi come “costretto/inchiodato” su sedia a rotelle poi, se la persona lavora molto, si ha paura di usare “sempre di corsa, eh?”

Si parli normalmente con la persona, poi sarà lei a chiedere quali modalità usare; teniamo conto che salvo dove ci sia un deficit mentale importante, ognuno di noi è in grado di intendere e volere.

Inclusivo? Sì, v’inculo

Casualmente l’anagramma di “inclusivo” è “sì, v’inculo”. Passare al linguaggio “da osteria” (senza offesa per le osterie) non è il nostro stile, soprattutto con riferimento ai rapporti anali come sinonimo di “fregatura” ma non è colpa nostra se cambiando posizione alle lettere di “inclusivo” esce quella frase lì.

Niente panico, la fregatura non è l’inclusione in sé stessa ma il metodo con cui tentano di metterla in pratica. Asterischi, chiocciole e, in ultima, quel famoso carattere tipo E rovesciata, denominato “schwa”.

Niente su di noi senza di noi

L’abbiamo già ribadito: Non parlate di noi senza di noi! Quanti danni causano le decisioni prese senza interpellare tutte le parti coinvolte.

Problema: includere nelle conversazioni le persone che non si identificano nel binarismo di genere o semplicemente le donne che non si sentono “parte di un tutto” quando si usa il maschile plurale, qualunque sia la ragione.

Soluzione proposta: cambiare le desinenze con un simbolo “anonimo” inizialmente solo asterisco o chiocciola. Probabilmente l’asterisco perché è il carattere jolly dell’informatica – nei vecchi sistemi a linea di comando se scrivevi “del *.txt” cancellava tutti i documenti con estensione .txt.

La chiocciola perché graficamente sembra la lettera “a”, quindi sarebbe come indicare una desinenza che non è maschile né femminile.

Altra proposta: usare il carattere schwa, un simbolo poco impiegato nella scrittura, più che altro un fonema che si pronuncia… un po’ come le desinenze del napoletano, un incrocio tra la “a” e la “e”.

Così gli pare di aver risolto il problema senza sapere di averne creato un altro, perché chi ha messo in piedi tali proposte non si rende conto di aver tagliato fuori le persone che utilizzano il Braille o i programmi text to speech -da testo a voce- perché hanno una disabilità visiva o problemi di lettura e apprendimento, ma esclude ancora di più chi deve avvalersi di voci elettroniche al posto della parola per comunicare, a causa di una condizione degenerativa e irreversibile come la SLA, che atrofizza i muscoli impedendo l’uso della parola.

Asterisco e chiocciola sono supportati da sistemi vocali e anche il codice Braille, però quando leggi ti senti dire “ciao a tutt-asterisco benvenut-chiocciola ma vai a ca-chiocciola-are, che è meglio”. Leggitelo tu!

Idem lo schwa: il Braille non lo supporta proprio, salvo la forma inglese – Unified English Braille e nel migliore dei casi non viene codificato, nel peggiore le righe Braille leggono “[schwa]” occupando sette caratteri su un minimo di 14 per le versioni small, o 80 su quelle più grandi.

Digressione tecnica: i display Braille sono apparecchi da collegare via USB o Bluetooth al pc o smartphone della persona e che trascrivono in Braille le informazioni testuali, in una sola riga di testo – non gestiscono le immagini. Per cui a voglia a fare scrolling per leggersi un testo pieno di schwa!

La battuta ricorrente fra noi due autori è: “lo schwa è creato dalla lobby dei pulsanti scroll per display Braille” – queste macchine non costano poco, dai 1000 euro per la versione a 14 caratteri ai, cosa? Forse 7000 e oltre.

I sistemi vocali invece, nel migliore dei casi non lo leggono e nello scenario peggiore leggono “scva” o “squa”, ottenendo un effetto cacofonico pari all’asterisco e chiocciolina: benvenut-squa a tutt-squa leggetevelo voi.

Forse non si sono posti il problema perché secondo loro non esistono persone trans e/o non-binary con disabilità visive, di apprendimento o comunicative?

Peccato che queste ultime probabilmente, per paura del doppio stigma, hanno molte più difficoltà a fare coming out su orientamento sessuale e identità di genere, così tra disabilità e resto sono più nell’ombra di chi vive la stessa disabilità essendo etero e cis.

Col risultato che l’italiano inclusivo finisce per escludere trasformandosi quindi in una bella golosità per quel marketing ghiotto di apparenza. Detta come va detta, col suo nome? Una fregatura.

Eppure la soluzione ci sarebbe, a portata di mano, si chiama apostrofo! Già lo si impiega per troncare le parole: “anch’io”, la parola “anche” viene troncata dall’apostrofo per unirsi al pronome “io”. Per questa ragione, sia Braille sia programmi da testo a voce, si comportano di conseguenza non leggendo l’apostrofo!

Oralmente poi, nessuno ti vieta di pronunciarlo alla stessa maniera dello schwa, ma almeno in scrittura non dà fastidio!

Quando abbiamo iniziato a vederlo comparire in giro, sul motivo dello schwa piuttosto che l’apostrofo o il trattino ci eravamo creati un’idea: lo schwa serve per far rumore.

E infatti, anche se con parole diverse, Riccardo Conte sul sito gay.it sostiene che lo schwa non deve piacervi, deve svegliarvi:

Lo schwa è cacofonico e scomodo, per questo serve.

Sinceramente troviamo parecchio arrogante l’espressione “svegliare”, di solito a usarla sono quei complottisti negazionisti della qualunque che ci dicono di aver la soluzione a tutti i problemi del mondo e dovremmo aprire gli occhi ma parlano dall’alto del loro master in meteorologia geopolitica enogastronomica preso all’università della strada.

“Serve per svegliarci”, come se noi non ci occupassimo mai di inclusione e avessimo bisogno di essere illuminati perché ci ostiniamo a non vedere le problematiche di discriminazione.

Noi le vediamo e come, e proprio perché le affrontiamo quotidianamente in ogni loro forma siamo convinti che non basti una letterina a sentirci inclusivi ma occorra ogni giorno mettersi in discussione e, perché no, anche scendere a compromessi con posizioni non condivise.

Intanto comunque, pur non usando lo schwa, comprendiamo il motivo per cui lo abbiano scelto: l’apostrofo o il trattino sono cose già viste, presenti sulle tastiere, uno può decidere o meno di impiegarlo in questo modo e nessuno “della massa” avrebbe conosciuto l’esistenza delle persone non binary.

Ammettiamolo, mentre la transessualità ci è sempre stata nota, fino a quando non abbiamo iniziato a vedere i cambi di desinenza mai e poi mai avremmo immaginato l’esistenza del “non binary”.

Ciò non significa che sia una questione priva di fondamento, vuol dire che non ne avevamo alcun tipo di conoscenza diretta.

Posta del culo bis: il muro contro muro

Altro messaggio da Posta del Culo: “spero e mi auguro che non vi buttiate nella cazzata dello schwa e l’identità di genere”. O, peggio, chi tenta di strumentalizzare la disabilità visiva per avvallare “la conservazione della lingua”.

Dai su, se è per la lingua tienila dentro in bocca, chiusa tra i denti, e risolvi il problema della sua conservazione oltre a non romper le palle a noi!

Con la politica urlata del “lo schwa è il futuro” o “lo schwa è un capriccio” non si va lontano e fare muro contro muro è solo una questione ideologica che nulla c’entra con l’inclusione.

Come blogger contro lo stigma abbiamo il dovere di ascoltare ogni posizione in merito ai problemi correlati alla scrittura ma senza fare proclami e alzare bandiere.

“Io uso lo schwa e sono più sveglio di te che non lo usi” o viceversa, lasciamolo fare alla Posta del Culo e a chi ha voglia di litigare perché facendo la gara fra “illuminati” e “pecore” si ottiene solo di perdere anche quel poco ascolto che negli anni siamo riusciti a ottenere.

Modalità ironia: infine, visto che HIV di Bugliano è un virus senziente in grado di comprendere la lingua umana, oltre allo schwa per lui si pone una questione più seria.

Come deve presentarsi? Il Re d’Inghilterra direbbe: “sono io, Carlo III in persona.”

Ma HIV se gli dici “persona” si offende! Per non parlare di tutte le espressioni: “dammi una mano”, “hai le palle girate”, “conoscersi di persona”, ecc.

L’Italiano inclusivo virale deve ancora nascere perché è solo il ceppo HIV di Bugliano a voler comunicare con gli umani! Agli altri suoi colleghi importa il giusto.

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