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Don’t worry!

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Si preannuncia una situazione pericolosa, e Don’t Worry per Tatiana non è più una frase così rassicurante.


Don’t Worry!

Raymond Still mi è venuto subito incontro appena sono arrivata al Papero Offeso e, prendendomi per mano, mi ha condotto in una saletta aperta appositamente per l’occasione con un tavolino isolato.

“Questa viene usata soltanto negli eventi speciali”, mi aveva spiegato chiudendo la porta perché nessuno ci disturbasse. Accanto al tavolo era posizionato un carrello con un vassoio pieno di delusioni!

Mi sarei aspettata un colazionpranzo di pane e nutriella, hamburger, croissant alla pasta e fagioli; invece il docente è ancora fissato con la sana alimentazione. Anzi, se possibile, è stato ancora più rigoroso! Due tazzine minuscole di cereali, un paio di biscotti duri come la pietra e una brodaglia che Ray ha definito “latte senza lattosio”.

A questo punto era decisamente meglio una bottiglia di acqua fresca! Non mi sono lamentata con la titolare Jessika Filibui né col suo socio Luca, amico dell’università IBUOL da tempo, solo per rispetto verso Ray che anche oggi mi ha rivolto un “don’t worry” molto meno sincero del solito.

Infatti, finito l’ultimo cucchiaino di cereali, si è messo a scrivere concitato sullo smartphone senza degnarmi di uno sguardo. Poi siamo noi studenti ad avere sempre il telefono in mano, vero?

Colazione disgustosa

Mi sforzo di finire un biscotto che secondo me non avrebbe mangiato neanche un cane e affronto Raymond: lui mi ha permesso di conoscere il mio HIV e costruirci un’autentica simbiosi, mi ha raccomandato di trattarlo sempre bene qualsiasi cosa accada e ora devo mangiare questa spazzatura? Disgusta me, e altrettanto sarà per il virus!

Da che parte sta il prof, vuole punirmi per qualcosa che ho fatto?

Devo averlo offeso perché i suoi occhi sono pieni di lacrime e imperterrito continua a guardare il suo smartphone in cui arrivano molte notifiche; gli chiedo scusa, e mi risponde di nuovo con quella frase pronunciata a labbra socchiuse: “Don’t worry!”

Ancora? Mi preoccupo sì, comportarsi in questo modo non è da Still; poi come se non bastasse è dimagrito un sacco, è pallido, ma a questo non avrei fatto caso se non gli fosse venuto un improvviso attacco di tosse.

Confessione prima di morire

Ray estrae un fazzoletto dalla tasca e vedo che pulendosi l’ha macchiato di sangue. Maledizione, vuoi vedere che è malato? Non dico una parola ed è lui a togliermi dall’imbarazzo confermandomi tutto: gli restano pochi mesi di vita, sebbene sia un grande ricercatore la malattia non perdona.

Mi è difficile trattenere il pianto, quell’uomo era un punto di riferimento già quando stavo in istituto a Chicago, l’unico a essersi curato davvero di me quando ero una piccola sfortunata di origini russe e ora lo sto perdendo!

Ma Raymond è una persona che non si arrende facilmente e cambia discorso:
“Tatiana, ricordi quando a 18 anni ti ho prelevato del sangue?”

E chi se lo dimentica? A 11 anni ero stata adottata dal poliziotto Kevin Brown e sua moglie, la dottoressa specializzata in malattie infettive Evelyn Sloan; nessuno mi toglie dalla mente che fosse stato Ray a permettermi di trovare loro ma questa è altra storia.

Passai sette anni spensierati con due genitori che accettavano anche la presenza del mio HIV e anzi tentavano persino di parlarci come già facevo io, ma al diciottesimo compleanno anziché festeggiare o regalarmi qualcosa di bello mi portarono in un ambulatorio dove io e Ray ci incontrammo dopo diversi anni che non ne avevo più notizie.

“Questo prelievo servirà a capire chi sei”, mi disse. Poi mi trasferii a Bugliano per studiare e nessuno mi parlò più di quell’analisi, neanche lo stesso professor Still quando mi ritrovai sua allieva! Anzi in quel momento addirittura negò tutto!

“Vedi, il mondo è pericoloso ragazza mia. Nessun ambiente può essere davvero ospitale per te e soprattutto per HIV, siete due coraggiosi ma la vostra determinazione non può molto contro il nemico che vi perseguita. Bugliano è il posto più sicuro perciò rimanete qui, anche se…”

Un altro attacco di tosse lo interrompe, ho addirittura il timore che lui possa smettere di respirare e mi sto già alzando per chiamare i soccorsi ma Still mi fa cenno di rimanere ferma.

“Non posso morire senza averti detto la verità, piccola mia: tu non sei orfana come hai sempre pensato, perché tuo padre è vivo. Anche se il mondo lo crede morto.”

Questa è buona! Mio padre? Chi è? Qualche latitante russo, criminale di guerra dai tempi di Stalin?

“Lui è tuo padre biologico e virale, l’HIV tuo è anche suo ed è un virus molto prezioso di cui devi aver cura.”

Sì, certo, finché mi inviti alle colazioni dietetiche…
“Tesoro, io in tutti questi anni ho dato una mano al tuo virus e gli ho insegnato a salvarti in ogni circostanza ma ora c’è qualcuno, fuori, che per tuo padre e il vostro HIV farebbe carte false. Hai sentito mai parlare del killer dissanguatore?”

Allora è vero che si prende gioco di me; “don’t worry”, “non preoccuparti” e poi mi parla di un assassino?

Seguo molti film polizieschi ma davvero questa figura mi è nuova; per carità, tra gli studenti della IBUOL girano un sacco di leggende metropolitane e alcune sono l’intrattenimento preferito della mia migliore amica che ormai è diventata la star dei miti su internet; non comprendo perché l’espressione di Raymond si sia rabbuiata quando ho fatto il nome di ChaserGloria e, pensando a un suo malore, ho cercato di dargli una mano appena l’ho visto alzarsi da tavola.

“No, Tati, lascia perdere; non devi far parola con nessuno di quanto ci siamo detti. Sappi solo che avrai una persona a proteggere te e tuo padre, da ora in poi, perché io non potrò più farlo.”

Senza più guardarmi, apre la porta permettendo a un uomo di entrare. “Voi vi conoscete”, mi dice prima di incoraggiarmi ad andare incontro all’ospite che al contrario di me e Ray sta finendo di gustarsi un panino enorme alla nutriella.

Ha solo il tempo di terminare la colazione, e Still gli è immediatamente addosso per un abbraccio molto più intimo di un saluto tra allievo e professore.

Cosa mi sono persa, l’omosessualità di Raymond è nota da molto ma da che parte sta l’altro? Adri?

Non ha sicuramente un sosia, né può fingere di provarci prima con Gloria e poi con me, salvo dopo avere una tresca col docente.

Ci guardiamo tutti e tre in silenzio e a un certo punto Adri si fruga in tasca come avesse dimenticato qualcosa. “Il telefono del day one”, mi dice mortificato. “Oggi era più importante l’appuntamento con Ray e me lo sono scordato. Perdonami.”

La mia faccia è diventata di colpo paonazza, sembro voler prender fuoco da un momento all’altro e non mi riconosco su quel che sto per dire. Ma solo l’idea che probabilmente tutti e due loro sappiano qualcosa su mio padre, mi fa perdere qualsiasi razionalità.

“Beh, ho fatto fin troppo la preziosa e adesso basta: pur di farmi dire qualcosa sulle mie origini, io Adriano me lo posso portare a letto anche stasera, se lui accetta anche la presenza del mio virus.”

Cala di nuovo un silenzio imbarazzato tra loro due finché Still, dopo l’ennesimo colpo di tosse, mi guarda negli occhi. “Tuo padre è più vicino di quanto pensi ma verrà il giorno in cui lo scoprirai da sola. Io non posso né devo dirti niente.”

E poi, rivolgendosi a Adri: “Tu, mi raccomando appena sale la febbre chiamami. Dovrò darti alcune spiegazioni sul tuo nuovo status.”

Oops! Di cosa stanno parlando? Status? Febbre? Adri, cosa sta succedendo? Il nuovo arrivato però non ha voglia di rispondermi e mi appoggia una mano sulla spalla. “Don’t worry!”


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Le storie ambientate nel “Mondo Positivo” sono opere di pura fantasia e non rappresentano fatti o persone reali. Gli autori, attivi da tempo nella lotta a HIV e AIDS, utilizzano queste narrazioni per contrastare lo stigma legato all’infezione.

Si sottolinea che tali racconti non incoraggiano comportamenti dannosi per la salute ma la finalità è sensibilizzare sulla prevenzione educando al rispetto per le persone che vivono con l’HIV.


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