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La posta del culo: politicamente corretto

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Questa non è una vera e propria posta del culo, diciamo che è una città tappezzata di manifesti del culo su ogni casa, ufficio, fermata dell’autobus… che si chiama Bus del Cool, naturalmente.

Di che cosa parliamo oggi? Interviste, ci siamo messi a fare l’intervista alle star, per parlare di politicamente corretto…


Una goccia di profumo al clickbaiting

Quando trattiamo un argomento, è bene da subito far capire la nostra posizione senza ambiguità e così abbiamo voluto fare un po’ di acchiappa-click perché non si può “parlare di presa in giro” senza prendere in giro! Presentiamo la teoria passando per la pratica, convinti che la vera uguaglianza fra le persone inizi dal basso e, quindi, dallo scherzo: nel momento in cui ritieni che su un gruppo di persone non debba essere dedicata la satira, significa che tu stai considerandolo diverso; inferiore? Superiore? “Diverso” è già abbastanza per veicolare un messaggio sbagliato.

In realtà non abbiamo intervistato alcun personaggio famoso, è solo che abbiamo letto un’intervista al gruppo Elio e le storie tese dove la loro posizione sul politicamente corretto è inequivocabile.

Politicamente corretto: cosa vuol dire?

A dire la verità anche noi fatichiamo a capire esattamente cosa significhi questo parolone. “Politicamente corretto” o in inglese “politically correct”, sappiamo solo che viene sventolato ogni qual volta uno si senta preso per i capelli dopo aver detto o fatto qualcosa di discutibile.

Insomma, non sono le zanzare a dar fastidio, non il caldo anomalo, né le guerre in giro per il mondo. No! Il nemico da combattere secondo certi individui è il “politicamente corretto”, “anzi, “la troppa sensibilità”.

Di come la pensiamo abbiamo già parlato su Le burle originali e La posta del culo: e fattela una risata! Qui però vogliamo concentrarci su Elio e le Storie Tese, un gruppo che amiamo da quando eravamo ragazzini e che, come noi, è stanco della falsa empatia esibita a parole ma che poi finisce per soffocare l’arte senza ottenere alcun risultato.

Le parole hanno un peso, e un contesto

Da ottobre 2023 gli Elio e le storie tese sono partiti con uno spettacolo teatrale in giro per l’Italia, chiamato “Mi resta un solo dente e cerco di riavvitarlo“, un evento comico che spazia tra musica, battute, prese in giro di ogni forma e misura.

Riportiamo dall’intervista su RollingStone Italia:

[…] simulazioni bizzarre di funzioni religiose (con la reiterazione della formula “Nel Cristo”). La “superstar” Mangoni è stato uomo, donna, trans, supereroe, autore di virtuali cunnilingus. Brividi di Blanco e Mahmood e stata schernita e la parola “ricchione” ha echeggiato più volte in brani cantati a squarciagola da tutti. In definitiva siamo stati catapultati in un gigantesco frullatore di sarcasmo, shakerati ben bene fino a capire che la caustica ironia di Elio e Le Storie Tese serve a prenderci tutti un po’ meno sul serio.

Ecco, appunto. E noi pur non essendo stati al concerto di Genova, possiamo anche immaginare quale sia il brano citato.

In anni diversi, entrambi abbiamo visto un concerto di Elio quando ancora faceva solo musica e insieme a lui c’era anche “Tanica il tastiere, del maestro indegna spalla” [cit]. Rocco Tanica, il quale ha più volte manifestato al gruppo l’esigenza di non esibirsi più dal vivo perché gli causava stress. “Mettilo in studio e ti sta dei giorni, mettilo dal vivo e si stressa subito”.

Allora abbiamo ragione di credere che no, Elio non ha indotto il pubblico a dire “ricchione” a sproposito; trattasi di un brano che conosciamo e cantiamo ancora oggi: il vitello con i piedi di balsa, il cui finale dice proprio:

mi presento son l’orsetto ricchione, e come avrai intuito adesso ti inculo!

Possiamo figurarceli gli Elii a teatro cosa possano aver fatto. Un’interruzione su “mi presento son l’orsetto… aspetta, com’era l’orsetto?” E il pubblico a ruota libera ad aggiungere la parola! Come se lo vedessimo, Elio, ripeterlo: “come, ragazzi, come avete detto? L’orsetto come?”

Le parole hanno un peso e anche se quella con tutti i suoi sinonimi è una parola nata per offendere, in un contesto come quello comico può essere usata anche in modo liberatorio! Anche da una persona omosessuale che se lo sente dire continuamente, prendi la foto della persona che ti offende a raffica e guardando la sua faccia dici la r-word a squarciagola rispedendola al mittente.

Basta coi predicozzi!

Va bene, la situazione dei live è quella che è: tre anni di covid, più tutta la faccenda dello streaming in cui uno ascolta la musica che vuole, alla fine nei concerti uno si deve pur inventare qualcos’altro. Allora spesso e volentieri accade che il cantante sul palco si metta a parlare.

E di cosa? Delle cause che più o meno personalmente gli stanno a cuore, di avvenimenti che gli sono successi e l’hanno fatto riflettere, insomma, noi bonariamente lo chiamiamo predicozzo.

Negli ultimi anni non abbiamo avuto modo di ascoltare un concerto di persona allo stadio ma più volte, sentendo i video in differita con la canzone più il “predicozzo” ci siamo chiesti: quanta gente ricorderà cosa il cantante ha detto?

Ci dispiace se non capiamo il valore dei predicozzi, ma noi veniamo da un’epoca in cui il primo mezzo di comunicazione per i musicisti era la musica. Cantata, suonata, studiata nei minimi dettagli; siamo uno del 1975 e una del 1980 e pur inconsapevoli uno dell’altra, ci siamo trovati ad assistere allo stesso concerto di Zucchero nel 1997.

Ricordiamo che distribuirono preservativi all’inizio dell’evento poi, quando Zucchero cantò “così celeste”, l’unico simil-predicozzo che fece, fu: “questa canzone è sulla voglia di vivere. Abbiate cura di voi, usate il preservativo”. Applausi. Erano anni, quelli, in cui gli antivirali per controllare l’HIV stavano appena agli inizi e neanche si immaginava come la scienza sarebbe progredita.

Non importa, fatto sta che noi due lontanissimi di posto, ancora due sconosciuti che mai avrebbero pensato di incrociare i loro destini, cantavamo battendo le mani quando è partita una canzone che ancora oggi a sentirla risulta di una potenza disarmante nel ritornello:

Solo una sana e consapevole libidine, salva il giovane, dallo stress e dall’azione cattolica! uuuuuuh!

Brano del 1987 che parla, a suo modo, di temi attualissimi: consapevolezza e consenso nei rapporti intimi. “Solo la conoscenza può salvarti da pressioni religiose e ansie”.

Chissà quanto ci hanno messo a studiarla, arrangiarla, mettere insieme cori, strumenti e batteria trasformando un messaggio così dirompente, in un inno da stadio.

Noi eravamo ancora troppo ingenui ma se anche un solo giovane si è posto qualche domanda sentendo quel brano, Zucchero ha ottenuto il risultato che voleva. Consideriamo poi che “solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica” è il titolo intero della canzone! Quindi, anche i conduttori radiofonici avranno dovuto dirlo per esteso, rafforzando il messaggio ulteriormente.

Per non parlare di Fabrizio De André, un altro grande, che ora non ciè più. “Andrea si è perso, si è perso e non sa tornare”. Quella è una delle più belle canzoni italiane sull’amore gay, in contesto militare fra l’altro.

Noi a volte facciamo il gioco sostituendo Andrea con Roberto, anche inutile specificare a quale Roberto facciamo riferimento…

De André, che ha affrontato omosessualità e transessualità nelle sue canzoni in modo delicato senza bisogno di stratagemmi e politicamente corretto del caso; chissà cosa direbbe adesso Faber, di tutti i sotterfugi che certi odierni autori mettono insieme per paura di offendere la qualunque.

Ecco come è descritta la vita da prostituta di Fernanda Farias De Albuquerque, “Prinçesa”, donna transgender brasiliana su cui De André ha raccontato nel brano del 1996:

Sorriso tenero di verdefoglia
Dai suoi capelli sfilo le dita
Quando le macchine puntano i fari
Sul palcoscenico della mia vita

Dove tra ingorghi di desideri
Alle mie natiche un maschio s’appende
Nella mia carne tra le mie labbra
Un uomo scivola l’altro si arrende

Che Fernandinho mi è morto in grembo
Fernanda è una bambola di seta
Sono le braci di un’unica stella
Che squilla di luce di nome Princesa

Crudo, parecchio crudo nel descrivere una vita all’insegna dei rapporti sessuali a pagamento. Ma mai volgare. Neanche se a inizio brano ha parlato di fi…

Sotto le ciglia di questi alberi
Nel chiaroscuro dove son nato
Che l’orizzonte prima del cielo
Ero lo sguardo di mia madre

Che Fernandinho è come una figlia
Mi porta a letto caffè e tapioca
E a ricordargli che è nato maschio
Sarà l’istinto sarà la vita

E io davanti allo specchio grande
Mi paro gli occhi con le dita
A immaginarmi tra le gambe
Una minuscola fica

La posta del culo: da un estremo all’altro

Abbiamo citato Zucchero e De André perché sono artisti da noi amati, ma anche altri hanno fatto la loro parte sia a livello serio, sia di presa in giro: Gaber, Jannacci, poi nell’impegno abbiamo Lucio Dalla, Guccini, Bertoli e i nomadi. E gli stessi Queen che parlavano di “ragazze dal culo grosso fate girare questo pazzo mondo”. Come la mettiamo? E Vasco, con “per colpa di Alfredo”?

Però se adesso va tanto di moda il cosiddetto “politicamente corretto” non è colpa delle persone LGBT+, sovrappeso, con disabilità, ecc “che si offendono sul nulla”, a detta di qualcuno. La colpa è della superficialità della massa, e la scarsità di senso critico.

Allora, in un mondo in cui non c’è tanta voglia di impegnare il cervello cosa si fa? O si creano canzoni, libri, film tutti uguali che raccontano la storiella fine a se stessa, gran successo poi dimenticati fino alla prossima uscita.

Oppure, come quel Roberto che “vagamente” citavamo o quel Vittorio critico d’arte, si dice di lottare contro il politicamente corretto sparando volgarità e odio in giro per le tv rivendicandolo come libertà di espressione.

Come i bambini dell’asilo quando scoprono le parolacce e che, a dirle, tutto sommato la punizione non arriva.

Allora ecco nascere i gruppi di frasi sentimentali o quelli che scatenano volgarità, come se al mondo fosse solo possibile fare i giri di parole dicendo cose tutte uguali, ovvie ma senza offendere nessuno, oppure insultare il mondo intero.

Perché la gente ride con Elio e le Storie Tese? Perché loro, con la satira, sanno lavorare. Sanno che gli stereotipi esistono in tutte le categorie di persone e sanno come metterli assieme. Perché non si prendono, e non ci prendono, sul serio.

Verissimo che ci sono parole e barzellette in grado di farci male. Anche a noi. Ma scusate se è diverso pigliarsela con uno che racconta una barzelletta volgare ridendo di noi in malo modo, e se ce la prendessimo per uno spettacolo comico. Noi che tutti i giorni vediamo entrambe le cose possiamo tranquillamente dire che scherzo e scherno sono perfettamente riconoscibili! E non abbiamo bisogno di chi, dalla sua comfort zone di persona mai discriminata in vita sua, vorrebbe tutelarci dai comici cattivi.

Noi, da parte nostra, ci limitiamo a non prendere in considerazione chi ritiene Elio omofobo per il vitello dai piedi di balsa e l’orsetto ricchione.

Elio, quando ancora suonava con Rocco Tanica “il tastiere”, ha anche cantato sulla base dell’aria sulla quarta corda di Bach, una canzone satirica per prendere in giro se stesso e la sua amicizia con Rocco.

Elio a pensare che Rocco fosse gay, Rocco a pensare la stessa cosa di Elio, e per prendersi in giro hanno finto di mettersi insieme per un giorno.

Poi nel 1996, sullo stesso disco dove si trova “la terra dei cachi”?

Non diciamo una parola in più, limitandoci a far ascoltare un brano. Solo dopo, qualcuno abbia ancora il coraggio di dare dell’omofobo a Elio.


omosessualità – elio e le storie tese

“Vivo come voi, soffro come voi, lo prendo in culo come voi, amo più di voi!” [Cit.] – senza politicamente corretto.


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