Sono Tatiana di Bugliano

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Lei è Tatiana, la first lady del Mondo Positivo. Divide l’esistenza con HIV di Bugliano fin da quand’è venuta al mondo e cerca le proprie origini.


Chi è Tatiana?

Il mondo mi conosce come l’ennesima bambina sfortunata e lasciata al proprio destino; ma se i Medici in prima linea mi raccontano in un modo e la fan fiction in un altro, adesso tocca a me spiegare come sono andate davvero le cose. Sono Tatiana Brown, la prima positiva di Bugliano.

Secondo alcuni nemmeno avrei dovuto nascere, altri quando avevo 7 anni mi davano pochi mesi di vita; invece adesso risiedo stabilmente qui a Bugliano, il primo posto che dopo mille trasferimenti mi sento di poter chiamare casa e ho una vita piena di soddisfazioni. So quello che voglio, e quello che NON voglio!

Il primo periodo

Sono nata nel 1987 a San Pietroburgo da una donna che non ho mai conosciuto perché è morta, da quanto mi hanno sempre raccontato; di papà non sapevo nulla fino ai miei 18 anni quando mi è stato rivelato che è una persona importante ma al momento non ne voglio parlare perché lui ancora non sa della mia esistenza.

Come tutti i bambini senza genitori sono passata da un istituto all’altro man mano che crescevo, lì in Russia l’unica a prendersi cura davvero di me è stata un’infermiera di nome Inga nell’ultima casa alloggio in cui ho abitato dai 5 ai 7 anni, di lei ricordo ancora le ultime raccomandazioni fatte prima che io partissi per il “nuovo mondo”: stare attenta e obbedire ai nuovi genitori, chiunque fossero.

Nonostante mi mancasse una persona stabile di riferimento, già allora percepivo di non essere completamente sola. C’era qualcuno accanto a me, dentro di me, e durante la prima adozione realizzai come quella presenza non fosse “l’amichetto di fantasia” compagno delle mie lunghe notti in solitudine, ma qualcuno di reale e importante, capace di proteggermi e non abbandonarmi mai; è merito suo se posso raccontare la mia storia, ormai viviamo in simbiosi perfetta e di lui sono gelosissima.

Gennaio 1994: Preparazione

“Avrai una mamma, andrai a stare meglio!” Questo mi disse un giorno l’infermiera Inga. “Sarai contenta, finalmente qualcuno si prenderà cura di te!”

Passarono i giorni ma questa donna non si fece mai vedere; la immaginavo con la gonna lunga, i capelli raccolti in una coda, il sorriso dolce e le mani morbide che mi accarezzavano prima di rimboccarmi le coperte.

Avrei festeggiato il mio settimo compleanno con una mamma vera, questo era poco ma sicuro. La sera, da sola, lo raccontavo al mio amico di fantasia e lui sembrava eccitato a sua volta, sarebbe venuto con me anche se Inga e le altre della casa alloggio mi raccomandavano di non parlarne mai alla nuova mamma che non avrebbe accettato di adottare anche un amico invisibile.

Le sentivo discutere a bassa voce, dire che forse “avevo intuito qualcosa” ed ero una “bambina sveglia”, parlavano di un segreto che mi riguardava e non dovevo sapere nemmeno io, finché non sarebbe stato il momento. Qualcosa di pericoloso?

E così un freddo giorno di gennaio la mamma arrivò, molto diversa dalle mie aspettative: si presentò una signora che parlava solo inglese e io non capivo una parola, ma quando mi prese fra le braccia mi sembrò di essere stata accolta dalla Regina delle Nevi.

Non sorrideva mai, faceva paura da quant’era grassa e portava una collana vistosa che io presi tra le dita, non avevo mai visto qualcosa di simile!

Lei però mi schiaffeggiò sulla mano brontolando sottovoce. “A posto”, pensai. “Se non conoscere il russo vuol dire picchiarmi…”

“Fai buon viaggio Tatiana”, mi salutò Inga accarezzandomi una guancia. “E comportati bene con la signora Hall, mi raccomando!” Uscendo, cercai il suo sguardo per chiederle di riportarmi dentro; da quanto aspettavo il momento di andarmene con una famiglia vera, invece adesso avevo tanta paura e desideravo solo restare nella casa di accoglienza.

L’infermiera nemmeno mi guardò più; consegnò alla donna una borsetta con la mia bambola, salutò in inglese e l’altra, annuendo e alzando il pollice, pronunciò una formula che imparai subito: “Okay”.

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