Valentino Talluto, lo stigma e i casi limite

Lasciamo per un momento i racconti di fantasia poiché grazie a un podcast da noi tanto amato è ritornata alla nostra attenzione la storia di Valentino Talluto, l’uomo sieropositivo condannato per aver trasmesso l’infezione a diversa gente, che ha sconvolto Roma e l’Italia intera facendo emergere una drammatica verità: di HIV si parla poco e male.

[A cura di: Elettrona e Gifter]

Una narrazione tossica

Quando la cronaca riporta un caso limite come quello di Valentino Talluto, il linguaggio utilizzato è sempre lo stesso:

  • “Era gentile, galante, mi fidavo di lui, eppure dentro c’era un mostro” – come se una persona HIV positiva non potesse essere gentile e premurosa coi partner;
  • “Sieropositivo ha rapporti non protetti con decine di persone”;
  • “L’ha uccisa facendo l’amore con lei”…
  • L’impiego di termini come “untore”, stigmatizzanti verso le persone malate quando il termine corretto sarebbe invece predatore sessuale.
  • Il racconto morboso a caccia di particolari pruriginosi sulla sessualità del protagonista.

In questo modo si alimenta lo stigma verso le persone HIV positive, a cui si delega tutta la responsabilità per la salute degli altri quando, invece, dei comportamenti sessuali dovrebbero rispondere tutte le parti coinvolte. L’immediata conseguenza della sierofobia mediatica è che una volta appreso lo stato di sieropositività di un amico, collega o partner, ancora oggi troppe persone lo allontanano come se a parlarci possano contrarre la malattia, senza sapere che al giorno d’oggi il maggior pericolo è chi non si è mai fatto un test perché si proclama esente dai rischi, ma va in giro trasmettendo a destra e a manca: si chiama HIV sommerso.

Le ragazze a cui Valentino Talluto ha fatto del male perciò sono vittime due volte: della persona abusante, e della cultura distorta presente soprattutto in Italia, fondata sui pregiudizi verso la sessualità e le malattie veneree incluso l’HIV, considerate quasi una punizione divina per “comportamenti immorali” anziché ritenerle patologie da diagnosticare e curare in tempo, come tutte le altre.

Nel 2014 una ragazza ha sporto denuncia verso Talluto, ma era dal 2006 (o forse anche prima) che lui faceva circolare il virus. Una corretta educazione sessuale, nonché campagne di prevenzione basate sui comportamenti a rischio piuttosto che sulle categorie, avrebbero permesso ad ogni ragazza di possedere tutti gli strumenti per proteggersi compreso il test diagnostico e, probabilmente, i casi di infezione intenzionale si sarebbero fermati a uno – che è già troppo, ovviamente, ma il soggetto sarebbe stato messo in condizione di non nuocere da subito. Invece no. Si preferisce nascondere la situazione, perché l’HIV riguarda solo “certa gente”, si continua col discorso del “mi fido di lui perciò non mi proteggo” come se la fiducia fosse una profilassi, ma così facendo si lascia campo libero a una mente distorta come quella. Ricordiamolo, siamo tutti sierocoinvolti e la conoscenza è l’unico modo per difendersi.

Contatti non protetti da sieropositivo?

Non siamo noi, è la scienza a dirlo: se una persona sieropositiva segue una terapia antiretrovirale efficace, non può trasmettere sessualmente il virus quindi in teoria può avere rapporti senza preservativo anche se, ovviamente, nessuno consiglia tale comportamento perché ci sono altre decine di malattie pericolose trasmissibili in quel modo. A questo proposito ci teniamo a segnalare la campagna della Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS di qualche anno fa, intitolata “Noi Possiamo”; sfortunatamente questo tipo di informazioni fatica ad essere diffuso sui media generalisti, perché la concezione del sesso come “peccato”, e la malattia come punizione, fanno ancora molto comodo evidentemente ed impediscono un approccio serio anche alla Profilassi pre-esposizione – altro mezzo di prevenzione dell’HIV.

Chiaro che i casi limite come Valentino Talluto, sono persone che NON assumono la terapia e hanno la carica virale molto alta; recentemente poi ha fatto gran rumore la notizia di un sacerdote a Prato che organizzava eventi di chemsex ma, come al solito, nessuno si è degnato di capire se egli fosse in cura o meno, né se gli altri partecipanti fossero sotto PreP. Ai giornali importa parlare del gay sieropositivo che infetta il mondo. Al netto che quella persona probabilmente non fosse uno stinco di santo, sebbene portasse la tonaca. Per l’opinione pubblica sembra che la sieropositività sia il vero crimine e gli altri eventuali reati passino in secondo piano.

Sesso, AIDS e morte: una paura ancestrale

La concezione distorta della sessualità ha fatto nascere tante leggende metropolitane su HIV e AIDS: AIDS Mary, una donna che abborda un uomo in discoteca e dopo l’incontro occasionale gli scrive col rossetto “benvenuto nel mondo dell’AIDS”. Anche Elio e le Storie Tese hanno accennato a questa storiella facendole il verso, come a tutte le altre: “Mi ha detto mio cuggino che una volta è stato con una che poi gli ha scritto sullo specchio benvenuto nell’AIDS!” Esiste anche la versione maschile, AIDS Harry: a differenza di quella femminile però l’antagonista è un bel ragazzo, gentile, romantico, che fa perdere la testa alla malcapitata durante una vacanza e le consegna un regalo raccomandandole di aprirlo solo in aereo verso il ritorno. Nel pacco, ovviamente, la sorpresa del solito “Benvenuto nell’AIDS”.

Racconti come quelli servono a stuzzicare la morbosità, e noi non nascondiamo di aver pensato a un “AIDS Harry” italiano quando abbiamo sentito parlare di Valentino per la prima volta ed invece ahinoi era tutto vero; per fortuna quest’uomo è stato condannato a 24 anni in via definitiva, lo scorso 2019. Nulla però darà indietro la salute alle ragazze, né cancella il pregiudizio che articoli e servizi fondati sulla narrazione morbosa, hanno portato avanti. Stigma strumentalizzato ogni primo dicembre giornata mondiale contro l’AIDS, o per rinforzare l’indignazione verso il maniaco di turno; ma del quale gli stessi giornalisti continuano ad essere responsabili.

Qualcuno prende le distanze

Nella prima puntata della stagione 2021-2022 pubblicata il 20 settembre su Spotify, il podcast Demoni Urbani parla proprio di Talluto in modo pacato, delicato e soprattutto con cognizione di causa accennando velatamente al concetto di carica virale non rilevabile: “Se avesse preso la terapia o avesse usato il preservativo non saremmo qui a parlarne”. L’unico podcast in cui il contesto sociale e familiare di Valentino Talluto viene approfondito, non certo per giustificarlo ma per far capire l’origine di una mentalità così distorta, concentrandosi sulla persona anziché sulla malattia e noi siamo rimasti davvero colpiti, quasi commossi, perché pur mettendo in luce i danni di un uomo assolutamente condannabile, l’autore ha ribadito quanto male faccia lo stigma nei confronti delle persone sieropositive. E sì, è colpa dello stigma se chi ha l’HIV tende a nascondere la propria condizione; soprattutto nel caso di frequentazioni occasionali o comunque superficiali, chi si metterebbe a nudo in questa maniera? Il silenzio genera stigma, e arriva anche ad uccidere.

Il podcast

Basta con gli spoiler. Questa è la puntata di Demoni Urbani che parla di Valentino Talluto e noi ringraziamo Francesco Migliaccio per aver affrontato la tematica come si deve.

Parlami d’amore Valentino

Conclusione

Qualcuno, dato il tema dei nostri racconti di fantasia, ha pensato bene di sostenere che noi promuovessimo la trasmissione intenzionale dell’HIV o giustificassimo chi agisce come Valentino Talluto; niente di tutto questo: ci dissociamo completamente dai comportamenti sessuali irresponsabili, e soprattutto avendo vissuto chi direttamente e chi no l’HIV da vicino tutti e due, abbiamo sempre affrontato la condizione in modo corretto mettendoci la faccia e parlandone quando necessario. Ci prendiamo solamente gioco di tutti quei sierofobici che sguazzano nel pregiudizio, mettendo in luce le loro assurde contraddizioni e sbattendogliele in faccia.

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