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Tra i due mondi 05 – scelte e rinunce

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Ariel fa i conti con la vita vera: forse il mondo degli umani è costretto a compiere più scelte e rinunce rispetto a quello del mare, nessuno però gliel’aveva detto prima…


Tra i due mondi 05 – scelte e rinunce

Con le pinne ancora in acqua Ariel rimase in silenzio: una spalla rivolta al mare e una alla terra, guardò gli abissi in cui era cresciuta, con gli occhi gonfi di lacrime; poco le sarebbe bastato per rituffarsi ma il suono delle onde venne presto sovrastato dalla musica e voce di Freddie, che Eric aveva acceso a volume ancora più alto.

“Non si fa così”, Clara lo rimproverò dalla carrozzina. “Tu giochi sporco, lasciala libera di decidere!”

La sirenetta si sfilò la t-shirt recuperata nella nave andata a fondo poi, incurante di mostrare agli umani le proprie nudità, si sdraiò sulla pedana strisciando finché l’acqua le bagnò il sedere; sarebbe stato sufficiente un rapido colpo di pinne per allontanarsi definitivamente dalla terra e dimenticare ogni cosa ma restò lì, in sospeso, con le orecchie piene di suoni: Freddie da un lato, il mare e le voci delle altre sirene dall’altro; cosciente forse che le due vite non sarebbero mai state compatibili.

Tuttavia c’era altro, a spaventarla, restando giù in mare forse certe tragedie non sarebbero avvenute: “Adella ha ucciso i delfini, ha trasmesso il virus al coro, non hanno retto e sono morti…” Le parole di Eric contro la sorella suonarono ancora come una pugnalata nelle sue orecchie e alzò la testa verso di lui: “spiegami, umano! Perché Adella ha ammazzato i nostri amici! Perché! Se lo sai dimmelo.”

“Un tragico incidente”, rispose lui. “Adella è ingenua e credeva di fare del bene poi quando è morto il primo corista è venuta da me disperata e io ho dovuto…”

Eric aveva dovuto cosa? Adella e le medicine, virus spento, non rilevabile? Sì, Ariel ricordava quei momenti: alle prove di canto giù in fondo all’oceano, i delfini avevano iniziato ad ammalarsi e morire uno alla volta con Re Tritone che dava la colpa alle meduse. Un dramma della natura, così si pensava fino a che Adella sparì senza dare spiegazioni e tornò diversi mesi dopo, ma non rivelò mai dove fosse stata.

“Ho dovuto bloccarle l’HIV”, raccontò Eric. “Sacrificare su di lei il mio virus. Le ho dato delle medicine però credo che avrei dovuto fare a meno di trasmetterglielo, non se lo meritava.”

Afferrò la maglietta abbandonata sulla passerella e con un dito accarezzò la scritta “bug chaser”; era ovvio che Ariel non fosse la prima a tenerla! “Tutte l’avete indossata”, osservò lui. “Attina, Adella, Clara, e adesso tu. Però non è l’uniforme a definirti una vera chaser! Ariel, cara, devi rifletterci a fondo, per non fare disastri come tua sorella.”

“Non so cosa vuol dire la parola disegnata sul copri-seno”, replicò la sirenetta, sconsolata; “e non so se crederti a proposito della mia famiglia.”

Qualcosa non tornava, ormai era certo. Perché Adella raccontava che suo marito non avesse voluto il virus, se non si era fatta scrupoli a darlo ai delfini! “Tutte bugie”, la tranquillizzò Eric avvicinandosi all’acqua; “tuo cognato ha il virus e come! Glielo ha dato Attina, se Adella ti ha detto così è solo per nascondere il fatto dei delfini. Credeva di fare il loro bene, capisci?”

Anche Eric aveva immerso i piedi nell’acqua fredda e giocava con le pinne di Ariel, sotto lo sguardo geloso di Clara; momenti spensierati da godersi con il sole e la musica in sottofondo, finché la sirena approfittando delle proprie abilità decise di prenderlo per le caviglie provando a spingerlo giù.

L’allegria però non durò molto: un’improvvisa folata di vento trasportò un grosso nuvolone che oscurò il sole sopra di loro e, dagli abissi, riecheggiò la voce di Re Tritone. “Quell’umano, Ariel! Stagli lontana, è malato, è pericoloso, è l’origine del male! Torna a casa, ascolta papà!”

Lei però era concentrata a dondolarsi tenendosi sui piedi del suo nuovo amico. “Sirenetta”, le gridò Clara, consapevole di non potersi muovere per aiutare il compagno; “lascia stare il mio gifter! Se lo porti in acqua…” L’angoscia le trattenne le parole in gola ed Eric, divincolatosi dalla stretta della sirena, tirò su i piedi spingendosi in alto finché tornò a sedersi sulla pedana accanto alla carrozzina. Di Ariel, però, non c’era più traccia! Aveva colto l’occasione dello scherzo per immergersi? Quando Re Tritone voleva una cosa non mollava facilmente e tutti lo sapevano, ormai.

I due umani restarono a fissare le onde incerti su come comportarsi; di sicuro, dopo il tramonto, le creature del mare sarebbero scomparse dalla vista di chiunque. “Non capisco cosa ti sei messo in testa Gifter”, sospirò Clara. “Hai un sacco di altre umane a disposizione, torniamocene a casa ti prego! Il nostro virus non è compatibile con le sirene. Fattene una ragione. Ariel ha una famiglia, lasciala in pace, o ti vuoi mettere contro il re degli oceani? Cosa credi di poter ottenere?”

“Ma Attina”, replicò lui; “Attina è un successo anche se mi ha trattato male, con lei sono io a non essere stato troppo gentile. Ariel è dei nostri, ne sono certo, Clara fidati! Dalle tempo!”

Con un’onda più alta delle altre, all’improvviso videro sbucare dall’acqua due volti familiari: stringendo la mano ad Ariel, Attina cercò di arrampicarsi in superficie e fu Eric ad aiutarle a risalire completamente.

Di nuovo la musica di Freddie si sentiva forte e chiara dallo smartphone ancora funzionante e Attina, davanti alla sorella e i suoi amici, intonò il brano in riproduzione; era palese, la figlia più grande di Re Tritone arrivava con la voce dove nessun’altra sirena era capace di andare. “Lo vedi”, Clara parlò a bassa voce per non mancare di rispetto a quel canto sublime; “Ariel, se vuoi essere come lei devi scegliere…”

La sirenetta rimase in silenzio fino al termine del brano e, all’inizio del successivo, provò a imitare gli stessi acuti di Freddie Mercury. “Che disastro”, protestò Eric spegnendo il lettore musicale; “sei negata, anzi, negativa. Posso tentare con un’altra canzone ma non hai troppa speranza, te lo dico io.”


god is a girl

“God is a girl, wherever you live…” A tempo di musica, lo schermo del dispositivo mostrò il testo e Ariel provò a cantare seguendo le lettere; grazie all’aiuto di Attina aveva imparato di nascosto a leggere, e gli amici umani rimasero compiaciuti: “meglio di niente”, commentò Eric; sapeva che quella non era una canzone difficile e non aveva troppe note alte, quelle a cui la sirenetta non riusciva ad arrivare. “Per adesso va bene così, piccola, ma puoi anche superare le capacità di tua sorella se mi consenti di essere il tuo gifter, Ariel, io voglio darti…”

“NO, NO e NO”, lo interruppe lei e con un gesto di rabbia lanciò la t-shirt lontano, giù nel mare; Attina però fu abbastanza veloce e, con un tuffo, riuscì a recuperarla prima che le onde la portassero via; la indossò orgogliosa, con l’effetto bagnato che evidenziava ancora di più il suo corpo.

“Attina fai quel che vuoi ma io… Non voglio ammalarmi come i delfini di Adella”, pianse Ariel disperata; “voglio vivere quassù, cantare come Freddie, ma senza malattie!”

“Vedi sirenetta”, Clara cercò di parlarle con calma; “la vita è piena di scelte difficili, non te l’hanno detto? Se tu accetti di diventare come noi, potrai vivere qui o salire con la tua sorellona ogni week-end, cosa dici?”

La piccola sirena entrò nuovamente nell’acqua, solo con la testa fuori; le sue lacrime salate si mescolarono col mare e lei urlò tutta la propria frustrazione: “scelte, rinunce, adesso basta”, si lasciò andare a un pianto irrefrenabile; “questo virus, questo HIV come lo chiamate, è peggio della strega ruba-voci! Peggio degli squali! Sì! Preferisco finire tra le fauci di uno…”

Non ebbe il tempo di terminare la frase, perché una voce profonda riecheggiò dagli abissi: “Ah sì?” tuonò la creatura estranea con aria di sfida; “vuoi davvero stare con me, piccola Ariel?”

I due umani e la sirena Attina osservarono la scena impassibili, e neanche quando il muso dello squalo apparve in superficie si azzardarono a muovere un dito; la bestia spalancò le fauci mostrando i suoi denti aguzzi sporchi di sangue: “io di questi negativi faccio scorpacciate”, ghignò; “Ariel è davvero un bel bocconcino.” Tirò fuori la sua enorme lingua e si leccò le labbra, assaporando il sangue di cui era ghiotto; “voi positivi siete veleno”, si rivolse ai tre amici, “fareste meglio a sparire tutti e subito!”

Eric si abbassò, il volto verso l’acqua, i suoi occhi in quelli del predatore. “Sono io l’origine”, urlò; “sono io a volerlo trasmettere all’intero popolo del mare! Sono Gifter Eric! Forza pescecane! Vieni su a prendermi! Fammi uscire sangue, avanti ammazzami, abbi il coraggio!”

Qualsiasi belva sarebbe saltata addosso a quell’uomo disarmato che se ne stava a pancia in giù a pelo d’acqua, ogni cacciatore probabilmente avrebbe fatto un boccone anche di Attina e Clara, molto più vulnerabili di Eric. Invece lo squalo rimase immobile con l’enorme bocca spalancata e gli occhi socchiusi.

“Il sangue è sangue, positivo o negativo che sia”! La sirena Attina prese una conchiglia e si provocò un taglio su una mano, che senza alcuna paura infilò tra le fauci dello squalo fino a raggiungere la sua lingua ma il mostro lanciò un urlo e la spinse via. “Tu e i tuoi amici, portate l’AIDS al mio popolo”, il pescecane ruggì ancora. “Ma fate pure, perché appena Re Tritone sarà morto, diventerò il padrone dell’oceano! E non manca molto a tirare le cuoia allo smidollato.”

Poi si immerse di nuovo, e risalì con Ariel urlante tra le fauci.

“Negativo di merda”, Eric fu svelto a saltargli sulla schiena con le braccia tese in avanti verso il suo muso; “non ho paura di te, povero vecchio squalo. So benissimo che tu sei…”

Un gesto rapido e afferrò coi denti la pinna della bestia, stringendo la pelle coriacea fino a quando si spaccò. “Ora sei spacciato, pesce cane!” Urlando per il dolore, il mostro fu costretto ad allentare la presa: Ariel era ferita e spaventata, sì, ma viva! Lo squalo invece provò a inabissarsi, ma troppo tardi realizzò che il morso di Eric gli aveva reciso per metà la prima pinna dorsale; “come nuoto, adesso”, si lamentò; “il primo umano mi aggancerà nelle sue reti e poi…” Impacciato, il pescecane tentò di procedere lasciando una scia di sangue e un lamento a ogni colpo con le pinne superstiti.

“Sarà mio onore”, lo schernì Eric, ormai al sicuro; aveva preso Ariel tra le braccia tornando velocemente in superficie, a fianco di Clara e Attina; sputò a terra la pinna staccata al mostro e la lanciò contro chi ormai aveva tutta l’aria di un gigante indifeso: “questa per me è stata solo un assaggio”, gli disse; “in attesa che domani ti mangeremo a filetti”. Un gemito di dolore, e l’animale sprofondò a peso morto nell’abisso.

“Dovremmo fare uno studio”, commentò Clara, “sulla sierofobia degli squali. Ma adesso pensiamo ad Ariel, a curarla, e poi…”

“Gifter”, bisbigliò la sirenetta, ancora tra le braccia di Eric; “io ho avuto tanta paura! Voi siete coraggiosi, come fate…” Per fortuna lei aveva solo alcune lievi escoriazioni e per il suo nuovo amico fu abbastanza semplice tenerla in braccio. “Ci vediamo Attina”, mandò un saluto alla sirena più anziana rimasta in mare. “Ti portiamo su il prossimo fine settimana OK?” Ma la sorella di Ariel era già scomparsa tra le onde.

La carrozzina nel bagagliaio dell’automobile, e Clara seduta dietro, Eric aiutò Ariel a stare nel sedile del passeggero. “Mi sento in scatola”, si lamentò; “come un tonno… ho paura…”

Lui le sorrise, ricordando forse gli stessi timori vissuti tempo prima dalle altre due sirene e avviò il motore. Sempre con la musica di Freddie, in sottofondo! “Fat bottomed girls make this rocking world go round!”


Epilogo: sei mesi dopo

Erano passati sei mesi dall’incontro di Ariel con gli umani e lei, ormai, insieme alla sorella Attina faceva la spola tra l’oceano e la terraferma; l’amicizia consolidata con Clara ed Eric l’aveva fatta sentire in famiglia ma soprattutto anche lei finalmente portava la medaglia col biohazard, un gioiello scintillante che non si vergognava mai di sfoggiare; ormai guidava lei le prove di canto, la sua voce raggiungeva note a cui nemmeno sforzandosi Attina riusciva ad arrivare, il che spesso le faceva anche litigare; malgrado ciò, Re Tritone aveva loro affidato la direzione del nuovo coro formato da enormi balene.

Nessuno più aveva paura del virus, anzi Ariel raccontava a tutti che anche lui faceva parte del coro e in effetti ogni spettacolo di musica e danza non aveva più alcun tipo di errore: “è il nostro HIV che ci controlla”, spiegava sempre Ariel se qualche pesce musicista temeva di sbagliare. “Anticipa i nostri movimenti e li corregge sul nascere.”

Tutto andò liscio fino al primo week-end di giugno: il coro aspettava che Ariel tornasse giù insieme alla sorella, invece solo Attina si presentò alle prove.

“Ho sentito che c’è in giro un altro squalo”, disse una balena preoccupata; “Attina non è che puoi andare tu a…”

L’altra però non la lasciò parlare: “tu stai al tuo posto”, le rispose; “siamo in grado anche io e il mio virus di gestirvi anche senza Ariel. Nessuno squalo, non ascoltare quello che dicono le meduse per carità!”

Ma anche Re Tritone mancava all’appello; aspettarono cinque, dieci minuti, mezz’ora, niente. Eppure si era svegliato tutto allegro, pronto a incoraggiare le figlie come sempre ed era salito sulla solita torre a controllare il sole.

Nel frattempo, sulla terraferma, Eric allungò una mazzetta di banconote a un uomo più anziano che gli posò delicatamente una mano su una spalla: “tra una settimana tu e la tua sirena tornate qui e controlliamo come va”, disse. “Su di lei è stato più semplice di quanto pensassi!”

Compiaciuto l’uomo invitò Eric ad avvicinarsi ad Ariel, seduta su una sedia a rotelle. “Mettetevi spalla con spalla che vi faccio una foto ricordo!” Umano e sirenetta sfoggiavano ciascuno un biohazard coi colori dell’arcobaleno e il disegno di un tridente uguale a quello del Re.

“Fantastico”, esclamò Eric aiutando Ariel a raggiungere la porta; “adesso siamo legati per sempre e nessuno può più parlare male di noi.”

“Un secondo”, li fermò il tatuatore. “Devi pagarmi di più, perché, ecco…” Guardò imbarazzato la sirenetta negli occhi e lei scosse il capo, perplessa: “cosa c’è, signore? Qualcosa non va?”

“Suo padre, signorina. Mi aveva chiesto il biohazard anche lui ma non ho potuto farlo… Non so come dirvelo.”

Un’altra sedia a rotelle si spostò dal retrobottega fino a raggiungerli: Re Tritone si affiancò alla figlia, senza sorridere. “L’avrei voluto sul culo e questo si è rifiutato di farmelo”, brontolò a labbra semichiuse; “dice che i tatuaggi non sono compatibili con le squame e allora…”

“Allora gliel’ho messo sul tridente. E capisci bene che un diamante in più, con tanto di incisione personalizzata, mi è costato il triplo? Ragazzi sono un tatuatore, non faccio miracoli, è lui il re degli abissi. E ora anche dei virus.”



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