Il vassoio dei ricordi

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Cosa c’entra il pollo fritto di Bugliano con la casa alloggio dove ha vissuto da piccola? La scritta incisa sul vassoio del ristorante le ha risvegliato terribili ricordi e solo chi le è più legato può convincerla ad aprirsi: e , preoccupati per lei, capiscono che la situazione è molto seria.


Freddie: il vassoio dei ricordi

“La panatura, Freddie! Stesso vassoio, stesso odore, stesso tutto.”

Non ho mai visto mia figlia così; lei sempre forte e determinata, adesso è davanti al vassoio dove fino a poco prima c’era il pollo e sta facendo di tutto per nascondere le lacrime. “Cosa dici? Chiediamo il bis?” cerco di sollecitarla ma lei scuote di nuovo la testa. “La panatura coi cereali, Freddie”, insiste a ripetermi. “C’erano le medicine, il vassoio e il dottor White. Io non sapevo, non sapevo una parola! Gli altri cantavano e io sempre sola…”

Tatiana pare in delirio, con la mente proiettata verso un altro pianeta. Una realtà impenetrabile a cui nessuno riesce ad accedere.

“La conosco, so cosa vuole quando fa così”, interviene Hunter seduto accanto a me; “Provo a parlarci io!” Lo guardo e annuisco, ho notato durante il Freddie Mercury tribute concert come si intendessero alla perfezione tra loro due. Del resto lui e Tatiana hanno vissuto l’infanzia da orfani, cosa potrei capire io che da piccolo ho sempre avuto i miei genitori accanto?

Sono queste le situazioni in cui mi sento impotente come padre; chissà quali traumi ha vissuto la mia piccola e io non ero con lei; solo in quel momento ho fatto caso a con lo smartphone in mano, mentre si avvicina al vassoio e scatta una foto.

Un bel primo piano del logo e la scritta! Con l’altra mano stringe un sacchetto di plastica uguale a quelli che nei film polizieschi ho sempre visto usare per raccogliere le prove, con qualcosa di grosso all’interno; sussurra qualche parola verso le antenne di anche lui seduto con noi, e il marziano alza il pollice rivolgendo lo sguardo al vassoio; “Freddie guarda qui”, gli occhi di Nucleus sembrano farmi una radiografia. “Possibile che tu non abbia visto nulla? Mi deludi, Mercury!”

Così dicendo, Turnpike e l’alieno si avviano alla porta d’uscita senza darmi spiegazioni né il tempo di capire cosa contenesse quella busta; certo non aveva l’aria di essere cibo da portarsi a casa per mangiarlo la sera.

“Ma come”, osserva Hunter mentre si avvia alla cassa insieme a Tatiana; “qui nessuno paga? Floyd e il marziano hanno mangiato a scrocco?” Gli sorrido mostrando uno scontrino: ho pagato io il pranzo insieme all’iscrizione al sindacato di tutto il Campus, e spiego pure di aver dato alla cameriera una cospicua mancia che lei aveva accolto facendomi un regalo.

Ormai dentro il ristorante siamo rimasti solo io, Tatiana e Hunter quando la cameriera ci raggiunge. “Ma tu sei davvero… Sei davvero…” Non le vengono le parole mentre mi guarda, ed è mia figlia a sbloccarla: “Sì, Freddie Mercury. mio padre.”

Lei ha in mano una borsa come quelle usate per metterci la spesa e ci infila dentro il vassoio, spingendolo subito verso Tatiana: “questo deve tornare alla legittima proprietaria!”

Allora la mia piccola ha ragione, il logo non è solo una coincidenza! Lo ammetto, in realtà facevo di tutto per evitare di guardare il disegno. Sul vassoio era incisa una scritta “Sunshine house” posizionata sotto la figura di un sole col volto sorridente e i raggi illuminati; il sole, e il nome Sunshine, che mi perseguitano ormai dal 1986.

Hunter prende la borsa col vassoio e si avvia alla porta, seguito dalla cameriera; anch’io esco insieme a Tatiana, ma una volta fuori ci accorgiamo di esser rimasti noi quattro da soli senza alcun mezzo a motore che potesse riportarci al Campus.

“Prima o poi doveva succedere”, esclama la cameriera evidentemente più tranquilla. “Sono anni che ti seguo ovunque Tatiana, dal vivo e in rete, senza mai riuscire a parlarti!”

Con tutti i mitomani e gli stalker in circolazione mi spavento, restituisco alla ragazza uno sguardo di rimprovero ma un prurito agli occhi mi impedisce qualsiasi reazione; di sicuro è il mio HIV ad avvertirmi che non c’è pericolo e solo guardando meglio capisco che il virus non ha torto: quella persona era al campus di via nureyev il giorno dell’inaugurazione, è una studentessa, non può farci del male.

“Tu forse non ricordi chi sono, Tati, io sono Nathalie! Anche se ora il mio nome qui a Bugliano è . Devo fingermi negativa ma, sono una biohazard!”

Tatiana la guarda dall’alto al basso senza dire una parola e si stringe a me, al contrario di Hunter che invece vuole continuare la conversazione:

“Piacere mio, sono Hunter”, lui si presenta stringendole la mano; “se sei una biohazard chi ti ha dato il virus… chi è il tuo ?”

Greta non risponde e mi guarda con un sorriso triste: “Freddie tu sei il mio gifter di secondo grado, l’unico collegamento biologico che ho oltre alla mia sorella di sangue.”


Tatiana: affrontare il passato

Sempre lungimirante il mio virus, capace di proteggermi fin da quando esisto; avrei voluto seppellire certi ricordi senza parlarne mai più ma con lui è impossibile avere un segreto e sembra definitivamente caduta ogni speranza che HIV possa dimenticare i fatti spiacevoli, malgrado risalgano a quasi trent’anni fa.

Sento la mia giacca impregnata dall’odore del pollo fritto e così è anche quella di Greta. Io, lei, il mio HIV, come fossimo tornati nel 1994. I miei occhi ancora si fermano sulla foto del professor Walter White affissa alla porta del locale, ho quasi l’impressione che il suo sguardo mi stia parlando. Rimango lì, in ostinato silenzio, con gli altri intorno a me ad attendere chissà cosa.

“Guarda che se non parli lo farò io”, mi avverte il virus; “hai quasi 36 anni e sono stanco di pararti il culo. non scherza quindi prenditi le tue responsabilità verso ciò che hai fatto, che mi hai fatto.”

Anche HIV a darmi la colpa, adesso! Io volevo soltanto avere la mia amica Nathalie con me! Cosa potevo sapere di quanto fosse crudele il dottor White e come me l’avrebbe fatta pagare!

Ora le lacrime non si fermano più e scoppio definitivamente in un pianto liberatorio: “ho fatto qualcosa che non dovevo, il dottor White mi ha punita!”

In contemporanea mio padre e Hunter provano a consolarmi abbracciandomi e accarezzandomi i capelli mentre Greta fa partire sullo smartphone un video che Freddie osserva sbalordito. “Ma a cantare siete voi! Che carine, dico davvero!” Lui è commosso e, di fronte all’evidenza, posso soltanto affrontare il ricordo più spiacevole, ma allo stesso tempo il più bello, della mia infanzia.


Tatiana, 1994: Sunshine House

Primavera 1994: erano passati un paio di mesi da quando venni lasciata sola per la seconda volta; l’infermiera americana che parlava russo non era più venuta a trovarmi e da allora col poco inglese che sapevo strinsi amicizia con Nathalie, un anno più grande di me. L’unica persona dell’intera casa alloggio a cui ho confidato dell’amico immaginario con cui parlavo ogni notte.

Malvolentieri la direttrice ci lasciò stare insieme: accettò solo perché nel nostro gruppo di età, dai 7 ai 9 anni, eravamo in troppi e volevano tenere i maschi separati dalle femmine anche se c’erano poche stanze.

Con Nathalie l’intesa nacque subito, non servivano tante parole ma mi insegnò le parolacce. “Tra l’AIDS e il tuo carattere impossibile nessuno ti adotterà mai”, erano gli insulti di Poliksena, l’insegnante di inglese e di Walter White, il dottore che si occupava di me.

Russa immigrata negli Stati Uniti, Poliksena era la più cattiva fra tutti gli adulti di Sunshine House e Nathalie, in istituto probabilmente dalla nascita, mi mostrò giorno dopo giorno come evitare le lezioni con quella strega e come mandare il dottore a quel paese.

A volte restavamo per ore nascoste sotto i letti, o dietro le porte, o nel bagno pur di stare assieme ma un giorno accadde che Nathalie venne convocata dalla direttrice perché una famiglia italiana aveva scelto di adottarla!

Avremmo voluto farci portare via insieme ma origliando i discorsi degli adulti come la stessa Nathalie mi aveva insegnato, capii che non sarebbe mai successo perché la coppia italiana rifiutava l’idea di “una bambina con l’AIDS”; a malapena capivo cosa fosse, allora. Avevo solo intuito che non ero uguale agli altri per “qualcosa dentro di me”, una creatura nel mio sangue, che il dottor White continuava a disprezzare. Io però intanto già iniziavo a credere che forse, l’amico immaginario e mio confidente di quando mi sentivo sola, troppo finto poi non era.

Dovevo solo scoprire quale collegamento ci fosse tra il mio amico invisibile e il mostro chiamato “AIDS” che faceva tanta paura agli adulti.

Quando la mia amica tornò da me, notai subito la felicità nei suoi occhi e le parlai: “Nathalie allora? Vai via?”

“Sì, ma ancora non so quando”, mi rispose con un sorriso e io restai in silenzio sperando di nascondere la mia invidia; non potevo accettare un altro abbandono! Bisognava prima possibile trovare il modo di non farla partire per l’Italia, ma ebbi solo la forza di dirle quanto fossi contenta per lei.

“Tra una decina d’anni ci ritroveremo te lo prometto”, mi disse; “magari a un luna park, cosa ne pensi? Compiremo i 18 anni e poi staremo sempre insieme te lo giuro!”

I giorni successivi ci sforzammo di non parlarne più; i nuovi genitori di Nathalie venivano a trovarla ogni volta che potevano e io tentavo sempre di esser lì presente, sperando forse che un giorno avrebbero imparato ad amare anche me; “se solo non ci fosse quello stupido AIDS”, pensavo. Era quello a ostacolare il nostro desiderio di vivere da sorelle, chissà se in qualche modo si poteva buttarlo via.

Quando parlai col mio amico e confidente invisibile, tuttavia, questi mi lanciò un’idea: “tu non puoi diventare come Nathalie ma puoi fare in modo che lei sia uguale a te! Non è difficile!”

All’epoca non conoscevo chi lui fosse, né ero consapevole dei buoni consigli che il mio virus potesse darmi. Allora durante la notte iniziai a fingere di dormire rimanendo in ascolto, quando il dottor White e i suoi colleghi parlavano nei corridoi pensando che noi piccoli non sentissimo.

Posso dire che spiando le conversazioni dei medici imparai di più sul mio HIV rispetto a quanto mi insegnò la scuola anni dopo.

Avevo finalmente capito come mai gli adulti mi raccomandassero di chiedere loro aiuto se perdevo sangue, così in una mattina uguale a tutte le altre decisi che era il momento di agire: a colazione presi una forchetta e me la nascosi sotto il sedere per non farmi scoprire da assistenti e insegnanti; il mio confidente notturno era stato chiaro, avrei dovuto parlare con Nathalie e chiederle se mi voleva come sorella.

“Sei pazza, Tati”, mi disse; “vuoi che i grandi ci separino davvero? Se ci facciamo male? Io ho una famiglia e tra pochi giorni partirò con loro! Non siamo sorelle Tatiana, io ti voglio bene ma…”

“Non voglio che te ne vada”, piansi guardando sul vassoio il logo del sole illuminato. “Non mi lasciare sola anche tu, Nathalie!”

Cercai di sollevare il vassoio dove lei aveva appena posato il proprio cucchiaino ma cambiai subito idea quando mi accorsi della direttrice che a passi lenti stava ispezionando il tavolo. “Qui a posto”, disse la signora passandomi davanti; rimasi ferma immobile mentre Nathalie camminava verso il bagno, poi non appena la direttrice fu lontana mi infilai la forchetta dietro la schiena sotto i vestiti, e raggiunsi alla svelta la mia amica.

“Da oggi io e te saremo sorelle”, dissi pungendomi decisa la mano sinistra fino a vedere del sangue uscire. “Ma per farti diventare speciale come me, ho bisogno che anche tu…”

Nella nostra ingenuità di bambine avevamo solo imparato che il mio sangue sarebbe stato un pericolo verso Nathalie, ma appena lei lo vide sulla mia mano lo osservò perplessa: “Cos’avrà di pericoloso? il tuo sembra uguale al mio”, esclamò. Allora, senza lasciarle il tempo di dire o fare altro, le punsi la mano facendola sanguinare a sua volta; in quel momento non c’erano più divisioni tra noi, due ferite e gocce di un unico sangue, che fluivano da una all’altra. La magia di un’amicizia che sarebbe durata per sempre, me lo sentivo.

Più tardi, una delle assistenti ci applicò un cerotto e ci fece la ramanzina per esserci fatte male, ma nulla di quanto ci avesse raccontato il dottor White era accaduto: sia io sia Nathalie stavamo bene, la morte non ci era mai venuta a bussare né quel giorno, né quelli a seguire.

Riuscii a mantenere la bugia finché fu possibile, né io né la mia amica rivelammo che il nostro sangue fosse entrato in contatto.

Ripetemmo l’esperienza qualche altra volta mangiandoci le pellicine delle unghie anche se non era la stessa cosa, fino a che a Nathalie una notte si alzò la febbre.

Da allora il dottor White non ci permise più di vederci, di punto in bianco mi portò in una stanza isolata giù nel seminterrato dalla quale per un lungo periodo non mi mossi più.

Anche il mio amico invisibile in apparenza mi aveva abbandonato, non lo sentivo più rispondere quando gli parlavo e ogni mattina dovevo mangiare una colazione a base di latte e cereali croccanti accompagnati da una medicina con un sapore terribile. Pensavo sempre a Nathalie e ogni volta che chiedevo sue notizie, la risposta era sempre uguale: secondo gli adulti lei non mi voleva mai più essere amica perché le avevo “dato l’AIDS”.

Tatiana, 2023: Polly Wolly Doodle

Nel video che Greta/Nathalie ci sta mostrando, stiamo cantando “Polly Wolly Doodle” prendendo in giro la maestra Poliksena insieme agli altri bambini più piccoli; le nostre mani non si vedono ma la felicità traspare dai nostri occhi: “questo l’abbiamo cantato il giorno dopo che ci siamo tagliate”, spiega Greta; “ho rubato la videocassetta al dottor White e poi…”

Noi due, amiche, immortalate in quelle vecchie immagini trasferite su supporto digitale mentre a distanza di trent’anni nessuna ha il coraggio di fare un passo verso l’altra.

“Tu mi odi, vero?” Dovevo sentire la risposta da lei, almeno adesso abbiamo la forza e gli strumenti anche per litigare se fosse necessario. Sono davvero pronta a tutto.

Lei ora è di fronte a me sempre senza azzardare un contatto fisico e le parole le escono dalla gola come un fiume in piena.

“No, non ti ho mai odiato, Tatiana! Non sapevo niente. Nessuno mi ha detto mai niente.”

Faccio un passo verso di lei, e finalmente Greta mi stringe tra le braccia; “io non ho mai saputo te lo giuro. Non dopo la febbre, e anche quando mi hanno adottato nessuno ha parlato mai del mio virus; sono cresciuta come una negativa e ho scoperto tutto solo a 18 anni.”

Vorrei chiederle tante cose, piangere sulla sua spalla, parlarle di come abbiamo vissuto nelle reciproche famiglie; lei però mi ferma subito: “in realtà Greta Flaminia è un nome che ho scelto io diventando maggiorenne”, mi racconta; “ed è la prova che io sia una biohazard. Anche il tuo HIV fa gli anagrammi, Tati?”

Annuisco sorridendo, in ricordo di quando il virus ha dato il via libera alla mia prima volta con grazie al titolo “cuori in tempesta siamo noi”; la mia amica ritrovata mi stringe la mano compiaciuta e mi guarda dritta negli occhi.

“Non è un caso se ho scelto questo nome. Perché Greta Flaminia Lando —> Dona L’anima al GIFTER! Sei tu, la mia Gifter. Come potrei odiarti?”

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