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Stigma e HIV: infetto a chi?

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Come ti descriveresti a qualcuno?

Non piacendomi fare le psicodescrizioni o condividere la mia fisicità nel blog, colgo l’occasione per affrontare un altro tema perché spesso e volentieri mi si dà una descrizione poco opportuna.

Ci sono persone che per definirmi usano il termine “infetto”, io se proprio è necessario etichettarsi mi ritengo una persona positiva. Poi se uno si offende e trova il doppio senso, bontà sua. “Infetto” a chi? A Soreta!

NOTA dell’autore, sono Gifter e mi piglio lo spazio blog per un articolo personale: chiedo scusa per il post mezzo psicoblog, avrei voluto andare avanti insieme alla collega con le storie di fantasia per tre giorni consecutivi ma le circostanze richiedono altro dopo aver letto un post contro lo stigma che, senza volerlo, è scivolato in un’espressione inadeguata.

Nel blog abbiamo più volte precisato che il primo responsabile dello stigma è il linguaggio, parlando anche di quanto suggerito da Anlaids eppure si continua a disquisire di “persone infette” come niente fosse.

Perciò io se tu persona qualunque mi chiami “infetto”, mi prendo il diritto sacrosanto di mandarti a fare in culo senza farmi scrupoli sull’adeguatezza delle mie parole.


Un infetto in casa

Fa sorridere e male allo stesso tempo, sapere come a definirmi “un infetto in casa” sia stata la donna che oggi mi vuole bene come un figlio.

Molti anni fa però non era così e quando iniziavo a uscire col mio attuale marito, erano frequenti le volte in cui lui piangeva dicendo “se mamma sapesse di noi ci farebbe lasciare”.

Mica ce l’ho scritto in faccia, mica sono malato, e così lo nascondemmo per un po’ anche se significava evitare di andare in vacanza tutti assieme in modo che lei non potesse mai vedermi con le medicine.

In seguito il caso mediatico di Valentino Talluto riportò all’attenzione dell’opinione pubblica il tema dell’HIV causando non pochi danni nel rafforzare pregiudizi già radicati da tempo, ma fu il punto di non ritorno fra me e l’uomo che amo.

Davanti alle uscite di sua madre tipo “se tu avessi l’HIV e lo nascondessi a mio figlio ti ammazzerei di botte”, ho dovuto subire il silenzio del mio amato; evidentemente gli faceva paura risponderle “il mio compagno è positivo e non te lo dice proprio perché sei così stronza, mamma” e io stesso all’epoca non avevo la forza di ribattere per timore di peggiorare la situazione.

Ora sono cresciuto, con lei il problema non si pone più anzi scherziamo sui vantaggi di “un infetto in casa” rispetto a un negativo, considerata la mia maggiore praticità con gli elettrodomestici rispetto a mio marito.

Oggi però, a differenza di allora, l’affronterei a muso duro se mi trovassi a vivere una condizione analoga: “ho l’HIV, e allora? Povero virus, gli stai così antipatica che nemmeno ti si avvicina” e giù di stereotipi sulle suocere più o meno maligni. Avanti così fino a che ne uscirebbe annientata.

Mio malgrado allora mi ero esasperato e a lui avevo concesso un ultimatum: “o me, o lo stigma di tua madre”; sentirla dire “la pena di morte ci vorrebbe per i sieropositivi che scopano come nulla fosse”, faceva scattare l’istinto omicida anche a me e solo l’amore per lui mi ha impedito di usare la violenza, almeno quella verbale preferendo mettere in pratica al femminile lo slogan degli anni 80: “se la conosci la eviti, se la conosci non ti uccide” con la variante “se la conosci la uccidi”.

Dai una, dai due, dai tre volte che non andavo con lui a casa di mia suocera, si è messo a dirmi “se accetti me accetti anche lei perché è sempre mia madre” e alla fine non ne ho potuto più. Cosa dovevo fare lì, abbozzare, essendo stato il primo a dirgli “se ami me vuoi bene anche al mio HIV” con la differenza che, la suocera, non si acquieta coi farmaci!

Così un giorno ho deciso di approfittare quando lui stava a lavoro: senza anticipare a nessuno le mie intenzioni, mi sono presentato suonando il campanello a casa della signora col classico “dobbiamo parlare”, risultati delle analisi miei e del mio compagno in mano.

A impedirmi di agire così molti mesi prima era stata una buona dose di stigma interiorizzato, lo devo ammettere; è complicato prendere consapevolezza di non essere pericolosi quando il mondo ti definisce “infetto” e sai alla perfezione cosa questo termine voglia dire: “contaminato da organismi infettivi, che può provocare e trasmettere un’infezione”. Autostigma su, autostima giù.

Quando anche alcuni dottori in merito a chi è nella tua stessa condizione parlano di “persone infette” anziché “persone positive all’HIV o che vivono con HIV”, ti convinci che malgrado tutto, un pericolo, lo sei comunque. Anche se gli stessi professionisti poi ti raccontano che le terapie bloccano la trasmissione, blah, blah, blah.

Sento già le barricate alzarsi: “non si può dire più niente! Il politically correct, la cancel culture, il gender! Io chiamo solo le cose col loro nome!”

Perfetto, allora ecco la spiegazione. Una cellula può essere infetta, nel nostro caso il sangue o i liquidi sessuali; la persona no perché non è lei in quanto tale, a essere vettore di infezioni.

Se tu dici “sangue infetto” vuol dire che quello specifico fluido biologico ha la capacità di propagare un’infezione; se invece definisci me “persona infetta” diresti che sono io a portare malattie, quando sappiamo benissimo che, grazie ai profilattici e/o le terapie, noi esseri umani con HIV possiamo impedire che i nostri materiali biologici infetti possano entrare in contatto con quelli di una persona senza virus.

Al massimo si può dire “infettato dal virus HIV”, su “affetto da HIV” non sono così certo, anche se lo uso anch’io spesso e volentieri soprattutto perché (rubando la citazione di un libro), “affetto è un sentimento che si è trasformato in diagnosi”.

Mi prendo comunque l’impegno di chiederlo ai miei amici counselor, con una l o con due, perché le parole hanno un peso e non posso essere io il primo a voler lottare contro lo stigma per mezzo della scrittura, poi usare quelle sbagliate.

Com’è finita con mia suocera? Spoilerato all’inizio: ora dopo anni mi vuole bene come un figlio ma per arrivare a questo obiettivo ci sono voluti mesi di lotte, ha superato la maggior parte dei pregiudizi e compreso la faccenda di U=U, le manca solo la paura del sangue e per questo lancia sempre un’occhiata ogni volta che a tavola uso il coltello, in ogni caso lì ho capito trattarsi di emofobia (paura del sangue) che poco c’entra con la sierofobia o l’omofobia.

Porto pazienza? Sì, fino a Halloween quando girare col sangue finto non è solo lecito, ma necessario! Non prima di averle fatto venire uno spavento dicendole che “sono un influencer”, nell’ultimo periodo gli youtuber e i vari Ferragnez della situazione sono i bersagli delle sue discussioni lamentose a tavola.

Lei ha poca idea di come in realtà funzioni un sito Internet, ritiene che già avere più di una visita al giorno su una pagina sia tanto. “Sai Giovanna, devo dirti una cosa, sono virale!”

Prima reazione preoccupata. “No, no, HIV è a posto. Intendevo che sono arrivato quasi a 700 like sulla pagina Facebook e il sito web ha [numero a caso sopra il 10] visite al giorno! Sono un influencer contro lo stigma su HIV!”

Gli influencer veri diranno “Sì, credici”. Lei ci crederà davvero. E comunque, ho imparato a volerle bene anch’io per quello che è, con tutte le sue fragilità.

Stigma e HIV: il calzolaio con le scarpe rotte

Succede sempre, e di solito il calzolaio in questione non lo fa in mala fede, tanto è preso ad aggiustare le scarpe degli altri da non controllare le proprie.

Non pensiamo dopo a tutte le volte in cui io per primo guardo le unghie del gatto e mi dimentico di tagliarmi le mie. Lasciamo stare.

Ma oggi 31 luglio 2023 sono particolarmente sensibile a questa faccenda perché un mio conoscente HIV negativo, che quando sono risultato positivo io mi è stato vicino a suo modo, ha appena lasciato la sua nuova compagna in quanto lei ha scoperto di essere HIV positiva e lui “non sa cosa fare”. Informarsi no? Chiedere a un’associazione no? Si preferisce fuggire via. Complimentoni vivissimi.

Dopo si incazzano perché dico loro in faccia che il problema non è l’HIV, ma il fatto che il virus con buona probabilità certifichi la presenza di un partner venuto prima… In tutti i sensi. Qualcuno che ha violato, disonorato, il loro territorio. Sentirmi deluso e incazzato con questo falso amico è dir poco!

“Ma con te è stato semplice accettarlo perché non andiamo a letto insieme!” ha avuto il coraggio di dirmi così quando l’ho affrontato, e io avevo la risposta pronta: possiamo sempre provare, sono qui a disposizione, mio marito non c’è e il 31 luglio è la giornata mondiale dell’orgasmo quale migliore occasione per verificare dal vivo che una persona HIV positiva male non ti fa?

Naturalmente scherzavo, non farei mai proposte sessuali a un etero, però volevo costringerlo ad affrontare la realtà per ciò che è.

“Io non me la sento di stare con una persona infetta”, con tale frase si è spiegato senza dare alcuna motivazione plausibile su cosa questo “infetta” volesse dire all’infuori dei pregiudizi sierofobici anni 80; e i messaggi coi cuoricini più amore più fiori mandati a lei per sei-sette mesi dove sono finiti? Dove sta la prova che la positività sia conseguenza di un corno che ti ha messo?

La conosco bene, anzi è stata lei a dirmi cos’è accaduto per cui adesso insieme ci stiamo coalizzando per far sputare allo stronzo le vere ragioni della decisione, la sierofobia con gli amici no e il partner sì, io non la bevo. Neanche se mi trovassi nel deserto.

Se ha altri motivi per lasciarla perfetto così, ma usare la condizione di positività all’HIV per farle del male è da vigliacchi.

Allora, visto che di calzolai con le scarpe rotte stiamo parlando, sono ancora più inferocito quando a usare un linguaggio sbagliato è un medico:

[…] Non si trasmette inoltre quando la persona infetta segue correttamente una terapia e mantiene per almeno sei mesi quantità minime di virus nel sangue e nelle secrezioni. […]

“Persona infetta”, espressione che viene da un medico specialista in psicologia clinica; visto il mood di oggi la cosa mi ha fatto un po’ arrabbiare ma in realtà a parte quello “scivolone” l’articolo è un gioiello: “stigma e HIV, sai qual è il problema?

Tratta le motivazioni dello stigma, che io non mi fermo qui a ripetere onde evitare di essere noioso. Ma la citazione di Jovanotti, risalente al 1992, è la dedica migliore per il mio conoscente causa dell’umore assolutamente negativo che ho in questa giornata.

Non pensare che riguardi solamente certa gente, riguarda tutti noi. Sintonizza la tua mente!

Chissà se il tizio in crisi sierofobica comprenda che non ha davanti un ammasso di cellule infette pronte ad assalirlo, ma la sua compagna della quale per mesi si è dichiarato innamoratissimo e che, in questo momento per lei inevitabilmente complesso, ha bisogno di essere amata più di qualsiasi altra cosa al mondo; quando scopri l’HIV puoi sentirti colpevole, sporco, inadeguato, perfino vergognarti del tuo corpo (a me sono successe tutte) e questo insieme di sensazioni porta ad avere un enorme bisogno di conferme.

La ragazza in questione potrebbe anche convenire di non volere lui e capire che venir lasciata non è una gran perdita, ma per lui scappare dalla persona con HIV senza neanche provare a mettersi in discussione, nel 2023 non ha più alcun senso.

Io ci sono passato rimanendo solo e questo se da un lato mi ha aiutato a muovere il culo più velocemente per uscire dallo sconforto, credo che se mio marito fosse arrivato prima, in due avremmo affrontato ogni situazione molto meglio.

“Siamo angeli con un’ala soltanto” come dice Mr. Rain? Non proprio, ma in due si riescono a smentire certe autoconvinzioni in modo più semplice.

Alessandro “Gifter”


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