Valentino mon amour

Gli amori non corrisposti provocano sempre un grande dolore. Specie per chi, come Valentino, viene preso di mira da chiunque. Anche dalla sfortuna.

[A cura di: PozVale]


Rifiutato, per l’ennesima volta. Come può il povero Valentino nato nelle campagne di Scivolate sull’Oglio, competere con gli studenti universitari della IBUOL? Ho frequentato la scuola dell’obbligo a Bugliano ma è già tanto se ho la terza media, poi ho sempre guidato motorini e macchine facendo il postino o consegnando cibo a domicilio ma sono tanto dignitoso quanto voi!

La mia vita relazionale è stata da sempre un disastro: uomini e donne mi hanno accolto sotto le proprie lenzuola perché facevo loro pena, di quasi nessuno conosco il nome, qualcuno però mi ha lasciato il proprio virus HIV. Positivo, senza conoscere chi mi abbia reso tale!

Ho dovuto affrontare da solo le settimane della conversione senza avere idea cosa in realtà fosse o che si chiamasse così, per poi conoscere il mio vero status un anno dopo, quando giocando a pallone mi sono infortunato a un ginocchio: “Lo vedi cosa succede, tu dovevi fare il pallone non il calciatore!” Mi hanno schernito così i miei compagni di squadra e, per non farmi mancare niente, le mie scarse condizioni economiche mi hanno costretto a farmi operare nell’ospedale di Scivolate, dove non sono stati affatto empatici nel rivelarmi la presenza del virus dentro di me.

“Farmaci subito”, mi aveva detto il medico; “uno come te che passa da un letto all’altro può fare solo danni; almeno così blocchiamo il virus, sarai non rilevabile e passa la paura!” Oh cielo, empatia zero e non solo con me! Quanti pazienti avrà avuto che gli hanno confidato di esser stati nel mio letto? Quanto avrò già dato in giro il virus senza saperlo?

Mi sono rassegnato alle pillole che avrei dovuto assumere fino alla morte, e per dimenticare tutto ho iniziato a fare del volontariato presso l’associazione dei ciechi, la #uicibugliano; è lì che ho conosciuto chi mi ha… Insomma, fa ridere ma rende l’idea, illuminato la vita!

Antonio, un ragazzo meraviglioso; poco mi importava che non ci vedesse, era molto simpatico e soprattutto non mi giudicava per la mia stazza; gli era sufficiente che io lo accompagnassi nei posti in cui aveva bisogno di andare, passavamo un po’ di tempo in chiacchiere e alla fine siamo diventati amici.

Non avevo alcun motivo di parlargli del virus, convinto come ero che una persona con disabilità fosse priva di qualunque desiderio sessuale; cosa volete, quando studi a Bugliano ma vivi in una famiglia ignorante come gli abitanti di Scivolate sull’Oglio non puoi pretendere granché. Omofobia, sierofobia, abilismo, ti lasciano tutti i peggio difetti del mondo.

Eppure ho dovuto ricredermi quando sono stato agganciato da una persona conosciuta: Elias Bono, il figlio del mio ex allenatore. Partecipavo a una chat dove ci si scambiavano opinioni sull’HIV e il ragazzo si è approcciato con domande esplicite e fantasie proprio coinvolgendo il mio status, che in Internet dichiaravo apertamente; sono umano anch’io, come si dice “la carne è debole”, non avevo contatti intimi con qualcuno da quando avevo saputo del virus perciò ho ceduto alla tentazione. “Siamo io ed un mio amico carissimo”, aveva spiegato Elias. “Siamo due bug chaser interessati a te, cioè, a quello che puoi darci.”

Ah sì? Io però non volevo trasmettere, rischiare una denuncia per epidemia non è una passeggiata e anche se conoscevo la comunità positiva dei #PlusBrothers un po’ la consideravo una mezza leggenda urbana.

L’idea quindi, mi è venuta immediatamente: con la quantità di virus non rilevabile nel sangue è come se fossi un’arma carica a salve, basta non dir niente in merito e giocare di ruolo! Cos’ho da perdere? Meglio mi sono sentito quando ho visto Elias arrivare insieme al suo amico! Era proprio lui, Antonio, accompagnato dal suo cane! Posso imbrogliarlo ancora di più, approfittando che è cieco gli leggo un risultato per un altro al momento di fare il test, e risolvo il problema!

Tutto è andato bene, anzi, meglio del previsto: con Elias non ci siamo visti più ma Antonio è diventato il mio ragazzo per i mesi a venire; era letteralmente perso per me e anziché Valentino mi ha chiamato sempre PozVale, soprannome che ho iniziato ad apprezzare con orgoglio! Proprio lui mi ha spiegato cosa volesse dire essere un gifter, pur inconsapevole del proprio status reale mi considerava come la persona a cui era indissolubilmente legato.

La sorte pareva sorridermi davvero, stavolta: per merito del mio nuovo ruolo di Gifter ho potuto ottenere l’iscrizione alla IBUOL, coi #PlusBrothers che mi hanno dato fiducia massima!

Per festeggiare, io e Antonio avevamo persino battezzato Valentino mon amour come nostra canzone, ed io senza più voglia di farmi scrupoli ho iniziato a fingere di trasmettere il virus ai chaser buglianesi, soprattutto le ragazze! Ognuna che otteneva il mio DNA non rilevabile era un numero disegnato sul tatuaggio della mia schiena.

Peccato che Antonio non potesse vedere i disegni, avrebbe desiderato trasmettere anche lui assieme a me però io non glielo ho mai consentito, in quel modo sarebbe stato troppo facile scoprirmi! Invece ogni volta che gli raccontavo di un risultato, era sempre più orgoglioso di me. “Loro sono i nostri figli”, diceva, “potranno sempre contare su di noi”.

Ma ahimè, le bugie hanno le gambe corte e ad un certo punto un sacco di ragazze hanno iniziato a raccontare su Internet che io ero senza virus, dopo esser risultate negative; Antonio era l’unico a non credere a tali illazioni e mi difendeva spiegando la differenza tra “negativo” e “positivo non rilevabile” ma le loro recensioni su di me non cambiavano.

Ero nuovamente emarginato dalla comunità buglianese ma io avevo ancora il mio fidanzato e me lo tenevo stretto, finché non è arrivato ancora una volta Elias! Come una furia si è presentato sotto casa mia e ha portato via il mio amato praticamente con la forza. “Rifacciamo il test perché qualcosa non va”, gli aveva detto, prima di rivelargli di essere negativo pure lui.

Tanto è bastato per allontanare da me l’unica persona in grado di volermi bene senza riserve, sono passato dall’essere il suo gifter alla nullità; eppure non ha mai bloccato né cancellato il mio numero, preferendo rifiutare le mie telefonate per farmi ancora più del male: c’è, ma vuole palesemente farmi sapere che non mi gradisce.

Anche adesso, che potrei dargli notizie recenti sul suo cane guida scomparso, preferisce buttarmi giù il telefono ma io sto in paziente attesa perché il tempo è galantuomo, e come sempre darà le risposte nel momento giusto. Prima o poi il destino la smetterà di accanirsi contro di me, intanto sto zitto e accetto pure il rischio di essere considerato un complice del professore suicida, insomma del dissanguatore. Non me ne frega più niente, tirerò fuori l’asso quando meno se lo aspettano! A tempo debito la smetteranno di chiamarmi balena, non rilevabile, nullità. Vedremo.

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