Sierofobia: narrazione tossica mascherata da bella storia

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Succede ogni primo dicembre e ormai la cosa ci ha abbondantemente stancato (sforziamoci di essere eleganti, che è meglio). Precisiamo: a darci fastidio non è la storia di chi ha subìto abusi, è quando la affrontano col tono della criminalizzazione e vittimismo.


Contro la sierofobia

Dopo aver annunciato l’ospitata da Lenny Cast abbiamo voluto evitare il solito post serio sulla giornata mondiale contro l’AIDS, concentrandoci piuttosto sull’ultimo Bugliano Cold; ormai davvero ne abbiamo le tasche piene di scrivere ogni anno la stessa solfa contro la sierofobia perché vogliamo combattere lo stigma a modo nostro e le ripetizioni vengono prima o poi a noia.

Sempre la solita storia

Con tutte le associazioni del settore a ribadire ogni anno che lo stigma fa male, siamo sempre lì: si denuncia di quanto l’educazione sessuale sia urgente, si pubblicano dati, si dicono le solite cose eppure una campagna nazionale contro lo stigma e che promuova il concetto di Non Rilevabile Non Trasmissibile, nei nostri media “mainstream” ancora non si vede perché si preferisce fare altro. E continuare a far vedere il film Philadelphia; bellissimo per carità, se non avesse ormai trent’anni perciò come storia risulta superata. Non per la sierofobia che racconta, bensì per la morte del protagonista e i segni della malattia.

Il film ha fatto indubbiamente la storia, ma in situazione attuale rischia di alimentare la sierofobia: basta che una persona abbia delle lesioni sul volto, sulle mani, in qualunque posto visibile perché qualcuno pensi trattarsi di AIDS. Non si può, decisamente, più sentire!

Siamo rimasti invece positivamente colpiti dalla campagna dell’associazione Anlaids in cui i volontari hanno messo il loro volto e voce raccontando le proprie attività, chi in ospedale chi nelle scuole o altrove, ma ancora una volta: queste informazioni si vengono a sapere nei social. E i media “tradizionali” dove sono? Perché i video di “e tu, cosa fai per sconfiggerlo?” non vengono mostrati su programmi destinati alla massa come fanno per l’unicef, telethon, o altre grandi associazioni dove ti mettono le pubblicità a ora di pranzo?

Narrazione tossica mascherata

Anche se scrivi storie di fantasia e satira, quando sei un blogger è il minimo sindacabile seguire altri “colleghi” più o meno amatoriali che possano affrontare argomenti di interesse comune oltre a quelli generalisti. E sono già tre anni, da quando cioè abbiamo messo in piedi il sito, che almeno due o tre blog il primo dicembre parlano in continuazione della signora Romina.

Trattasi di una donna che vive con HIV, trasmesso da un uomo comparso recentemente nella cronaca: tale Claudio Pinti è un caso limite di predatore sessuale che usa l’HIV come metodo di abuso, e Romina la sua ex compagna.

Questa signora, dopo l’accaduto, ha deciso di metterci la faccia e battersi per la prevenzione; tanto di cappello assolutamente, nessuno dice il contrario e difatti nel male questa è una bella storia anche se Pinti racconta l’opposto per giustificarsi: secondo lui Romina conosceva lo status del compagno e malgrado questo non sono state usate precauzioni.

Ma anche ipotizzando che la versione di Claudio avesse un minimo di fondamento, sarebbe un problema in ogni caso: con le terapie non si trasmette il virus e se Romina è rimasta fregata vuol dire che lui non si curava. Punto. Noi non possiamo mettere lingua su fatti che ignoriamo, però se l’infezione c’è stata, qualcosa è andato storto e la responsabilità è di Claudio!

Uno, due, tre blog in cui è stata citata la giornata mondiale contro l’AIDS, hanno raccontato questa storia di una donna che “ha ripreso a vivere e lotta per la prevenzione”, peccato che si mantiene sempre la narrazione tossica di questo “uomo gentile con dentro un mostro”. Un po’ come associare alle persone con HIV la crudeltà, un invito implicito a non fidarsi. il solito “se lo conosci lo eviti” che tanti danni ha causato da quarant’anni a questa parte.

Adesso è anche ora di finiamola, perché è inutile prenderci in giro: noi non siamo nati ieri e sappiamo riconoscere la sierofobia mediatica. Si maschera con la bella storia di rinascita rimanendo sempre in sottofondo come a ricordare: “Io ci sono, non ti dimenticare di me”. Come l’HIV con la differenza che quest’ultimo si può tenere sotto controllo invece la sierofobia è come la bomba atomica. Ovunque passa, distrugge.

E no, non vi tagghiamo, non vi diamo la soddisfazione di avere ulteriori visite; ci limitiamo solo a dire che ci siamo rotti il cazzo. Ci scusiamo per il mood polemico, ma quando è così non le mandiamo assolutamente a dire.

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