Fuoco amico: la sierofobia che non ti aspetti

Per un momento lasciamo da parte HIV di Bugliano e i personaggi di fantasia, è opportuno dare spazio ad alcune riflessioni: anche tra le persone più vicine, può nascondersi la sierofobia più violenta. E non è quasi mai colpa loro.


Cosa è successo?

Stavolta il contesto non è quello del web, dove accade di tutto e di più; l’episodio di sierofobia è capitato nel giro di pochi secondi durante un confronto con una persona insieme alla quale uno di noi autori vive la propria quotidianità.

Si parlava di comunicazione ed è uscito il discorso sugli slogan utilizzati nelle campagne – pubblicità progresso e non solo; spesso e volentieri molto efficaci, ma altrettanto di frequente la loro presa sull’emotività delle persone è causa della nascita a lungo termine di una cultura sbagliata molto difficile da eradicare.

Così è successo con l’HIV quando la frase “AIDS: se lo conosci lo eviti”, era associata al disegno di una persona contornata da un alone viola per indicare lo stato di malattia; la frase che in pochissime parole doveva spiegare “se sei informato eviti di contrarre il virus” in realtà ha finito per fissare nella mente dell’opinione pubblica il concetto “se conosci una persona col virus stalle alla larga.” Con tutte le conseguenze del caso.

Fatto sta che la persona c’è rimasta malissimo quando, punto per punto, lo slogan è stato smontato da noi come fosse una costruzione coi Lego: “io dell’HIV so solo degli ”untori””, aveva detto in riferimento a Valentino Talluto; “frequentare una persona con l’HIV è una follia”.

La sierofobia e il fuoco amico

Questo si chiama fuoco amico; troppe volte ci facciamo delle idee su chi abbiamo accanto come amicizie, colleghi o familiari invece ogni volta ci si rimane male alla scoperta di un comportamento stigmatizzante da parte di persone fidate.

Fa rabbia, molta rabbia eppure l’arma migliore per combattere la sierofobia è la calma; si spiega la realtà dei fatti, si cerca di far capire qual è il luogo comune e da dove parte l’errore, e se la persona è disposta ad ascoltare sicuramente capirà.

Già dalla terminologia si può iniziare, prendendo gli spunti di Anlaids e anche se la sierofobia ha rotto il cazzo dobbiamo dare l’opportunità agli altri di imparare.

Il condizionamento mediatico

Quando si leggono storie come quelle della defunta Stefania Gambadoro o delle donne sieropositive per aver frequentato Valentino Talluto, chi non si lascerebbe prendere dall’emotività e l’empatia verso chi ha dovuto subire un danno così rilevante?

Su questo siamo tutti d’accordo ma, giocando sulla componente emotiva, i media alimentano lo stigma creando una narrazione tossica sul “sieropositivo untore”, “sieropositivo che si cura da anni e infetta gli altri perché nasconde la sua condizione”, e così via. Questa è l’opinione che passa: che tu sia in cura o meno, se sei positivo all’HIV sei un potenziale pericolo pubblico.

E ancora una volta lo slogan “se lo conosci lo eviti” del cazzo; mai nessuno che dica la verità sull’impossibilità di trasmettere sessualmente il virus da parte di chi è in terapia e ha la carica virale sotto la soglia della rilevabilità (non rilevabile, non trasmissibile). In inglese lo slogan c’è su questo ed è U=U, #UEqualsU nei social, che sta per Undetectable=Untransmittable; in italiano qualcuno aveva provato con irrilevabile intrasmissibile traducendo U=U con I=I, ma a quanto sembra senza ottenere troppo successo fuori dall’ambiente che già conosce la tematica.

Anche Riccardo Pirrone, social manager dell’agenzia funebre Taffo, ha provato insieme a GayCenter a far partire una campagna social: “sei al sicuro con chi lo ha di sicuro” in occasione della giornata mondiale anti-AIDS del 2021 rimarcando proprio questo concetto di non rilevabile non trasmissibile ma, almeno noi, fuori dall’ambiente attivista e LGBT+ non l’abbiamo vista girare più di tanto.

Sul primo tra i due link qui sopra si fa riferimento inoltre a un valore di rilevabilità minima, 200 copie, considerando anche quello incluso nella soglia di virus non trasmissibile; eppure, sempre riferendosi ai media, la defunta Nadia Toffa alle Iene ha parlato di DUECENTO COPIE di carica virale nel sangue di Valentino Talluto, il predatore sessuale con HIV di cui si è parlato già anche troppo.

Non mettiamo il link; chi vuole se lo cerchi come “HIValentino le iene” del 22 ottobre 2017 perché non vogliamo dare visibilità a un servizio che pur volendo trattare un caso di cronaca, fornisce della disinformazione che danneggia chi non c’entra niente, persone sieropositive da Talluto comprese: la sierofobia mediatica colpisce anche loro.

Noi quando ci troviamo davanti a una persona fidata e piena di sierofobia, riconoscendo tutto il male fatto dai media, cerchiamo per quanto possibile di metterci nei suoi panni e aprire un dialogo perché di fatto, della sierofobia, è vittima inconsapevole anche lei. Se cinquanta persone ti dicono una cosa e la cinquantunesima te ne dice un’altra, specie quando sai che quei cinquanta hanno una certa autorevolezza, tu di chi ti fidi? Anche se teoricamente hai le informazioni sotto il naso basta cercare le parole giuste, sarai sempre portato a dare fiducia a chi sulla carta è più autorevole.

E almeno a breve termine pare che nessuno abbia la volontà di mettere giornalisti e conduttori televisivi davanti alle proprie responsabilità. Nessuno pagherà mai i danni per la sierofobia, questa è la realtà, toccherà sempre arrangiarci noi faticando a informare, poi basta l’ennesimo articolo a cazzo per buttare giù tutto un’altra volta. E noi continuiamo a tirar su, soprattutto coi nostri amici che meritano di non vivere con la sierofobia sulle spalle.

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